Neoclassicismo popGiovanni Truppi e la nuova e antica arte della canzone italiana

Calcutta, Gazzelle e Fulminacci cercano con successo nuove strade per la canzone d'autore, ma il cantante napoletano va controcorrente e con stranezza seventies e echi di Sufjan Stevens non rinnega i maestri della tradizione né pensa di superarli. Duetti con Brunori, Niccolò Fabi e Calcutta

Come funghetti, spuntano i dischi d’un sottogenere imprevedibile: se la casa-madre, infatti, è sempre quella della canzone d’autore italiana se la sua ultima incarnazione è quella della genìa dei Calcutta, Gazzelle e Fulminacci – con tutti i relativi addentellati che includono l’it.pop e le costellazioni ritmiche contemporanee – esiste una produzione parallela che prende corpo poco a poco e che, per comodità, etichetteremo (con sicuro fastidio dei titolari) come “neoclassica”. Perché cosa c’è di “neo” e di “classico” in questi artisti e negli album che vanno disseminando? Sostanzialmente una ritrovata adesione, diremmo quasi una rispettosa osservanza, di un canone compositivo, di scrittura musicale e di speculazioni testuali, che si riconnette col fusto centrale della genealogia della nostra canzone, quella del lungo periodo (appunto) classico, che congiunge temporalmente Luigi Tenco a Luca Carboni, transitando per tutti i sublimi nomi che conosciamo.

Nel mezzo è intervenuto uno iato piuttosto lungo, un rispettoso distacco, diversi tentativi di svariare e, come detto, lo sbocciare d’un filone autenticamente originale, che ha usato una specie di gap generazionale come piattaforma da cui ripartire. Ma poi ci sono questi figli e figliastri, che non rinnegano i padri né pensano necessariamente a superarli, ma piuttosto s’accucciano nei loro dintorni, portando con loro un loro campionario di esperienze e atmosfere che appartengono al presente (il “neo”, no?) e da qui ripartono. Il 38enne napoletano Giovanni Truppi è un assai interessante esponente di questa produzione “di continuità”, sebbene per lui probabilmente rappresenti più un punto d’arrivo, dopo esordi più scapigliati, piuttosto che un programma di partenza. Con lui poi potremmo citare, ad esempio, Lucio Corsi e il più popolare di questi tempi, Dario Brunori, che già ha conseguito la benedizione e il beneplacito di vari ragguardevoli precursori.

Truppi, però, ci piace molto per come questa sua raggiunta compostezza ispirata riesca a coniugarla con una strisciante vena di stranezza (assai Seventies) e con una libertà anarco-bohemien (riflessi di Sufjan Stevens) tenuta a bada, ma non completamente sopita. L’attimo piacevolmente “neoclassico” nel percorso di Giovanni coincide con la sua quinta uscita discografica, un extended play appunto intitolato “5”, essenzialmente una derivazione del suo ultimo album, “Poesia e Civiltà”, uscito un anno fa. Dei cinque pezzi in scaletta, tre infatti facevano già parte di quella tracklist, mentre due sono inediti, comunque registrati nella medesima temperie creativa.

La cosa in più che Truppi aggiunge qui sono i duetti, proprio con Brunori, poi con Niccolò Fabi, Calcutta e con Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista: e non sono incontri casuali, né ridondanze vocali, ma dei riusciti esperimenti di chimica elementare tra voci e attitudini, che danno respiro e ricchezza ai pezzi, perfino una certa solennità e il piacere di ascoltare voci musicalmente dialoganti, non solo compresenti in una canzone (e in questo la bella “Procreare” cantata con Brunori è l’esempio migliore). Ma c’è dell’altro, che rende speciale questo breve esperimento di Truppi: lo si può descrivere con la sensazione d’ascoltare un cantautore arrivato al perfetto grado della sua maturazione artistica.

Poco importa – anzi incuriosisce – che questo perfezionamento coincida con la “normalizzazione” del suono di Giovanni, con questo suo accostarsi a un formato compositivo che non sorprende e non innova, pur dimostrandosi capace di allestire un quadro completo ed emozionante. Prendiamo il pezzo più forte della raccolta, l’intensissimo “Conoscersi in una Situazione di Difficoltà”, magistralmente costruito a due voci intrecciate tra la sua e quella diversissima e sofferta di Niccolò Fabi. C’è una batteria elettronica elementare, un tappeto sintetico, echi che s’inseguono, puntualizzazioni pianistiche e sopra si stende una grande storia d’amore e di promesse, in cui si dicono cose come “Stare con te / mi definisce. / Se ti dò la mia solitudine / tu mi dai la tua solitudine”, mentre la rappresentazione acquista spessore, il racconto funziona e decolla, la canzone s’espande, coglie al volo altri significati, molti dei quali, come nei casi migliori, provvisti dall’ascoltatore, ormai immerso nel suono, nel vortice.

Sono sensazioni su cui si è costruita la leggenda della migliore canzone italiana, che l’hanno fatta grande, eterna e irrinunciabile. E mentre ora si sono aperte altre strade e altre forme di conversazione tra musicisti e ascoltatori, è piacevole imbattersi in episodi come questi, che rinverdiscono un modo di vivere la musica, di suonarla, ma anche di farla propria nell’atto d’ascoltarla davvero. Truppi, con la sua faccia cinematografica e il suo spartano look in canottiera, ma soprattutto con la sua nuova ricerca musicale, raccoglie un filo appena sepolto dalla polvere, e se lo annoda alla caviglia. Vedremo dove lo porterà, vedremo se resterà intatto o se magari, spezzandosi, darà vita ad altre sorprese, di volta in volta ascrivibili allo ieri, all’oggi o al domani.

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