JeffersonStoria politica della California, dove nasce e muore il sogno americano

Terra promessa per le sue ricchezze naturali e per l’industria della finzione è stata a lungo un baluardo conservatore, ma l’immigrazione e l’insoddisfazione sociale hanno cambiato le cose. Ora è saldamente democratica e il 3 marzo sarà il campo di battaglia delle primarie

Photo by Viviana Rishe on Unsplash

“In diversi ruscelli lungo la strada, e nei paraggi [in cui ci troviamo], oltre ai rampicanti, ci sono diverse rose di Castiglia. Insomma, è una terra buona e fertile, molto diversa dalla vecchia California”. Così Padre Junipero Serra (raffigurato in questa immagine agiografica), missionario, considerato una sorta di Padre Fondatore del Golden State, descriveva l’area intorno alla futura città di San Diego in una lettera scritta il 3 giugno 1769 e indirizzata al suo confratello francescano padre Francesc Palau. Una terra nuova, buona e fertile, abitata da pochi nativi. E potenzialmente ricca di risorse. Una terra che era, per citare il titolo di un fortunato saggio, “un Eden che sfugge alle descrizioni”. Un territorio che però sarebbe rimasto per altri ottant’anni marginale, sia sotto l’amministrazione spagnola che con il governo messicano. Fino alla scoperta dell’oro, nel 1849, con il massiccio afflusso di coloni statunitensi, tre anni dopo l’annessione avvenuta in seguito alla guerra tra Messico e Usa avvenuta tra il 1846 e il 1848.

La ricca storia dello Stato da allora fino ad oggi richiederebbe ben più di questo spazio. Uno studioso, Kevin Starr, ha dedicato diversi volumi alla storia dello stato durante il Novecento e al suo potenziale immaginifico dovuto al cinema e alla letteratura. E la sua è un’opera incompleta, con diversi buchi temporali, che però coglie un tratto fondamentale dello stato: il suo retaggio totalmente originale, imparagonabile tanto con il New England puritano che con il Sud schiavista. Un mix strano che per anni rimase ai margini della vita nazionale, anche se il primo candidato maggiore alla presidenza per il partito repubblicano nel 1856 fu proprio un californiano, John Fremont. Ma ciononostante, il sistema dei partiti tradizionali rimase a lungo debole: per questo fu a lungo quasi una proprietà personale di alcuni grandi imprese ferroviarie come la Southern Pacific di Leland Stanford. Secondo il politologo Saladin Ambar, la Southern Pacific divenne “una fusione di Standard Oil e Tammany Hall”, tanto era il suo potere di scegliere quali politici eleggere tanto a Sacramento come a Washington. Per lo stesso motivo, la California divenne negli anni di inizio Novecento uno stato dove le istanze progressiste si fecero più strada: vennero approvate l’elezione diretta dei senatori, il recall per gli eletti a livello statale e il fiore all’occhiello di tutto quello che era un vasto movimento a favore della democrazia diretta: la proposition, ovverosia il referendum propositivo. Ma come ha spiegato il saggista Thomas Goebel in un volume dal titolo Government by the People, questa negli anni ’30 venne completamente ribaltata e sfruttata a favore di quegli interessi speciali che si proponeva di contenere. Per questo in California nacque la prima società di consulenza di pubbliche relazione integralmente dedicata alla realizzazione di campagne politiche: si tratta della Whitaker & Baxter, fondata nel 1933 (qui un pezzo di riferimento). Soprannominata, significativamente, la “fabbrica delle bugie”:

I due qui sopra, quindi (Leone Baxter è a sinistra, mentre Clem Whitaker a destra), dominarono fino agli anni ’50 la comunicazione politica nello stato e favorendo l’instaurazione di un egemonia conservatrice repubblicana nello stato (Su Google Arts & Culture si può trovare un’interessante mostra digitale dedicata a questa agenzia). Tre presidenti repubblicani californiani vennero eletti: Herbert Hoover, Richard Nixon e Ronald Reagan. Ma soprattutto ci fu un evento politico poco conosciuto e dirimente per i destini del Partito Repubblicano: le primarie presidenziali del 2 giugno 1964. In quell’anno, dove ancora 34 stati tenevano convention politiche chiuse agli elettori, la corsa si delineò tra due esponenti politici dalla visione opposta: uno era il governatore di New York Nelson Rockefeller: solidamente anticomunista, duro nei confronti del crimine, ma favorevole a mantenere un certo livello di spesa sociale e le principali conquiste del New Deal.

Il suo principale avversario invece era il senatore dell’Arizona Barry Goldwater: un libertario-liberista radicale, favorevole a uno smantellamento del welfare e a un ritorno alla deregulation anni ’20, oltreché all’uso di piccole armi nucleari nel conflitto vietnamita (parliamo delle mini testate denominate “Davy Crockett”). Ma nonostante avesse citato la sua opinione nel programma della rete Abc “Issues and Answers” il 24 maggio, quindi pochi giorni prima del voto, Goldwater prevalse di misura su Rockefeller: 51,57% a 48,43%. A favorire l’ascesa di Goldwater, un nascente movimento conservatore, sostenuto da un’associazione estremista, la John Birch Society e da alcuni uomini d’affari come il petroliere italo-americano Henry Salvatori, principale finanziatore della destra repubblicana nello stato. Ma sul terreno poteva contare anche su una forte base militante, composta da professionisti bianchi riuniti nell’area suburbana intorno a Los Angeles, soprattutto nella Orange County raccontata dalla storica Lisa McGirr nel suo saggio Suburban Warriors.

