Il diavolo veste la mascherinaL’effetto del coronavirus sulla settimana della moda di Milano, senza compratori cinesi

Torna la Fashion Week, fino al 24 febbraio, con 188 appuntamenti tra sfilate, talk ed eventi. Assente l’80 per cento degli operatori delle zone colpite dal virus. Ma saranno trasmesse in streaming passerelle, backstage e interviste per creare un ponte con Pechino

GABRIEL BOUYS / AFP

Ci siamo: è di nuovo fashion week a Milano. Fino al 24 febbraio saranno 188 gli appuntamenti in tabellone tra sfilate, party, talk ed eventi che presenteranno al mondo le collezioni donna per l’autunno-inverno 2020-21. Solo che quest’anno l’80 per cento dei buyer e operatori della moda cinese non ci sarà, ha annunciato Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana. Avremo mille persone in meno tra giornalisti, influencer e compratori: è questo l’effetto del coronavirus che non risparmia la settimana milanese più cool dell’anno e blocca i cinesi in Cina, fa chiudere i negozi del lusso, ferma l’economia del fashion. Oggi però abbiamo la tecnologia e China, we are with you, l’iniziativa della Cnmi che manderà in streaming sfilate, backstage e interviste agli stilisti per creare un ponte con la Cina nel cinquantesimo anniversario delle relazioni con l’Italia. È anche questo un modo per dare visibilità a otto giovani designer cinesi emergenti che esporranno le loro collezioni al Fashion Hub, all’interno del Museo della Permanente.

Sì, ma che effetto sta scatenando la nuova pandemia? Il sistema moda italiano ha chiuso il 2019 con un fatturato di oltre 90 miliardi, in crescita dello 0,8 per cento e trainato dall’export (+6,2 per cento a 71,5 miliardi). Quanto peserà il coronavirus sul primo trimestre 2020? «Prevediamo un calo dell’1,8 per cento, ma molto dipende da quello che succederà nelle prossime settimane», ha dichiarato in conferenza stampa Capasa. Ai giornalisti che l’11 febbraio a Palazzo Vecchio gli chiedevano se tutto stava andando bene alla sua maison fiorentina, Salvatore Ferragamo ha fatto sapere: «Temiamo un calo del fatturato. Ancora non abbiamo fatto una stima esatta, ancora non c’è un mese completo che si possa confrontare con quello dell’anno precedente. Però abbiamo molti punti vendita chiusi in Cina, altri a orario ridotto». E ha continuato: «Abbiamo tante persone che sono a casa in Cina, vengono comunque retribuite e quindi molti costi e pochi ricavi».

La Cina, al momento, è il più grande produttore ed esportatore di tessile nel mondo se consideriamo che i dati del 2018 dicono che il giro di affari equivale a 119 miliardi di dollari, cioè il 37,6% del mercato e, ad oggi, ha già perdite per 2 miliardi di dollari. Intanto, i brand del lusso hanno limitato la produzione per controbilanciare la riduzione della domanda. Il che sta già provocando ritardi nella consegna della merce a clienti e negozianti. H&M, Uniqlo e Ikea e molti altri hanno chiuso i propri negozi in Cina per proteggere i dipendenti dall’epidemia. Nel frattempo, però, 60 milioni di cinesi restano a casa e comprano online, soprattutto prodotti sanitari. Con il risultato che si prevede che giganti dell’e-commerce come Alibaba, Taobao, JD.com e Pinduoduo incrementeranno ulteriormente le vendite arricchendosi mostruosamente se il mercato cinese, secondo il report di McKinsey, solo nel 2019 ha rappresentato 1.5 trilioni di dollari.

Insomma, se fino al 2000 il mercato cinese era una piccola fetta del mercato globale, un misero 2% in termini di vendite, oggi è il paese in cui si fanno i maggiori profitti secondo una ricerca di Bain & Company: il 35% degli acquisti di beni di lusso (moda, orologi e gioielli) sono stati fatti in Cina o da cinesi in giro per il mondo ed è solo il 2% in meno degli acquisti di Stati Uniti e Europa messi insieme. La Sars è costata 7 miliardi di dollari in perdite al mercato globale delle linee aeree e si suppone che con il Coronavirus andrà anche peggio non solo alle compagnie che volano, ma un po’ a tutti. Per dire. In un giorno qualunque di febbraio Lvmh ha perso in borsa circa il 7%, Kering il 5%, Moncler oltre il 7% e Burberry il 5%. Ed è proprio per questo che i brand del lusso stanno cercando a loro volta di essere parte della soluzione. Il gruppo LVMH di Bernalr Arnaud, oltre 70 marchi tra cui Christian Dior, Bulgari, Fendi, Céline, ha donato 2,3 milioni di dollari alla Croce Rossa cinese per le forniture mediche e Kering (Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga ect) ha versato un milione di dollari alla Croce Rossa di Hubei, la regione più colpita dal virus.

Già Metternich osservava che «tutte le volte che Parigi starnutisce l’Europa si prende il raffreddore» riferendosi alla rivoluzione democratica provocata dai moti del 1848. Ecco, oggi abbiamo la prova che lo stato di salute della Cina influenza non solo il benessere del mondo, ma il futuro della nostra economia.

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Linkiesta Paper Estate 2020