Venerandi maestriAlberto o caro: i 90 anni di Arbasino, che con scetticismo raffinato ci salva dal pantano populista

Lo scrittore di Voghera rappresenta, con la sua anti-italianità e la cultura raffinatissima, uno degli ultimi intellettuali rimasti in Italia. E anche un manifesto vivente, dell’antistronzismo

“Low profile è la parola d’ordine”. Se si parla di Alberto Arbasino, di cui si festeggiano i 90 anni il 22 gennaio, si deve andare piano. Lui stesso si definiva – citando Carlo Emilio Gadda – “né esibitivo né narcissico”. Ed era vero, almeno nella vita quotidiana. Ha sempre mantenuto una posizione defilata (anche snob), forme educatissime e rapporti importanti con i migliori della sua epoca. Frequentava i salotti (che ora è di moda sbeffeggiare), gli intellettuali (quando c’erano davvero) ed è lui stesso un intellettuale – forse l’ultimo di una lunga lista di ultimi.

Nasce vogherese, e perciò scrive grandi pagine sulla vita della provincia italiana. Scivola, bambino, lungo il fascismo, di cui ricorda “soltanto le molestie. A cominciare dagli orridi sabati pomeriggio sciupati in ’adunate’, carichi di ciarpame bruttissimo e scomodissimo”. Mentre a 15 anni è bramoso “di girare l’Europa senza troppa polizia addosso”, ma dovrà aspettare gli anni dell’università. Vola all’estero, cioè in Francia, per studiare all’istituto di Sciences Po, e si sprovincializza. Da lì parte il suo appello, nel 1963, agli intellettuali– gli altri – di farsi una gita a Chiasso, a “due ore di bicicletta da Milano”, cioè uscire dall’Italia e vedere che aria tira fuori, svecchiando un curriculum fatto di autori del settecento, dell’ottocento, dell’epoca fascista.

Lui fuori era andato. A Parigi, appunto, ha incontrato i mostri sacri della cultura (e ne ha tratto la galleria di Parigi o cara) quando la città era ancora popolata da grandi nomi, come Louis-Ferdinand Céline, François Mauriac, Jean Cocteau. Formula che ripete con l’America (risultato: America amore e volendo Le muse a Los Angeles), l’Inghilterra (Lettere da Londra). Gira, viaggia, conosce, osserva. E racconta, con il suo sitle imprendibile, la società che cambia. Ne infilza le ineleganze, ne deride – sempre con finezza – le volgarità, ne disvela le illusioni. Con le sue microstorie, gli aneddoti, le osservazioni che paiono casuali, camuffate da ovvietà, affonda e stordisce. Nel racconto su Giorgio Bassani di Ritratti italiani, annota il fastidio per la letteratura dell’impegno: “Ecco insomma allora un panorama culturale dove da parecchi anni – magari per eccesso di buone intenzioni –si finiva per confondere la buona letteratura con la Cassa del Mezzogiorno” e poche pagine prima massacra, con le banderillas del torero, un mostro sacro come Antonioni.

Appassionato di tutto, dalla minuzia storica all’aneddoto della serata di gala, è spassionato per vocazione. Scettico, si potrebbe dire, per necessità. Mai comunista – anzi, anticomunista – in un periodo in cui conveniva molto di più esserlo, tanto che entra in politica con il Partito Repubblicano. Poi con l’avanzare degli anni si immusonisce: scompaiono i suoi amici («Mi manca Gadda, mi manca anche Pasolini»), scompare anche la figura dell’intellettuale (le due cose sono collegate). «Capisco che i libri si vendano al supermercato, la letteratura si è omogenizzata, è diventata un genere di consumo. Gli editori puntano solo su bestseller tutti uguali tra loro». Si dispiace, non si lagna. Il suo gusto sofisticato, la cultura vastissima, l’educazione al contegno (low profile) e lo scetticismo naturale nei confronti delle ideologie, ne fanno un manifesto vivente anti-populista. «Non sono più sicuro neanche che esista la casalinga di Voghera», fa notare in una cerimonia, sempre a Chiasso, nel 2015. Adesso «passerà tutto il tempo su internet».

Disincantato, ma con pochi incanti. Un uomo a sé, insomma: italiano ma cosmopolita, conservatore ma affascinato da tutto ciò che di nuovo accade (La vita bassa) e attratto dal gusto della sorpresa (le interviste impossibili, ad esempio: su Youtube se ne trovano diverse), omosessuale ma nemico dichiarato dell’orgoglio pride.

E allora, low profile in tempo di social, il “nipotino dell’Ingegnere” (definizione sua) arriva a 90 anni dopo avere superato, d’un balzo, il passaggio che separa la brillante promessa dal venerato maestro. E dopo aver scritto e riscritto i suoi romanzi (tanto da guadagnarsi il maligno attributo di “variante di se stesso”) pensati per un giro di lettori «colto e non volgare», con le giuste esigenze di qualità. Gli happy few che guardando l’incanaglirsi del mondo, sentono, anche senza averne vissuto le epoche, la sua stessa nostalgia diradata.

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Linkiesta Paper Estate 2020