Gli sceriffi contro il capitanoIl coronavirus fa riscoprire sindaci e governatori, i leader delle comunità (non le macchiette da talk show)

Da Luca Zaia a Beppe Sala, i dirigenti locali non cercano la bella figura “mediatica”. Conoscono il loro territorio e sanno come chiedere alla loro gente i sacrifici da sopportare. In “guerra” ci si aiuta. Solo Matteo Salvini non ha capito niente, un’altra volta

MIGUEL MEDINA / AFP

Era già avvenuto con i terremoti degli ultimi anni, con le alluvioni, con il crollo del ponte Morandi. Accade ora nella guerra al Coronavirus. I sindaci e i governatori in battaglia diventano veri dirigenti del popolo, coloro che concretamente guidano le comunità, quelli che meglio comunicano e che più sono ascoltati. Troppo spesso si tende a dimenticare questa realtà intimamente democratica, perché dal popolo trae la sua forza e al popolo la restituisce in forma di governo reale. In questi drammatici giorni vediamo in televisione esponenti di vario colore politico, Luca Zaia o Beppe Sala – per dire i più noti -, e capiamo perché i milanesi e i veneti si fidano di loro. L’esperienza di governo, intesa come rimboccarsi le maniche e ficcare le mani nei problemi immediati delle comunità, li ha forgiati.

In fondo, Stefano Bonaccini ha vinto perché amministrava bene. Questi non hanno bisogno di cipria e di spin doctor. Collaborano con facilità fra di loro malgrado le appartenenze diverse. Non hanno bisogno di essere scienziati per capire che bisogna agire. Conoscono a menadito la macchina dello Stato – la sola arma di cui dispongono -, sanno a memoria com’è fatto il loro territorio, intuiscono come chiedere alla loro gente i sacrifici da sopportare. Come gli sceriffi dei vecchi western, fiutano da dove verrà il vento e immaginano quando attaccare. Il popolo, quello stesso popolo che su “Roma” è perennemente scettico, dei “locali” si fida. Perché li hanno eletti direttamente, certo. Ma si fidano anche del sindaco dello schieramento avverso, che in battaglia diventa il comandante in capo di tutti.

È una gran fortuna dell’Italia, questa di avere una rete di governatori e sindaci forti. Si ha l’impressione che a loro non importi molto di fare una bella figura “mediatica” o di superare in appeal l’avversario politico. Non hanno i vizi, le manie, le fobie dei politici romani. Non gliene frega niente della popolarità a buon mercato. In questo, è gente di Stato.

E “Roma”? Anche “Roma” è al lavoro, e ci mancherebbe. Onore al merito. Fa bene Giuseppe Conte a entrare nelle case degli italiani, fa bene il governo a dirigere tutta la macchina (anche grazie alla Santa Protezione civile) e soprattutto a coinvolgere l’opposizione. Non sappiamo se l’emergenza-coronavirus vada affrontata come una guerra, in ogni caso si è deciso di sì. E in guerra si collabora, tutti. Malgrado qualche iniziale protagonismo di alcuni ministri, adesso il comportamento del governo pare ineccepibile. Infatti gli italiani apprezzano questo clima da unità nazionale e – diciamolo pure – di sostanziale sospensione della lotta politica.

Il centrosinistra è da subito entrato naturaliter in questo scenario proprio nel momento di massima frizione interna, ora giustamente messa da parte (con la strana eccezione di Carlo Calenda); il Movimento Cinque Stelle è scomparso, similmente alla sparizione nel collegio di Napoli dove ha vinto la sinistra e che era in mano sua; a destra Giorgia Meloni ha compreso bene la novità e si è adagiata nella parte senza sforzo. Solo Matteo Salvini non ha capito niente, un’altra volta. Chiedere la caduta del governo in un momento come questo stride con quel sentimento popolare che lui pretende di ben interpretare, lo isola dal comune sentire della politica, lo espone alle critiche di suoi stessi elettori del Nord. Impari da Zaia, Salvini, invece di continuare a citofonare, non capendo che l’Italia è in combattimento.

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