Islandesi veriMiracoli del Natale: mentre mangiate il panettone, in Islanda ascoltano Toto Cutugno

È un fenomeno che ha dell’incredibile: dalle parti di Reykjavik le canzoni della tradizione pop italiane sono diventate, tra gli anni ’80 e ’90, dei canti natalizi. Adattamenti spietati di melodie che nascono con tutt’altre intenzioni ma che godono di un grande successo

AGNES VALDIMARSDOTTIR / AFP

Tra le pianure buie e innevate dell’Islanda, in mezzo ai venti burrascosi dei suoi fiordi e nelle sue scogliere desolate, durante il periodo natalizio risuona una musica familiare. Almeno per gli italiani: chi si trovasse sull’isola riconoscerebbe, tra i canti di Natale, melodie di Al Bano, di Umberto Tozzi e, perché no, dei Ricchi e Poveri. Proprio così.

È un fenomeno curioso (Noisey se ne era già occupato nel 2016) che non smette di stupire. Tra le canzoni considerate natalizie, quelle cioè che si suonano solo durante lo Yuletide (in islandese júletíð), ci sono tanti classici pop (nel senso deteriore) italiani. Tra un americano White Christmas e un tedesco Tannenbaum, infilano la versione islandese di Ci sarà di Al Bano e Romina, insieme a un Toto Cutugno d’annata, con All’improvviso, che diventa in islandese Allt í einu.

Ma perché? Nonostante tutto, molta musica leggera italiana gode di una certa autorevolezza in altri Paesi, come la Russia: laggiù, per chissà quale parabola del destino, Adriano Celentano è una star internazionale (riconosciuto più come attore che come musicista) e lo stesso Al Bano è stato chiamato a cantare più e più volte. Nostalgie da epoca comunista, certo, quando forse nella scanzonata leggerezza italiana si intravedeva uno stile di vita più sereno, alternativo alle durezze dell’Unione Sovietica e ai ritmi giovanili del nemico americano. Con l’Islanda però è tutta un’altra storia.

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Come spiega su questo thread su Twitter Leonardo Piccione, autore per Iperborea de Il libro dei vulcani d’Islanda, la questione è complessa. In primo luogo, bisogna capire perché, nell’arco di trent’anni, «le canzoni italiane siano riuscite a diventare parte integrante della tradizione festiva dell’isola», dato certificato, oltre che dall’esperienza diretta di tanti viaggiatori, dalle compilation Spotify (qui Piccione ne fornisce anche una), anche dalle autorevoli righe del giornale nazionale Morgunblaðið, secondo il quale questa musica è una «componente irrinunciabile delle tradizioni natalizie». Tradizioni, addirittura.

Per Piccione (e anche per Noisey), il primo responsabile è l’Eurovision Song Festival, la famigerata manifestazione canora europea che l’Italia ha snobbato fino a pochi anni fa, preferendo il più autarchico Sanremo (e non si capisce se sia un bene o un male, forse un male e un male). Senza dire niente i nostri cantanti però ci andavano, si esibivano, e con le loro melodie simpatiche toccavano il cuore delle masse (si fa per dire) islandesi, anni prima che questi restituissero il favore (anche qui, si fa per dire) con le sonorità rarefatte dei Sigur Ros.

Spiegazione convincente ma parziale. Chi è stato a trasformare queste canzoni semplici in canzoni natalizie? Serve un colpevole. E, scopre Piccione, tutti gli indizi portano al cantante pop Björgvin Halldórsson e al suo album del 1987 Jólagestir (Ospiti di Natale). È lui il capostipite di questo inaspettato genere. Nel disco, tra le varie tracce, compaiono quattro versioni islandesi di canzoni italiane declinate in senso natalizio. «Si tratta di Quanto ti amo dei Collage (tradotta come Svona eru jólin, cioè “Questo è Natale”), di Serenata di Toto Cutugno (Allt í einu, cioè “All’improvviso”), di Ci sarà di Al Bano e Romina (Þú og ég, cioè “Io e te”)». E soprattutto di Voulez vous dancer dei Ricchi e Poveri, che diventa Fyrir Jol.

L’album si rivela un successo clamoroso, sia per lui che per la figlia Svala (che fa la parte di Romina) e lo avvia a una facile carriera di successi. La trovata – chi lo avrebbe mai detto – funziona, tanto da modificare le tradizioni natalizie di un Paese. «È il Big Bang» delle canzoni italiane in Islanda.

Il catalogo si allunga in poco tempo. Nel 1988 tocca a Dopo la tempesta di Marcella Bella, cantata a Sanremo, che diventa un canto «sulla struggente attesa del Natale», poi Gente di Mare si trasforma in Komdu um jólin, “Vieni Natale” e dietro alla ballabile Þú og ég og jól si nasconde (la riconoscete?) Ivana Spagna: Gente come noi. Ma la canzone di Natale per eccellenza, quella «più bella di tutti i tempi» è, segnala sempre Piccioni, Ef ég nenni, cioè Così Celeste di Zucchero (che, come tutte le altre, non fa cenno al Natale).

In questo incredibile scambio culturale Italia-Islanda i più spennati sono i Ricchi e Poveri: la loro Nascerà Gesù diventa una hit sotto il titolo Manstu það? (“Ti ricordi?”), ma ce n’è anche per vecchie glorie come Claudio Villa, Andrea Bocelli e Franco Califano. Tutti trasportati, slitta e berretto, a fare gli auguri di Natale.

Tuttavia, l’apice (o il fondo?) di questa operazione è la resa in islandese di I te’ vurria vasa’, canzone napoletanissima che dalle parti di Reykjavik diventa Mín bernskunnar jól, cioè “Il Natale della mia infanzia”. Un salto triplo carpiato che si tuffa, anziché nelle acque del Golfo, tra le nevi del Circolo Polare.

Va bene che la musica è senza confini, e che le melodie viaggiano nello spazio e nel tempo. Ma pensare che mentre in Italia si mangia il panettone a Reykjakiv ascoltano musiche di Toto Cutugno, be’, crea una certa sorpresa. Ma a Natale tutto può succedere. E allora, perché no, lasciamoli cantare, sono islandesi veri.

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