Una base dunque composta principalmente di nuovi californiani, provenienti anche dagli Stati del Deep South e gelosi del loro benessere conquistato e della loro proprietà immobiliare. Fu proprio in queste aree di nuova concezione che il nuovo conservatorismo prese piede in modo stabile per decenni. A condire il tutto c’era il senso di alienazione di queste comunità. Si percepiva come se l’area di Sacramento-San Francisco fosse sovrarappresentata (e in effetti lo era) e che il Sud e i suoi bisogni fossero largamente ignorati, tanto dai democratici quanto dai repubblicani moderati. L’inizio di questa egemonia, se non fu fruttuosa per Goldwater, vide l’ascesa di Ronald Reagan alla carica di governatore e di Richard Nixon alla presidenza nel 1968. La nuova destra aveva trionfato. E fu così per molti decenni. Finché qualcosa cambiò e cominciò a incrinarsi. La popolazione messicano-americana crebbe nei decenni successivi, tanto da causare la preoccupazione di alcuni commentatori conservatori come Victor Davis Hanson, che coniò il termine Mexifornia. Lo stato, dopo anni di dominio repubblicano, andò verso sinistra sempre di più, fino alla conquista nel 2010 di tutte le cariche statali, grazie alla ricandidatura di un ex governatore democratico, Jerry Brown, che già era stato in carica dal 1975 al 1983.
Ecco come appare oggi la mappa dopo le ultime elezioni al Congresso:

In basso si vedono, in blu scuro, i distretti di Orange County conquistati dai dem. Nonostante i valori di libero mercato e conservatorismo siano ancora forti, i tre seggi rimasti in mano ai repubblicani sono stati espugnati, e il deputato Dana Rohrabacher, ex ghostwriter di Ronald Reagan, in carica dal 1988, nel frattempo divenuto russofilo, è stato battuto da Harley Rouda, un imprenditore ex repubblicano, sostenitore della candidatura presidenziale di John Kasich nel 2016, passato ai dem solo nel 2017, pur avendo votato per i candidati di quel partito sin dal 2004.

Ma a parte le riflessioni in senso politico, come sta oggi la California? Tutte le cariche statali sono occupate da democratici, dal governatore fino all’insurance commissioner, dove il democratico Ricardo Lara ha sconfitto di misura l’indipendente Steve Pozner, ex repubblicano, un ruolo cruciale in uno stato spesso colpito da disastri naturali. Ma anche nelle due camere statali i democratici godono di un’ampia maggioranza: 60 deputati su 81 all’Assemblea e 29 senatori su 40. Due maggioranze qualificate. Ma anche dal punto di vista della consistenza numerica degli elettori registrati i repubblicani sono moribondi. Secondo i dati della Segreteria di stato californiana, sono scesi sotto il livello degli indipendenti. Quindi, a rigore, dovrebbe essere lo stato perfetto per i dem, dove un certo tipo di progressismo, dopo i limiti imposti dal cauto governatore democratico Brown, si è pienamente affermato. Invece i problemi ci sono eccome: a cominciare dalla punta di diamante, ovvero quella San Francisco al centro del boom della Silicon Valley, dove la crisi abitativa ha prodotto un vero e proprio incubo di esclusione sociale. Anche il livello di povertà dello Stato è tra i più alti d’America. Uno dei fiori all’occhiello del nuovo trasporto pubblico dello stato, la linea ad alta velocità che doveva unire Sacramento e San Francisco con Los Angeles, è stata chiusa frettolosamente dal nuovo governatore Gavin Newsom e adesso si indaga anche sul mancato controllo delle autorità federali su un maxi prestito da 2,5 miliardi di dollari. In più, le primarie del Super Tuesday il prossimo 3 marzo saranno decisive per i destini del partito democratico, con lo stato che assegnerà 415 delegati. Sarà Sanders a prevalere oppure un moderato, magari quel Bloomberg che prevede di assumere 800 staffer nello stato entro la prossima settimana? Oppure quel Buttigieg che secondo le proiezioni avrebbe vinto a sorpresa i caucus dell’Iowa? C’è un precedente al riguardo: nel 2018 la sfida tutta interna al partito democratico tra la moderata ultraottantenne Dianne Feinstein, in carica sin dal 1992, e il rampante senatore statale Kevin de Leon, vicinissimo all’ala socialista del partito, è stata vinta dalla Feinstein in modo netto. A differenza che nel 1964, stavolta potrebbero prevalere i moderati.

(Tratto dalla newsletter Jefferson-Lettere sull’America. Per iscrivervi cliccate qui)

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