Il mondo è connessoIl virus non fermerà la globalizzazione, ma ne cambierà la forma

L’epidemia avrà un impatto economico molto significativo. Ma è la stessa società aperta a fornire al sistema tutti gli strumenti capace di combattere e di ribaltare l’effetto dell’epidemia

A volte basta poco per cambiare il corso inarrestabile della storia. E mentre il coronavirus si diffonde, l’impatto per il mondo globalizzato, probabilmente, avrà delle ripercussioni mai viste. È questa la tesi svilupata sia dal Financial Times sia dal New Statesman, in due articoli nel quale rispettivamente si ipotizza un’inversione e una trasformazione del concetto di globalizzazione.​

Il 2 marzo l’Ocse ha annunciato che il coronavirus potrebbe tagliare quest’anno la crescita economica a circa l’1,5 per cento, la metà rispetto alle previsioni precedenti del 2,9 per cento. Tutto dipenderà dalla durata del contagio e dal tempo che ci vorrà per rilassare le misure emergenziali che hanno determinato un significativo rallentamento dell’attività economica in Cina e nel resto del mondo. Al momento, il Fondo monetario internazionale ha rivisto le sue stime di crescita al ribasso dello 0,4 per cento per quanto riguarda la Cina, la cui economica è cresciuta nel 2019 di “solo” il 6,1%, la crescita più bassa degli ultimi trent’anni. Molti economisti credono che la potenza asiatica sia in grado di rinascere subito dopo questo virus. Il che sarebbero possibile, anzi, quasi certo. Il vero problema, invece, emergerà per gli altri, il resto del mondo facente parte del sistema globalizzato. È presto per dire che siamo di fronte a una fase di deglobalizzazione, come del resto sarebbe ingenuo non dire che niente sarà più come prima.

L’Occidente a guida americana, infatti, da quando nel 2001 decise di ammettere la Cina nel Wto a parità di condizioni con l’insieme dei Paesi a regime democratico, ha legato a doppio filo il suo destino economico a quello cinese. La prerogativa di attingere al giacimento di consumi e di capacità produttiva per il proprio interesse, ha creato un’interdipendenza di alcuni Paesi, fra cui l’Italia, verso la macchina industriale cinese. Subappaltare a bassissimo costo del lavoro la realizzazioni di elementi fondamentali per le proprie filiere produttive così da lucrare il massimo, inondando, allo stesso tempo, di merci firmate le classi cinesi più abbienti, ha reso il Paese orientale più robusto e autonomo.

E proprio da questo aspetto dobbiamo partire per disegnare i possibili scenari post pandemia. Rispetto al virus Sars, molto più mortale, iniziato nel 2002, questa epidemia può essere considerato il vetrino da laboratorio con il quale studiare ogni cellula, di fattezza economica ovviamente, che compone la nuova costituzione delle economie mondiali, inclusa la Cina. Diciotto anni fa, la Cina rappresentava solo l’8% del prodotto interno lordo globale, ora rappresenta il 19%: il suo ruolo nell’economia globale è cambiato, oggi è un elemento quasi insostituibile nella catena delle forniture di moltissime aziende occidentali. E un cliente essenziale per svariate preziose produzioni.

Un altro punto da considerare delle precedenti crisi (intese in chiave finanziaria) è la tempistica con il quale hanno provocato una riduzione della globalizzazione del sistema. Gli shock più gravi (si pensi alle restrizioni al commercio imposte negli anni Trenta dello scorso secolo) sono avvenuti anni dopo a causa di decisioni sbagliate di politica economica, mentre questa volta uomini e merci hanno immediatamente smesso di viaggiare poiché ritenuti, più o meno giustamente, elemento di contagio e rischio. Il processo di globalizzazione, già pesantemente compromesso dalle politiche commerciali dell’amministrazione Trump, ha subito un’ulteriore accelerazione, con danni enormi dal punto di vista della produttività ed efficienza del sistema. Non a caso, l’economia mondiale stava già rallentando prima dell’epidemia.

Tutto vero, anche se nel riflettere su questo scenario occorre tenere presente che, senza la globalizzazione e l’integrazione delle economie globali, il mondo sarebbe immensamente più povero e sicuramente meno pronto a contrastrare il coronavirus. Dal 1989 a oggi, il Pil pro capite globale (misurato a parità di potere d’acquisto) è aumentato di oltre il 77 per cento mentre la quota delle persone in condizioni di povertà è scesa da più di un terzo a meno di un decimo, nonostante nel frattempo la popolazione sia cresciuta da poco più di 5 miliardi a circa 7,7. E senza dubbio, la globalizzazione è stata un fattore determinante di questo progresso.

Certo, valutando anche lo spettro finanziario e non solo commerciale della questione, i flussi di capitale, ovvero gli investimenti diretti esteri, secondo una recente ricerca Oecd, registrano un crollo netto del 20% nella prima metà del 2019, proseguendo un declino già iniziato nel 2018. Complici gli Usa e la guerra commerciale con la Cina, il World Investment Report 2019 notifica una caduta globale di 1,3 trilioni: a conferma di una globalizzazione finanziaria in recessione. La visione di questa fazione, il cui manifesto è per l’appunto l’editoriale del FT “Coronavirus has put globalisation into reverse”, pertanto è chiara: gran parte degli opinion maker dell’attuale schema di crisi a U, che prevede una stagnazione molto più lunga e dispendiosa, vedono una fine lontana. Con la diffusione dell’epidemia che equivale proprio a un esperimento di deglobalizzazione: gli effetti saranno catene di approvvigionamento rannicchiate, minore fiducia delle imprese e meno commercio internazionale.

Dall’altra parte, invece, nell’articolo “Far from making nations more insular, the coronavirus outbreak will transform globalisation” al posto di una deglobalizzazione infelice, si immagina una società aperta in grado di garantire tutti gli strumenti capace di combattere e ribaltare l’effetto economico del coronavirus. Non c’è dubbio che l’epidemia avrà un impatto economico molto significativo, ma un dossier dalla società di logistica DHL e dalla Stern Business School ha evidenziato come «il mondo rimane più connesso rispetto a quasi tutti gli altri punti della storia, senza alcun segno di un ampio capovolgimento della globalizzazione». Tradotto, i detrattori della deglobalizzazione optano per una teoria secondo la qual la globalizzazione in realtà sta cambiando. In primo luogo, attraverso l’allineamento della società: così incoraggerà le imprese a rimpatriare le loro catene di approvvigionamento ed enfatizzerà la ricerca verso il “vicino estero” delle grandi economie del mondo. Il risultato? Un’accelerazione dell’evoluzione della globalizzazione in qualcosa di meno incentrato sui beni, più regionale e più politico. La verità, molto probabilmente, sta nel mezzo e sarà proprio il futuro del virus a dettarcene le fattezze.

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