Da remotoCi voleva il coronavirus per ricordare all’Italia che esiste lo smart working

L’emergenza sanitaria sta portando a lavorare da casa molte più persone del solito, ma in condizioni normali siamo tra gli ultimi in Europa per utilizzo del telelavoro. Perché? L’anzianità dei lavoratori, la dimensione delle aziende e una cultura digitale poco diffusa

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Ci voleva forse l’epidemia di coronavirus per portare l’Italia ai livelli europei, avvicinandoci di colpo al resto dei Paesi occidentali, nell’ennesima classifica dove invece solitamente restiamo indietro. È troppo presto per dirlo, ed è possibile che, a emergenza finita, le concessioni di cui i lavoratori stanno godendo in questi giorni diventino solo un ricordo. Ma, intanto, l’Italia sta conoscendo come non mai il telelavoro, altrimenti detto, in maniera più cool: smart working.

Fino a questo momento, infatti, eravamo tra coloro che utilizzano meno questo strumento in Europa, con appena un 4,8% di persone che lavorano, in maniera stabile od occasionale che sia, da casa. Siamo, per dire, allo stesso livello della Lettonia, al di sotto anche della Grecia. Solo in Romania, Bulgaria e Nord Macedonia la percentuale di adozione dello smart working è stata in questi anni al di sotto di quella italiana.

Altrove, come nei Paesi Bassi e in Svezia, invece, si raggiungono cifre record: rispettivamente 35,7% e 34,7%. E si supera comunque il 30% in Finlandia e il 20% in molti Paesi occidentali, come Regno Unito, Francia, Belgio, Austria.

Certo, il fatto di avere economie più o meno basate sulla manifattura, dove lo smart working è un’opzione molto meno fruibile, ha il suo peso. Non è un caso che in Germania, ad esempio, si adotti il telelavoro molto meno che in Paesi altrettanto avanzati. Ma è chiaro che non può essere questa la causa principale della refrattarietà italiana in questo campo.

Tra l’altro, negli ultimi anni non ci sono stati molti progressi. Facendo un paragone con gli anni Duemila, c’è addirittura un calo della percentuale di lavoratori che usano lo smart working (lo stesso è avvenuto in Germania), mentre in Francia c’è stata una crescita e nel Regno Unito una sostanziale stabilità. Il punto fondamentale però rimane quello: nel resto d’Europa si lavora da casa il triplo o il quadruplo che da noi.

I dati più interessanti però riguardano chi utilizza di più lo smart working nei vari Paesi.

In Centro e Nord Europa, quindi in Svezia, Danimarca, Finlandia, ma anche nel Regno Unito e, in misura più piccola, in Germania, il telelavoro è più diffuso tra i 40-59 enni che tra gli over 55. È il segno sia di un incremento dell’adozione del lavoro da remoto negli ultimi anni 10-15 anni, ma anche di un utilizzo a scopo di welfare familiare per chi ha dei figli.

E infatti, anche se nel complesso sono gli uomini, più delle donne, a usare lo smart working, proprio in questi Paesi la differenza in termini di età si riscontra in maniera più marcata se si prendono in considerazione le lavoratrici.

Unico il caso dell’Estonia, dove più di tutti a fare smart working sono i giovani. Il 21,5% di chi ha 15-39 anni, contro il 19,9% di chi ne ha 40-59 e il 14,9% di chi ne ha tra 55 e 65. Non è un caso che sia in effetti il Paese più digitalizzato d’Europa, ovvero quello che ha adottato per primo l’utilizzo del web in ogni ambito, in primis nell’Amministrazione pubblica. E che, essendosi trasformato in fretta, vive un grosso divario tra i lavoratori più anziani e quelli più giovani.

L’Italia, va detto, è in una situazione molto diversa da quella estone, e però potrebbe comunque trarre esempio da Paesi più vicini, come Austria, Svizzera e Francia, dove sono invece i lavoratori più anziani a essere maggiormente coinvolti nello smart working – fino al 28,6% dei lavoratori tra 55 e 65 anni in Austria, e comunque oltre il 20% in Francia e Belgio.

Il telelavoro sarebbe uno strumento per rendere maggiormente sopportabile l’allungamento dell’età pensionabile, un fatto che in futuro, piaccia o meno, sarà inevitabile. Oltre che per ovviare alla sempre maggiore incidenza di lavoratori più vecchi nelle aziende.


In Italia, invece, anche tra chi ha più di 55 anni l’uso dello smart working non solo non è cresciuto negli anni, ma è addirittura leggermente calato.

Un ruolo, in questo senso, ce l’ha la struttura del mondo del lavoro del nostro Paese. Chi tradizionalmente ricorre di più al telelavoro sono infatti i lavoratori autonomi, in particolare quelli con o senza dipendenti, e i freelance. Sono anche coloro che più hanno ridotto, in proporzione, la propria percentuale di uso dello smart working.

Uno dei motivi sta nel fatto che a diventare partite IVA sono sempre più non tanto gli effettivi lavoratori autonomi, cioè professionisti che hanno lo studio a casa e piena libertà d’azione, quanto piuttosto i giovani cui viene chiesto di lavorare come se fossero dipendenti in tutto e per tutto, compresa la presenza sul posto di lavoro e le mansioni, fatta eccezione che per il contratto.

Ed essendo l’Italia uno dei Paesi con più autonomi questi cambiamenti hanno inciso molto.

Così come ha inciso il fatto che siamo un Paese di piccole e micro aziende: anche qui, ce lo dicono le statistiche più recenti, il ricorso al telelavoro accade in misura pari a un terzo di quello che succede in quelle di grandi dimensioni, che invece scarseggiano in termini di numeri.

La natura manifatturiera di tante piccole e medie imprese italiane, la mancanza di una cultura digitale in particolare tra i tanti lavoratori anziani e la minore concentrazione di servizi che permettono uno svolgimento quasi integrale da remoto, sono tra i fattori che da sempre ci tengono fermi e lontani dallo smart working e dai risparmi per le aziende che questo comporta.

Per smuovere un Paese immobile come l’Italia ci vogliono eventi eccezionali. Con il coronavirus, questo sembra essere successo.

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