Al balconeIl virus è la scusa ideale per sfogare il giustizialismo degli italiani

Prima si sfilava sotto le procure chiedendo ai magistrati di far sognare il popolo onesto. Adesso dalle finestre si controlla che qualche traditore della Patria abbia compilato il ventisettesimo modulo di autocertificazione

Wikimedia commons

L’italico bisogno di autoritarismo si è affidato per decenni alla soluzione giudiziaria: la crisi attuale denuncia che questa soluzione era fungibile e che quel bisogno trovava nell’azione della magistratura un riscontro di soddisfazione solo occasionale. Nell’urgenza dei provvedimenti di contenimento dell’epidemia, infatti, la funzione giudiziaria è pretermessa ed è piuttosto il potere esecutivo e di polizia a presidiare l’esigenza comune di tutela: che è solo un’altra forma, ma più bieca e spiccia, della pregressa pretesa di giustizia.

La moltiplicazione di provvedimenti governativi che infieriscono sui diritti individuali in elusione del controllo parlamentare; l’attribuzione al potere prefettizio di smisurate facoltà inquirenti, polverosamente definite di “monitoraggio” e in realtà rimesse a immagliare la vita delle persone e delle imprese in una guaina inestricabile di prescrizioni disorientate; ancora, l’elevazione a sbirro del militare posto a tenere in riga le città desertificate e sottotraccia, ma nemmeno tanto, la premiazione dell’idea che il cittadino adempia al proprio ruolo di buon italiano partecipando a quel complesso repressivo in funzione di delatore e cioè denunciando l’irresponsabilità di chi piscia il cane oltre il limite dei duecento metri da casa: tutto questo, appunto, appaga la brama italiana di autoritarismo senza necessità di attendere che esso si manifesti nell’avviso di garanzia, nel processo, nella sentenza, che erano i segni esemplari del Paese in via di redenzione.

E a ben guardare questa involuzione, che è in realtà uno sviluppo naturale della disposizione illiberale italiana, la dice lunga sul carattere pervertito dell’istanza, tanto per intendersi, giustizialista: l’affidamento al potere giudiziario non era coltivato né si manteneva sul presupposto che il processo fosse il luogo delle tutele, ma a condizione che promettesse e irrogasse condanne.

Durante l’infezione corruttiva la società era protetta dal magistrato nei riti d’aula: nell’eccezionalità di un’infezione più allarmante, quel potere è destituito e precipita senza processo in tremila euro di multa a chi sgarra o nelle intimazioni di un ministro analfabeta che minaccia sanzioni più ferree se i cittadini in fila al supermercato si azzarderanno (anzi si azzarderebbero) a non tenere il metro e mezzo di distanza.

L’Italia sana sfilava sotto ai balconi delle procure chiedendo ai magistrati di far sognare il popolo onesto; ora sta sul balcone nel trionfo strapaesano delle canzuncelle, occhiuta a controllare che qualche traditore della Patria non sia sprovvisto del ventisettesimo modulo di autocertificazione.

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