Terapia intensiva per l’occidente

Contro il coronavirus non manca solo il vaccino, manca anche l’antidoto politico

Idee per una risposta istituzionale, nazionale e internazionale, paragonabile allo sforzo degli alleati contro il nazifascismo. Serve un complesso militare industriale per affrontare l’emergenza, per sostenere l’economia, per costruire il futuro



AFP

Sappiamo tutti che l’isolamento non finirà il 25 marzo né il 3 aprile. Sappiamo perfettamente che non sappiamo quando ne usciremo. Non sappiamo nemmeno se una volta guariti ci si potrà riammalare né se con la bella stagione il virus andrà in vacanza, magari per tornare più farabutto in autunno. Non sappiamo niente, insomma, su questa grande epidemia globale paragonabile soltanto a quella di un secolo fa, detta la spagnola.

Sappiamo però che, grazie ai progressi compiuti dalla scienza medica e dalla tecnologia, ci troviamo in una condizione migliore rispetto ad altre epoche storiche: in poche settimane abbiamo individuato il virus, la sua sequenza genetica, approntato il test per identificare i contagiati e arriveremo a una cura e a un vaccino in tempi più ristretti del solito, anche se purtroppo non istantanei.

Nell’attesa, ci occupiamo di aumentare i posti nei reparti di terapia intensiva e la produzione di respiratori, anche se non ancora con la necessaria caparbietà. Se le misure restrittive prese dal nostro governo, criticate universalmente e poi copiate da tutti tranne che dagli inglesi (per ora), riusciranno ad appiattire la famigerata curva dei malati di Covid-19 saremo anche riusciti a salvare molti pazienti e il sistema sanitario. Certo c’è stata grande confusione, sono stati dati messaggi discordanti a cominciare da quelli sulle mascherine, tanto che abbiamo preso in giro il goffo presidente lombardo Attilio Fontana per aver fatto la figura del pirla, ma i pirla eravamo noi che non indossavamo la protezione.

Certamente c’è ancora disorganizzazione, ma gli esperti di epidemie come l’Ebola dicono che di fronte al virus la cosa più importante è agire, anche reagire in modo sproporzionato, perché aspettare è letale. Nelle epidemie la velocità prevale sulla perfezione, il meglio è amico del virus. La cosa che manca è un’altra, mentre i medici e i virologi e i protettori civili fanno il loro lavoro e noi stiamo a casa. Manca una risposta politica globale all’epidemia. Non c’è Churchill e non c’è Roosevelt, non c’è la Gran Bretagna e non c’è l’America. Non c’è uno sforzo nazionale e internazionale paragonabile a quello compiuto dai paesi liberi e alleati sotto l’attacco del nazifascismo.

Cantare l’inno di Mameli alla finestra serve a riempire i pomeriggi azzurri e troppo lunghi, così come scambiarsi meme su Whatsapp serve a tenere alto il morale delle truppe, ma il governo nazionale dovrebbe concentrarsi su una grande opera di conversione temporanea della nostra formidabile manifattura in un complesso militare industriale d’emergenza contro il nemico corona per costruire i respiratori, per allestire gli ospedali, per produrre tutte le mascherine e i gel disinfettanti che servono agli operatori sanitari e ai cittadini (con molti complimenti ai tessili della Miroglio per aver deciso di produrre mascherine e camici autonomamente, sperando che si mettano a disposizione anche i grandi, i medi e i piccoli marchi della moda). Questo dovrebbe fare un commissario straordinario per l’emergenza Covid, non gare d’appalto con la Consip. E, poi, anche inondare di risorse umane e finanziarie la benemerita Siare Engineering per moltiplicare la produzione di ventilatori polmonari, come hanno fatto gli americani con le fabbriche di munizioni durante la seconda guerra mondiale.

I governi nazionali e gli organismi europei dovrebbero cambiare paradigma per vincere la sfida al virus e giustificare la loro esistenza: da un lato rassicurare i cittadini che ci penseranno loro alle devastanti conseguenze economiche, non importa se serviranno mille o duemila o tremila miliardi di euro, e dall’altro convocare gli scienziati, i capi delle aziende farmaceutiche e dei principali laboratori di ricerca in un gabinetto di guerra per coordinare, condividere e accelerare la corsa alle terapie e al vaccino, mettendo a disposizione la forza e la credibilità del paese, dell’Europa e delle istituzioni per questa emergenza e per le eventuali prossime che non ci dovranno trovare di nuovo impreparati. Ma l’antidoto politico al virus, purtroppo, non c’è.

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