SviluppoLezioni dall’era glaciale del Seicento per il nostro 2020 senza inverno

Dal 1570, l’Europa attraversò un periodo di grande freddo, che creò però un’ondata di innovazioni in tutti i campi, dal commercio all’agricoltura. Più che una catastrofe, ora il grande caldo potrebbe essere una formidabile opportunità di sviluppo

Temperature di 7-8 gradi più alte della media stagionale, mimose e mandorli in fiore a febbraio, 20 gradi in Antartide e nevi in scioglimento sulle Alpi, con grande frustrazione di pinguini e sciatori – ma anche di Vittorio Feltri che da mesi non riesce più a scrivere un fondo sulla “bufala” del riscaldamento globale. Il 2020 potrebbe passare alla storia come l’anno senza inverno. Ma vale la pena ricordare che c’è stato, due secoli fa, un anno senza estate. Era il 1816, in America a maggio la brina aveva sterminato le sementi, e nel mese di giugno Mary Shelley, in vacanza col marito sul lago di Ginevra, era costretta a stare in casa perché pioveva sempre e faceva un freddo cane, e così per scacciare la noia cominciò a scrivere Frankenstein. Se non fosse stato per quell’estate pazza, forse il mostro non sarebbe mai nato, e con lui uno dei capolavori della letteratura mondiale. Ma le cause di quell’anomalia climatica non hanno nulla di letterario, o di soprannaturale: secondo gli studiosi, risalgono all’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, nell’aprile del 1815. Una montagna alta 1500 metri esplosa proiettando nell’aria milioni di metri cubi di ceneri, un’immensa nuvola grigia che avvolge la Terra, riflettendo la luce del sole e provocando una sorta di “inverno nucleare” per un anno intero. A quei tempi non erano gli uomini a produrre gas di serra. E comunque, con o senza vulcani, il raffreddamento dell’atmosfera durava da centinaia d’anni.

Dicono i climatologi che il gelido 1816 del dottor Frankenstein è stato solo l’ultimo atto della “piccola era glaciale” iniziata verso la fine del Cinquecento. Una “rivolta della natura” che ha trasformato in profondità le società umane, come racconta Philipp Blom in un libro straordinario, Il primo inverno (Marsilio): raccomando a tutti di leggerlo, tra un “Friday for Future” e l’altro, per capire come i su e giù del termometro non siano ubbie da meteoropatici, ma cose da prendere molto sul serio, perché hanno un impatto cruciale sulle nostre esistenze.

Nel Medioevo l’Europa aveva vissuto un lungo periodo di clima mite, c’erano vigneti perfino in Inghilterra e i vichinghi si sbronzavano con il loro vino. Il raffreddamento globale, con una caduta media di due gradi in pochi anni, arriva come una mazzata. Dal 1570 in poi, l’alternarsi di inverni sottozero, grandinate primaverili ed estati piovose manda in malora i raccolti, impedisce la maturazione della vite, degli alberi da frutta e del fieno per il bestiame. Ne seguono terribili carestie che spingono i contadini a migrare nelle città. Gelano i canali olandesi, la laguna di Venezia e il Tamigi, e i ghiacciai delle Alpi si espandono inghiottendo interi villaggi, chiese comprese. Forse non è un caso che William Shakespeare abbia scritto il Riccardo III proprio nel 1595, anno di grandi gelate, con il famoso monologo “Now is the winter of our discontent”. E pochi anni dopo un altro poeta elisabettiano, John Webster, parla di “inverni gelidi, inverni russi, talmente sterili che la natura sembra avere dimenticato la primavera”.

Si diffonde la psicosi dell’apocalisse. I teologi vedono nell’impazzimento del clima una forma di castigo divino. Nel 1572, l’abate cattolico Wouter Jacobszoon, in fuga dai protestanti scrive: “E in quei giorni il tempo era gelido e inclemente. Ogni cosa pareva irrigidita nella morsa del ghiaccio. Grandinava, nevicava, tirava un vento feroce, dai Defunti fino a oggi (marzo). Se ne deduce che il Signore misericordioso vuole mostrarci quanto crudelmente abbiamo errato dalla retta via , ma gli uomini non si sono emendati, anzi, si sono comportati come nemici del Signore”. Anche il pastore prussiano Daniel Schaller ammonisce che la “ruina mundi” è vicina, perché “l’inverno e l’estate si scambiano di posto, i frutti e le piante non maturano più come una volta”: “Alla fine dei tempi gli anni difficili si susseguono l’un l’altro, senza interruzione…”. Non è il “Come osate!” di Greta Thunberg, ma un po’ ci somiglia. Per fermare la furia degli elementi, anche allora le soluzioni invocate sono la penitenza, l’espiazione, e l’abbandono di stili di vita sbagliati: non contrari ai dettami della scienza, come oggi, ma a quelli della religione.

I profeti di sventura, in quel caso, avevano torto. Lo sconvolgimento che li turbava non era la fine del mondo, ma la fine di quel mondo, e l’alba di un mondo nuovo. Come spiega Blom, alla fine del Cinquecento in Europa “i raccolti disastrosi e l’esodo dei contadini affamati in fuga dalle campagne rafforzano in misura decisiva il fenomeno del commercio internazionale, svincolato dai lacci delle regole locali. Le grandi città non potevano vivere dei soli prodotti del contado: l’importazione era una necessità per fare fronte al vuoto dei granai”. È una rivoluzione che scardina tutti gli equilibri esistenti. “L’ordine sociale ed economico dell’Europa feudale poggiava sulla proprietà fondiaria e sulla produzione cerealicola locale. Quando le temperature si sono abbassate in modo tale da ostacolare la produzione di granaglie, quel fondamento economico ha ceduto, facendo vacillare l’edificio sociale di un intero continente. Gli europei si sono visti costretti a trovare alternative a un modo di vita rimasto pressoché identico a sé stesso da oltre un millennio”.

Il grande freddo del Sei-Settecento innesca un’ondata di innovazioni in tutti i campi, scambi commerciali, abitudini alimentari, tecniche agricole, strategie militari e armi da fuoco, ma anche nel campo delle idee, con l’affermarsi di una borghesia urbana, laica e avida di sapere e di cultura. Forse qualcosa di analogo sta per accadere anche oggi, per effetto del fenomeno opposto. Ha ragione Greta a incalzare, nel suo modo brutale e infantile, i potenti della Terra, come ha ragione Macron a ribadire ai piedi del Monte Bianco che “la battaglia del secolo” sul clima non è incompatibile col progresso economico: più che una catastrofe, il grande caldo può essere una formidabile opportunità di sviluppo.

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Linkiesta Paper Estate 2020