La rivoluzione musicale non sarà dimenticataEcco perché Gil Scott-Heron è ancora rilevante

A dieci anni dalla morte del precursore del rap con “The Revolution Will Not Be Televised”, il giovane batterista Makaya McCraven rielabora e fa rinascere il suo ultimo album “I’m new here” producendo un disco super cool

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Musicista e poeta, prima di tutto per musicisti e poeti, e anche per coloro che hanno sempre amato sedersi a riflettere e a “sentire” accanto alle casse di un giradischi, Gil Scott-Heron, morto nel 2010 dopo un’interminabile decadenza fisica, resta in sospensione e rinnova ciclicamente la sua fascinazione, grazie a contributi inattesi e in certi casi, come questo, sbalorditivi. E questa è una storia che ruota proprio attorno ai concetti di permanenza e rinnovamento. Dunque bisogna rapidamente partire dalla parabola di Scott-Heron, dalla sua formazione in un’atipica famiglia afroamericana degli anni ’50-‘60, il padre che scappa in Scozia per fare il calciatore nei leggendari Celtic di Glasgow, la nonna che gli inculca, nel sonnolento Tennessee, i primi rudimenti d’una coscienza razziale, l’indirizza alla musica, gli fa scoprire Langston Hughes, e infine la madre da cui torna a vivere, scoprendo il nuovo mondo nella parte bassa di Manhattan. Poi il veloce rivelarsi di Gil come un raro talento interdisciplinare, che scrive, declama, canta, soprattutto mette prematuramente tutto assieme in una scioccante parola ritmica sui versi di “The Revolution Will not Be Televised”, che lo fa famoso ed è l’antipasto del rap, dieci anni prima, ennesima testimonianza che le vere scoperte della cultura popolare possono, sempre e solo, venire dalla strada.

Gil ha successo, ha un partner straordinario nel pianista Brian Jackson, anche i suoi libri vengono ben accolti, si guadagna subito uno scranno di prima fila nel complesso procedimento di riscatto che i neri metropolitani allestiscono con un’energia formidabile. Negli anni Settanta i suoi titoli si susseguono e si definisce la sua figura di cronista alto e distaccato d’una sofferenza collettiva, che si atomizza in un dramma personale, nel quale ogni abuso gioca la sua parte, senza pentimento ma quasi con indolenza. Ma col passare degli anni gli eccessi di droga piegano la salute e la vena creativa di Scott-Heron: la produzione s’indebolisce, diventa più rarefatta, poi la sua silhouette così iconica scompare dai radar.

Salvo riapparire a sorpresa quando il nuovo millennio è già inoltrato, grazie all’ostinazione affettiva d’un suo ammiratore, il produttore inglese Richard Russell, boss dell’etichetta XL, che con la complicità dell’amico Damon Albarn, stana Gil e riesce miracolosamente a convincerlo a tornare in sala d’incisione. Le forze sono allo stremo, la cannibalizzazione del suo corpo è consumata, ma la scintilla ancora pura produce un capolavoro battezzato “I’m new here”, nel quale l’artista deposita la confessione conclusiva del suo percorso da singolare osservatore – mai da giudice – della società americana del Novecento, in una sinfonia di memoria, tra echi, blues, funk e jazz, Africa e Harlem. Poi Scott-Heron muore, ma quest’opera, nemmeno ultimata, lo riproietta inaspettatamente sul mondo musicale al quale apparteniamo oggi. E avviene un fenomeno strano: la sua musica, più che storicizzarsi, resta a galla, rappresentando ancora un fattore attivo, plasmabile, col quale è possibile connettersi fino a parteciparlo, farlo proprio. Ci prova già nel 2011 Jamie xx che rimissa il disco, lo manipola, ne fa materia viva e in progress, costruendo le premesse per la realizzazione di un pop hit come “Take Care” di Drake e Rihanna, che decolla proprio dal seme piantato contenuto nel canto cigno di Gil.

Ma adesso, nel decimo anniversario della sua morte, è di nuovo Richard Russell a prendere l’iniziativa, creando le premesse per un’operazione musicale, artistica, soprattutto intellettuale che appare tanto anacronistica quanto entusiasmante. La “sceneggiatura” di “I’m new here”, insomma i nastri, le tracce separate, in particolare quelle su cui è incisa la voce di Scott-Heron, i suoi versi in forma libera, il suo frugare nel passato, le sue folgoranti intuizioni nel profondo d’una coscienza personale e collettiva, vengono affidati a un musicista strano e stimolante come Makaya McCraven – che a modo suo declina una lettura rinascimentale dell’occuparsi di musica oggi, spaziando dalla batteria jazz alla produzione, dalla maestria nell’arte del riuso e del campionamento, alla volontà di agire come memoria storica del suono da cui si sente generato, quel jazz di Chicago che più di ogni altro ha una matrice politica, un’intransigenza culturale, una volontà di essere arte aurale e visuale. McCraven prende l’ultimo capolavoro di Scott-Heron e ci penetra dentro come in un selva oscura e affascinante, portando con sé un arsenale indispensabile: la batteria che suona in modo sexy, le sue citazioni familiari – il padre Stephen, batterista come lui, nella band di Archie Sheep, la madre Ágnes Zsigmondi, cantante di ascendenze balcaniche – e soprattutto la sua intenzione di insufflare nel lavoro di Gil nuova vita, erigendo un monumento d’amore e rispetto.

L’album è un capolavoro di coolness, la voce di Scott-Heron giganteggia con potenza sacerdotale, le continue invenzioni di McCraven passano dal ricamo al florilegio, alla deflagrazione, le riflessioni del poeta sull’indomabile inquietudine di vivere da neri, nella paura e nel dubbio, in una nazione al tempo stesso madre ed estranea, valgono l’attualità dei paragrafi di Ta-Nehisi Coates. Il risultato è appagante e questa sensazione che la musica possa non finire mai, possa rinascere, venire riscritta, trovare perenne giovinezza laddove esista l’intenzione pura e la matrice forte, costituisce un’esperienza rinfrancante. Si può dire che fa tornare ad aver voglia d’America, in tempi in cui un sentimento del genere è seppellito sotto cumuli di polvere, delusioni e sconcertanti rivelazioni.

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