Il principio di precauzioneChiediamoci che fine faranno i nostri diritti se continua l’emergenza (e prima che sia troppo tardi)

Il Paese è scivolato in uno stato di cui anche i più esperti commentatori faticano a trovare paragoni. Il Pd non solo non protesta, ma invoca lo Stato di necessità e reprime la discussione in Parlamento di una materia cruciale come le intercettazioni

MIGUEL MEDINA / AFP

Da venerdì l’Italia ha cambiato volto in mezza giornata. Con il coronavirus il Paese è scivolato in uno stato emergenziale di cui anche i più esperti commentatori faticano a trovare paragoni. Ci sono state catastrofi sanitarie nel passato come Chernobyl e l’Hiv ma le immagini di soldati e blindati che circondano e isolano zone del Paese, il rincorrersi di stravaganti decreti regionali che violano diritti fondamentali riportano alla memoria i periodi bui del terrorismo e delle leggi eccezionali che già all’epoca facevano strillare la sinistra contro lo Stato di polizia. Eppure allora si moriva per le strade.

Il Partito democratico di Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini oggi invece non protesta. Anzi, invoca lo Stato di necessità reprime la discussione in Parlamento di una materia cruciale come le intercettazioni e dà via libera all’uso esteso e senza limiti di strumenti come i Trojan capaci di spiare ininterrottamente esistenze intere, aggirando la volontà delle Sezioni Unite della Cassazione con vacui giri di parole da provetti azzeccagarbugli.

La perfetta sintesi del momento la fornisce il governatore della Basilicata Vito Bardi (in quota destra), guarda caso un ex militare, che per decreto impone la quarantena a coloro che provengono dal Nord. Narrano le cronache che a un avvocato milanese sia stato impedito di entrare in aula per difendersi. Immagini provenienti dai Tribunali della Lombardia mostrano grappoli di legali costretti fuori nei corridoi, in attesa del loro turno dove dovranno stare attenti a porsi a dovuta distanza dal giudice. Fino a oggi i difensori cacciati dalle aule li avevamo visti nelle drammatiche immagini provenienti da Istanbul durante le repressioni di Erdogan.

Ma il problema vero è il sequestro di vite umane, abitudini, piccole e grandi libertà, lo sprofondare un paese in una realtà plumbea e spettrale in nome del «diritto superiore alla salute», come se la tranquilla e rassicurante quotidianità di ognuno non lo prevedesse a priori. Eppure abbiamo accettato uno stravolgimento di queste dimensioni come fosse una ineluttabile realtà. Era così ineluttabile?

Finora ci sono 230 contagiati dopo migliaia di controlli e 7 decessi, la maggior parte dei quali riferiti a persone già gravemente malate. Sulla pericolosità del virus c’è disaccordo tra gli stessi esperti. «Possiamo dire che a oggi non si comporta come un virus aggressivo» sostiene ad esempio la virologa Ilaria Capua, che in America dirige il One Health Center of Excellence dell’Università della Florida che parla di «sindrome simil-influenzale». Ed è la stessa Capua in un’intervista al Foglio a toccare un punto cruciale che prima o poi , passata l’emotività farà capolino: «ogni parola usata in maniera allarmistica senza essere giustificata brucia milioni, che potrebbero essere usati per la ricerca». Dunque nessuna certezza sul famigerato Virus, in compenso è chiaro il danno arrecato sotto forma di restrizioni personali ed economiche

Lo sviluppo delle tematiche ecologiste da un lato e le catastrofi dovute a terrorismo o grandi eventi naturali dall’altro hanno creato «La società della paura» i cui governanti hanno come scopo l’annullamento di ogni rischio. Il cosiddetto «principio di precauzione» comporta che nella società «a basso rischio» anche la minima possibilità di un danno irreversibile debba essere trattata alla stregua di eventi certi e richiedere l’annullamento di ogni potenziale danno. Bisogna considerare un piccolo segnale come se disvelasse «lo scenario peggiore» secondo un celebre libro del grande giurista Cass Sunstein.

Da questa teoria si è sviluppato un preciso indirizzo giuridico per cui ogni esitazione o ritardo anche di fronte al più equivoco degli allarmi può costare pesanti condanne patrimoniali e penali. In Italia dal terremoto dell’Aquila, alla strage ferroviaria di Viareggio, dal caso Thyssen all’alluvione di Genova, fino al disastro di Rigopiano, c’è un’ampia casistica nutrita dalla richiesta incessante di giustizia per le vittime. C’è una granitica convinzione che non esista il caso, il pericolo o la fatalità della vita. Ciò che gli americani racchiudono in un termine crudo: stuff happens. Si , l’accidente, l’imprevisto capita e non è detto che ci sia sempre un colpevole necessario.

Giuridicamente si traduce nella necessità di valutare la responsabilità dei gestori del rischio ex ante, valutando ciò che era prevedibile prima e non col senno del dopo catastrofe. Il principio di precauzione cancella questo minimo spazio di ragionevolezza e impone da subito lo scenario di massimo allarme e mobilitazione totale: la condizione di eccezionalità diventa la norma da seguire.

È sempre giusto? Apparentemente l’obbligo di salvare ogni singola vita viene prima di ogni altra considerazione ma la filosofa Philippa Foot con un famoso test “il dilemma del carrello” (the trolley problem) ha dimostrato come la soluzione eticamente più accettabile è quella più utile al maggior numero di persone. Se vi trovaste a bordo di un carrello lanciato a piena velocità contro alcune persone e l’alternativa unica fosse deviarlo su di un binario secondario dove ci fosse una sola persona, cosa sarebbe eticamente giusto? Accettare la strage ineluttabile o decidere di ucciderne attivamente uno invece di tanti passivamente? Foot ha accertato che se razionalmente è preferibile la seconda opzione. La reazione istintiva è quella di non compiere alcuna scelta e sperare in un provvidenziale intervento esterno che liberi dal peso della scelta.

Ma proviamo anche noi a immaginare lo scenario peggiore: l’emergenza dichiarata in condizione di incertezza di un supposto evento catastrofico incombente. Immaginiamo il capo del governo che chieda “pieni poteri” contro una minaccia terrorista, alimentata da una sapiente e capillare propaganda. Proviamo a pensare ai carri armati agli incroci e alle liste di proscrizione. L’Europa sovranista che chiude le frontiere e liquida tutto come un problema interno. Ecco magari proviamo a immaginarlo da ora, prima che sia troppo tardi.

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