Fermi tutti, tutti fermiL’Italia è un Paese immobile, quanto le sue imprese

Piccole e medie realtà schiacciate da tasse e burocrazia, un costo del lavoro troppo alto, scarsa produttività. I problemi dell’economia italiana si conoscono da anni, eppure nulla cambia. Finendo per farci rimpiangere i “bei tempi andati” (ma quali, poi?)

Photo by Ant Rozetsky on Unsplash

Dopo oltre un ventennio, che l’Italia sia anche quest’anno, per l’ennesima volta, ultima nelle previsioni della Commissione Europea sulla crescita del PIL non fa quasi più notizia. Degna di nota è piuttosto la penultima posizione, soprattutto se questa è occupata, come nel caso di quest’anno, dalla Germania, per una sorta di Schadenfreude (la gioia provocata dalle disgrazie altrui) che rimane una delle ultime nostre magre consolazioni.

È superfluo ormai dire che la nostra crescita asfittica ha caratteristiche strutturali. Ma cosa c’è alla base? La prima voce da sentire è quella delle imprese. Le quali all’Istat dichiarano che a costituire il maggiore ostacolo alla competitività sono gli oneri amministrativi e burocratici. Questo vale per quasi tutte le tipologie di aziende, ed è un problema più impellente che non la mancanza di risorse finanziarie o un contesto socio-ambientale poco favorevole.

Anche la mancanza di personale qualificato o la difficoltà di reperirlo tout court, problemi tipici di economie più floride, vengono solo dopo, nonostante il basso livello d’istruzione degli italiani. Mentre è solo nelle aziende più grandi che altri ostacoli, più specifici, diventano più importanti di quelli generati da una burocrazia e da una Pubblica Amministrazione che rimangono sempre indietro.

Perchè c’è impresa e impresa, e quella di dimensioni micro, con meno di 10 addetti, ha caratteristiche e problemi molto diversi rispetto a quella che ha centinaia di dipendenti. La scarsità di risorse finanziarie, non a caso, riguarda molto di più le realtà piccole, che del resto costituiscono anche la grande maggioranza delle realtà imprenditoriali italiane. Considerando le imprese con meno di 50 addetti, parliamo del 97,6% del totale, che occupano il 55,6% di tutti i lavoratori.

E anche questo squilibrio tra la proporzione di piccole o piccolissime aziende e quelle grandi, molto più accentuato rispetto a quanto si riscontra in altri Paesi, è esso stesso, d’altronde, un elemento strutturale della nostra stagnazione.

Lo si riscontra anche nelle motivazioni della mancanza di assunzioni. Quelle che, nonostante l’aumento dell’occupazione negli ultimi anni, sono state così scarse da farci rimanere tra gli ultimi in Europa quanto a tasso d’occupazione, pur non essendo certo ultimi per reddito.

Anche in questo caso, sia nelle piccole aziende, così come in quelle che occupano più lavoratori, rimane il problema del costo del lavoro troppo elevato. È questo un ostacolo per circa metà delle imprese. Così come l’incertezza sulla sostenibilità dei costi per l’assunzione di nuove risorse. Solo per le realtà sopra i 100 addetti diventa più scottante il problema del reperimento di personale con le competenze tecniche o trasversali necessarie.

Vi è quindi un doppio problema nell’economia italiana, almeno nel settore privato.

Da un lato, la presenza di ostacoli antichi, di cui si parlava già trent’anni fa e mai risolti, come il costo del lavoro, dato appunto da una tassazione eccessiva e una burocrazia inefficiente, e dall’altro l’anomala prevalenza di tipologie aziendali, la piccola e micro impresa, in cui tali ostacoli pesano in misura ancora maggiore, e in cui la produttività è più bassa, tale da rendere a maggior ragione gravoso il costo del lavoro.

E non migliora la situazione il fatto che a crescere di più in termini di assunzioni, negli ultimi anni, siano stati quei settori che più di tutti lamentano come principale ostacolo il costo del lavoro, ovvero quelli che si occupano di alloggio e ristorazione, o trasporto e magazzinaggio.

Il fatto di diventare un’economia sempre più orientata verso attività a basso margine, in cui si “vince” solo limitando gli stipendi, è un altro forte freno all’uscita dal lungo declino.

Il sistema è rimasto antiquato anche nell’ambito forse più importante, quello delle fonti di finanziamento delle imprese.

A prevalere, infatti, è l’autofinanziamento. Che sebbene sia maggioritario un po’ per tutti, lo è soprattutto per le aziende micro, con meno di 10 addetti. Le quali sono anche quelle che accedono di meno al credito, nonostante i tassi di interesse siano ormai bassissimi.

L’utilizzo di equity, ovvero di mezzi propri, è riservato soprattutto ai grandi. Meno del 10% delle piccole imprese vi fa ricorso, nonostante i grandi patrimoni italiani, che però, lo sappiamo, sono tesaurizzati soprattutto nel mattone.

E le forme più moderne di reperimento di capitali, che all’estero riescono ad agevolare la nascita e la crescita di molte aziende, soprattutto nel mondo delle startup, rimangono nel nostro Paese quasi sconosciute. I minibond, ad esempio, sono stati adottati solo da poco più dell’1% delle grandi imprese e da praticamente nessuna di quelle piccole, nonostante sia una misura nata proprio per le PMI e le aziende non quotate in Borsa.

Così gli aumenti di capitali con IPO (Initial Public Offering) hanno interessato solo lo zero virgola delle aziende, o l’apporto di capitale di rischio (venture capital) da parte di investitori.

Non pervenuto, infine, il crowdfunding.

È il ritratto di un Paese vecchio anche in quello che dovrebbe essere il suo aspetto più dinamico, quello delle imprese private, che risentono del peso del nanismo aziendale e allo stesso tempo dell’arretratezza del settore pubblico.

Un Paese sempre uguale, con problemi immutati, a cui forse va proprio bene così, viste le resistenze a ogni riforma e la strisciante voglia di ritornare a fantomatiche epoche d’oro, reali o mitiche che siano. Un tempo in cui lo Stato risolveva tutto, almeno in apparenza.

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