Contro il mercatoQuelli che vogliono sganciare l’istruzione dai voti e dai meriti, per affossare scuola e università

La Cgil festeggia l’abolizione della validità degli Invalsi e Antonio Scurati attacca sul Corriere della Sera il mito soffocante e ossessivo del voto e la pesantezza della macchina burocratica delle università. Vogliamo davvero tornare a come si faceva una volta?

A scagliare la prima pietra è stato Antonio Scurati, lasciando intendere, nel suo commento sul Corriere della Sera, che il tema dell’università è un qualcosa di curiosamente astratto, fuori da ogni metrica di giudizio. Almeno per lo scrittore. Dopo l’exploit sui finanziamenti europei alla ricerca, il giornale di Urbano Cairo ci casca di nuovo. Questa volta, ispirato dal documento dell’associazione Roars (Return on Academic ReSearch), l’autore di M. Il figlio del secolo si è lanciato in un virgolettato – da prima pagina – contro quelli che a suo parere sono i peggior mali dell’università italiana: «La burocratizzazione ipertrofica e il correlato asservimento di ricerca e insegnamento a sedicenti logiche di mercato. Il perno su cui ruota questo movimento a tenaglia di strangolamento dell’università è il mito soffocante e ossessivo della “valutazione”». Secondo il premio Strega, l’università italiana vive un limbo di oppressione dove la valutazione, asservita alle logiche di mercato, fa da acceleratore a un veleno latente che è la burocrazia. Tradotto: a essere messi in discussione sono proprio i principi di valutazione, di sostegno al merito, che dovrebbero guidare la costituzione di un polo accademico; allo stesso pari, anche gli Invalsi vengono sfilettati e sferzati, dopo l’emendamento atteso dalla Cgil, presente nel Decreto Legge Milleproroghe, con il quale sono state cancellate le norme che prevedono l’inserimento di quest’ultimi nel curriculum dello studente che si effettua al quinto anno di superiori.

Il documento sottoscritto da più di duecento professori universitari dal titolo Disintossichiamoci per Scurati è l’epitaffio di un settore oramai dilaniato. Per mano, soprattutto, di un primo e ingombrante responsabile: l’ipertrofismo normativo. «Con l’inizio del nuovo millennio, la vita del professore è sprofondata in un universo kafkiano di parametri pseudo-oggettivi, mediane, soglie, rating, metriche, decaloghi, indicatori, “somministrati” da una pletora di organismi e protocolli – Anvur, Invalsi, Ava, Gev, Vqr, Asn – tramite i quali i burocrati del sapere vessano sistematicamente studenti e docenti, con l’unico risultato di spegnere in loro ogni autentico desiderio di conoscere, ogni libero impeto a sapere, ogni possibilità di fecondarsi reciprocamente nell’eterno e rinnovato mistero dell’insegnamento».

«Condivido in pieno che esistano dei problemi nel mondo dell’università, in particolare quello italiano. Dovuto al fatto che in primis siamo sottofinanziati», spiega a Linkiesta Marco Cantamessa, Professore Ordinario al Politecnico di Torino. «Che la valutazione possa essere distorsiva è un dato di fatto, che esistano degli aggravi burocratici mostruosi perché l’Università è considerata, quando non lo è, una pubblica amministrazione come le altre è vero. Non mi sembra però corretto andare a creare un’enorme cortina fumogena dove si mette insieme questi oggettivi problemi con l’affermazione che la valutazione sarebbe un male, con il fatto che qualsiasi forma di meritocrazia e di avvicendamento ai mercati è uno sbaglio. Mi sembra un po’ una mistificazione, un richiamo a una vecchia università che è molto meglio che non torni».

La critica di Scurati prende in esame anche l’universo di sotto all’università, quello che prevede gli invalsi e il curriculum dello studente. I primi ormai in pensione sotto l’aspetto della validità in sede di esami di terza media e quinta superiore, il secondo di sicuro uno dei progetti più promettenti, ovvero un allegato al diploma di Maturità che contiene esperienze, competenze e conoscenze che lo studente ha accumulato negli anni di scuola, da presentare all’università o ai datori di lavoro.

Lo slogan dei detrattori insiste sul “siamo persone e non numeri”, la nuda realtà della scuola, invece, ricorda che come ogni altro fenomeno vitale, l’istruzione non può che affidarsi a misurazioni puntuali per studiare la realtà: la febbre non è la malattia, ma serve per capirla; la temperatura non è il clima, ma serve per studiarlo.

Non possiamo far finta di non sapere che l’Italia è ultima in Europa per fondi all’istruzione, che l’effetto combinato della crisi economica e delle trasformazioni demografiche aggrava la situazione post laurea degli studenti, (secondo l’Eurostat, quattro laureati su dieci non lavorano a tre anni dal titolo), e nemmeno che la spesa in ricerca privata risulta trainata dalle aziende, che segnano un 5,3% di più di investimenti sul 2016, o ci sono 14 mila ricercatori sottovalutati. Non si può e non si deve. Del resto, però, sarebbe autolesionista secretare i demeriti, gli orrori e i buchi neri, i voti della scuola, e così del Paese.

«Gli invalsi sono sia importanti sia utili. Come diceva Annamaria Testa magari sono un termometro un po’ sballato, ma comunque la febbre c’è», commenta Chiara Burberi, fondatrice di Redooc, piattaforma di education online. «L’ideale sarebbe una scuola che faccia ragionare, e non soltanto per un esame o durante un test di valutazione, ma sempre. Tutta la didattica dovrebbe essere problem solving, il focus centrale dell’educazione dovrebbero essere spingere gli studenti a ragionare in maniera differente. Tutti parlano di politiche e nessuno di strategie, la scuola ha bisogno di progetti con maggior visione». In fondo, come ripete Scurati, sarebbe così semplice: basterebbe tornare alla Costituzione repubblicana: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Così come libero ed essenziale, contro ogni definizione, è un sistema fatto di meritocrazia e voti.

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