Calma e schiaffiLa crisi del coronavirus nel paese più pazzo del mondo

Proclamare da tutte le televisioni che non bisogna farsi prendere dal panico non è tranquillizzante, tantomeno se prima si sono sparati numeri da pandemia. Quello era il momento di abbassare i toni, ora è molto più complicato

LUDOVIC MARIN / AFP

Molto può e deve essere tollerato, in nome dell’emergenza, dell’obiettiva difficoltà di capirci qualcosa e della gravità del momento. Ma è perlomeno singolare che il capo del governo e il ministro della Salute, dopo essere corsi per primissima cosa a dichiarare l’emergenza in conferenza stampa, dopo essersi vantati per giorni di aver fatto più e prima di tutti gli altri paesi d’Europa e del mondo, dopo aver chiuso, riaperto e richiuso come una fisarmonica – in accordo o in bisticcio con Regioni e Comuni – scuole, gite scolastiche, pub, fabbriche, musei e ristoranti, adesso ci vengano a dire che non dobbiamo esagerare. Noi. Ma soprattutto è singolare che ce lo vengano a dire mentre continuano a occupare l’intera programmazione televisiva e telematica in un profluvio di informative, conferenze stampa e comunicati di guerra che non possono che comunicare allo spettatore l’esatto contrario. Lo spettatore infatti si sente ormai come la passeggera dell’Aereo più pazzo del mondo davanti alla lunga fila di compagni di volo che facevano a gara per schiaffeggiarla, a turno, urlandole di calmarsi.

Molti errori possono e devono essere capiti, giustificati e perdonati, in nome dell’incredibile sforzo e dell’eccezionale difficoltà della prova, ma non a coloro che fino a ieri si sono vantati di aver fatto più di tutti gli altri paesi del mondo e ora si meravigliano se gli altri paesi del mondo ne traggono le conseguenze, e giudicano la nostra situazione più grave della loro. Tanto più se la soluzione è affidare a Luigi Di Maio il compito di mettere in guardia i giornalisti stranieri dalle fake news (argomento su cui, va detto, vanta almeno una certa competenza) e dalle letture distorte che presentano l’Italia come un paese in piena emergenza (cioè, se ne dovrebbe dedurre, dal leggere la stampa italiana, e soprattutto le dichiarazioni dei membri del governo).

Molto può e deve essere sopportato con pazienza e fiducia, ma sarebbe più facile se coloro che oggi fanno appello alla calma e ci ingiungono di non farci prendere dal panico tenessero conto dell’effetto contro intenzionale dei loro continui proclami. E riflettessero che anche per questo, verosimilmente, altri paesi hanno preferito una linea più cauta, e oggi possono anche permettersi di dire, se necessario, che il quadro è cambiato e si è fatto più grave, senza perdere credibilità e soprattutto senza perdere il controllo della situazione.

Ma se prima dici che la situazione è gravissima e poi dici che dobbiamo andare avanti come prima, quello che l’ingenuo ascoltatore capisce è che lo stai mandando allo sbaraglio. Se tu stesso mi sei venuto a dire che era un’emergenza nazionale quando i contagiati erano due, come puoi pensare di convincermi del contrario quando i contagiati sono più di seicento? Il momento di abbassare i toni – e anche i numeri, senza sparare a caso semplici «sospetti» – era allora. Adesso è tremendamente più complicato.

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