La rivoluzione sarà trasmessa a Domenica InGiù le mani da Mara Venier, la zia degli italiani

La conduttrice televisiva è accusata di maltrattamenti del personale Rai, ma si è difesa raccogliendo solidarietà di colleghi ed ex mariti come Jerry Calà. Se fosse vero, bisognerebbe darle il Tg1

A Mara Venier calza a pennello una definizione che Edmondo Berselli usò per Silvio Berlusconi: «Il particolare tipo di milanese che nei caffè e nei trani a gogò chiamano il veneziano – equivalente lombardo del fasso tutto mi, l’uomo che si sente capace di tutto, di qualsiasi impresa, di qualunque avventura». Preciso. Venier dunque non solo è una veneziana di nascita, ma pure un veneziano di spirito.

Fa tutto lei, è proprio così. La mamma, la nonna, la zia, la presentatrice, la casalinga, la salottiera, la conduttrice, la condottiera. Caccia i gabbiani dal terrazzo di casa sua con la mazza con la stessa disinvoltura casereccia – chiamatelo, se volete, pragmatismo – con cui intervista Achille Lauro.

Lavora pure con 40 di febbre, anche se le tocca dormire quattro ore a notte per settimane. Lavora sempre. Non si è stacanovisti senza nuocere a sé stessi e agli altri, tuttavia, e infatti da qualche giorno la zia d’Italia sta vedendosela assai nera per via di uno status di Facebook nel quale la si accusa di essere una maltrattatrice di personale Rai di lungo corso – pasticciaccio che, se confermato, accrescerebbe il consenso già quasi plebiscitario di cui Venier gode, visto e considerato che gli italiani amano zia Mara ma disamano mamma Rai (battuta, scusate).

Nel detto status si legge: «L’aggressione verbale – offese personali, insulti e minacce – immotivata e demenziale perpetrata nei confronti di un nostro collega nello svolgimento delle sue normali funzioni professionali, durante la trasmissione Domenica In, posta in atto dalla conduttrice del programma, è solo l’ultimo episodio increscioso di una lunga sequenza che impatta negativamente sull’intera categoria di ispettori di produzione», ha scritto su Facebook Ferdinando Clemenzi, poi condiviso da Riccardo Laganà, Consigliere di Amministrazione e da diversi altri più o meno notabili dell’azienda, che hanno avuto la prontezza di capire che stava prendendo forma il loro proprio #metoo e quindi hanno evidenziato che quei soprusi sono all’ordine del giorno e fanno metodo, scuola, proseliti, tantoche «il clima lavorativo generatosi è particolarmente difficile e affatto sereno».

A parte i litigi e le aggressioni che violano non solamente la deontologia professionale ma pure «le regole civili dei rapporti interpersonali», sembra (riportiamo voci off Facebook) che Mara Venier sia un’arrogante, una prepotente, una diva capricciosa, quasi una bulla.

Ora, poiché la Rai è un grande ministero e voi siete maliziosi, state certamente pensando che un ministeriale medio ha un unico modo per sopravvivere a un capo stacanovista: denunciarlo per maltrattamenti. Siete maliziosi, e anche qualunquisti, e semplicisti, e linotipisti, eccetera eccetera.

E però, in fondo, siete anche brave persone e sapete che i capi stronzi, pazzi, maniaci, sadici capitano, eccome, e sono in grado di rovinare molte vite, molti matrimoni, molte cene di Natale e molti dopocena di compleanno, o dopocena normali (quella cosa che dopo i trentacinque anni è più nota come fase rem). E sperate, in quanto bravi e persino ottimisti, che questa rivolta contro Mara non c’entri niente con l’ipersensibilità del nostro tempo, ben esemplificata dalla generosità con cui si elargisce lo statuto di abusato a chiunque finisca in una situazione che gli risulta sgradevole.

Non c’è litigio, screzio, insulto che non abbia la sua quota di punibilità social, che non sia sussumibile in un vizio culturale da esorcizzare e in nome del quale sono stati perpetrate violenze indicibili ai danni dei diversi. Nell’ultima settimana, Marco Masini è diventato un carnefice del body shaming per aver detto a Elodie «mangia di più» e Giorgio Armani ha accusato la moda di stuprare le donne: l’alieno che fosse capitato sulla terra da una quindicina di giorni penserebbe che bastano queste due esagerazioni, che pure dicono qualcosa di giusto e legittimo (su chili altrui non si sta a sindacare; gli stilisti hanno alimentato ossessioni, insanie, manie per decenni), per avere almeno il dubbio che il Veniergate soffra della medesima tendenza a ingigantire fatti, misfatti, impatti. Speriamo non sia così. Perché un punto che tendiamo a sottovalutare è che se oggi tutto è violenza, domani niente sarà più violenza.

L’anno scorso, Vanity Fair pubblicò un’intervista a Lina Wertmuller, nella quale a un certo punto le veniva domandato come mai portasse i capelli corti. Risposta: «Per comodità». Domanda successiva: «Non per farsi rispettare dalla troupe?». Risposta: «Figuriamoci se ho questo problema. Sul set mi temono perché sono una che mena». «Davvero?» Risposta: «Vuole che le faccia vedere? È un temerario lei». Chi ha la fortuna di lavorare con i fuoriclasse, un pochino, ogni tanto, le prende – e fanno male, molto male.

Comunque, Venier ha smentito tutte le accuse e ha detto di aver dato incarico ai suoi avvocati di decidere la maniera migliore per difendersi e, soprattutto, dimostrare l’infondatezza di questa crociata di categoria contro di lei. Suo marito Nicola Carraro, invece, ha avanzato ipotesi complottiste e sessiste (ha scritto e dichiarato che quando un programma va a gonfie vele ed è per di più condotto da una donna, infastidisce molte persone) e si è prodigato nella difesa di lei a mezzo Instagram, lanciando l’hashtag #iostoconmara, al quale hanno indirizzato la loro solidarietà anche molti altri, tra cui Rita Dalla Chiesa e Jerry Calà (quante di noi avranno, a settant’anni e passa, ex che le difenderanno pur dopo averle tradite innumerevoli volte, molte delle quali erano andate loro a ripescarli di persona da mucchi di femmine e papponi, menandoli e sputtanandoli, come ha fatto lei? Ma non basta questo per stare dalla sua parte? No, certo, non basta, la deontologia prima di tutto – uffa, quant’è difficile).

La questione è parecchio seria e Domenica In rischia di finire in altre mani. Quando, nel 2006, le tolsero di nuovo il programma (controversa questa zia d’Italia!), Edmondo Berselli, che non l’amava ma temeva che al suo posto arrivasse una X gradita al Vaticano e all’allora direttore di rete Fabrizio Del Noce, destrorso, scrisse: «Ci tocca difendere Maria Venier» e «sarebbe piuttosto strano se la rivoluzione della Rai dovesse cominciare proprio dalla Venier. Conviene seguire bene la vicenda».

La seguiremo, insieme alle conseguenze della multa che l’AgCom ha appena comminato alla Rai per i servizi «faziosi» dei telegiornali e il «mancato rispetto dei principi di indipendenza, imparzialità e pluralismo». Tutte virtù cardinali nelle quali Mara Venier eccelle. In caso, datele il Tg1.