Rivincita dei luoghiAltro che nazionalismi: la vera identità di un luogo la dà la globalizzazione

Per il sociologo Francesco Morace, autore di “Il bello del mondo” (Egea) ogni angolo del pianeta (ma anche ogni persona e ogni azienda) ha un suo “genius loci”, cioè caratteristiche uniche e inimitabili che diventano vincenti se inserite nel contesto mondiale, mescolata con altre esperienze

TIMOTHY A. CLARY / AFP

Ma prima di raccontare il mito fondativo della nostra capitale, chiariamo un aspetto che riguarda il genius loci: un’espressione latina che indica il talento (genius) del luogo (loci) e la sua natura unica e distintiva, portatrice di identità e di libertà di espressione, che in questi anni si è rivelata decisiva nei progetti politici e aziendali, così come sta avvenendo nella comunicazione in Rete.

L’ipotesi che qui avanziamo propone il genius loci come il battito del cuore, il motore primo della glocalizzazione: ciò che, accanto al carattere degli individui, affianca il carattere dei luoghi. La globalizzazione così concepita può diventare una potente leva di trasformazione del valore, partendo dal battito per trasformarsi in respiro. Per questo è importante conoscere il proprio battito, il proprio bioritmo.

Il lavoro di esplicitazione dei diversi genius loci permette di individuare le radici culturali attraverso cui un Paese, una regione, un luogo, ma anche un’azienda, una marca, un prodotto, plasmano la propria identità e si distinguono producendo il proprio racconto. Altro discorso riguarda la finanza globale, che invece appare come una realtà de-territorializzata e senza alcun genius loci. La finanza globale non ha un battito, perché non ha un cuore. Lo ha dimostrato il «banchiere dei poveri», Muhammad Yunus, economista bengalese, vincitore del premio Nobel per la pace 2006, che con il microcredito della sua Grameen Bank (la banca dei villaggi) è riuscito nel miracolo di capovolgere tutti gli assunti della finanza senza cuore, rivolgendosi a coloro i quali erano tradizionalmente esclusi dal credito: gli abitanti dei villaggi rurali, il mondo femminile – fortemente discriminato nel suo Paese –, fino ai mendicanti e nullatenenti delle aree più urbanizzate. Un esempio straordinario di battito del cuore che si trasforma in progetto strategico con un respiro globale. Oggi il microcredito viene sperimentato anche nei quartieri più poveri e disagiati delle grandi città statunitensi.

Per il sociologo Francesco Morace, autore di “Il bello del mondo” (Egea) ogni angolo del pianeta (ma anche ogni persona e ogni azienda) ha un suo “genius loci”, cioè caratteristiche uniche e inimitabili che diventano vincenti se inserite nel contesto mondiale, mescolata con altre esperienze

Conoscere e valorizzare il proprio genius loci, partendo dalla conoscenza dei propri luoghi e dal contesto in cui si vive come ha fatto Yunus, permette di essere più attrattivi, più credibili, più distintivi: pronti a giocare il ruolo di motori unici e universali, nelle trame del meticciato permanente, e dell’homo reciprocus, in modo che riprenda il sopravvento sull’homo oeconomicus. Sono loro i grandi protagonisti del gioco di specchi in atto: produttori di battiti locali per un respiro globale.

In questa prospettiva, i fenomeni di globalizzazione, invece di appiattire e distruggere il genius loci delle culture, delle aziende e dei prodotti, ne permettono una rapida circolazione e un rafforzamento incrociato, rendendolo universale attraverso la trasformazione del valore. Per fare un esempio che ci riguarda, le tante espressioni del made in Italy, che è così unico, si rafforzano attraverso il loro respiro nel mondo.

Ma anche i Paesi e le città emergenti (dalla Cina alla Colombia, dall’India al Canada, da Bilbao a Seul) hanno battiti potenti e si dimostrano laboratori straordinari di innovazione, in cui il corpo, le tecnologie e la cultura giovanile esprimono nuove energie vitali, che diventa fondamentale riconoscere e far circolare per affrontare la sfida dei nuovi mercati.

Non si può comprendere il proprio genius loci se non si è in permanente relazione con altre culture, una conoscenza che consente di valutare la misura dello «scarto» e della differenza tra una cultura e l’altra, tra un battito e l’altro, tra un prodotto e l’altro, e quindi la loro anima più profonda, che si consolida rispecchiandosi nell’altro, sintonizzando il proprio respiro. È qui che diventa interessante ricordare il mito della fondazione di Roma, che ha dimostrato un talento e una vocazione particolari, in questo gioco di specchi tra battito e respiro.

È Maurizio Bettini che ne descrive egregiamente le specificità, citando il racconto di Plutarco che parla di Romolo nell’atto della fondazione: «Scavò una fossa di forma circolare nel luogo in cui sta ora il comitium, in cui furono deposte le offerte di tutto ciò che è bello secondo i costumi e di tutto ciò che è necessario secondo la natura. Poi ciascuno gettò nella fossa una porzione (moìra) della terra da cui proveniva, dopo di che le mescolarono. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo (olympos), cioè mundus».

da Il bello del mondo. Battiti locali per un respiro globale, di Francesco Morace, Egea (2019)