L’arte di collezionare successiFredrik Sjöberg: il caso decide tutto nella vita. Anche se scriverai un buon libro o no

Lo scrittore svedese torna in libreria con il nuovo romanzo “Mamma è matta, papà e ubriaco” (Iperborea), con cui insegue la vita e il destino di un pittore dimenticato, Anton Dich. Un pretesto per parlare di arte, di bohème, di coincidenze e di quel fenomeno strano che è la legge di Jante

Non era un pittore privo di talento, il danese Anton Dich. Aveva tecnica, guizzo, ottime conoscenze artistiche (frequentava Modigliani). Eppure è stato dimenticato. Scomparso dai libri di storia dell’arte, conosciuto solo dagli espertissimi (e poco anche da loro), si è dissolto nel nulla. Perché? È uno degli interrogativi cui cerca di rispondere Fredrik Sjöberg, scrittore ed entomologo svedese, nel suo ultimo libro: “Mamma è matta, papà è ubriaco” (Iperborea), romanzo-saggio biografico e autobiografico dove ripercorre, per tutta Europa, le impronte del pittore. Ricerche d’archivio, interviste ai parenti, viaggi in Francia e in Italia. Fino a Bordighera dove – e fa una scoperta – ritrova tra le erbacce di un cimitero la tomba, dimenticata anche quella, del pittore.

Quello che ne risulta è la storia di una famiglia, il matriarcato svedese delle Adler, industriali del latte, che si intreccia con quella di artisti come Anton Dich, che percorrendo mezza Europa, riescono a vivere gli ultimi scampoli di bohème. A Parigi, come da copione. O sulla riviera francese, fino a sconfinare a Bordighera, all’epoca colonia di villeggiatori inglesi.

L’ispirazione nasce da un quadro: il dipinto di Hanna e Lillan appena adolescenti, del 1921, in Costa Azzurra: «Mi ha lasciato di stucco», spiega Sjöberg a Linkiesta. «Mi ha colpito il fatto che un pittore del genere fosse stato completamente dimenticato. L’oblio mi attrae sempre, per qualche ragione».

Un fatto inspiegabile, se si pensa che Dich aveva sposato la vedova Arosenius, già Adler, donna ricchissima e – a quanto pare – attratta da personaggi creativi. E ancora di più se si ricorda la sua rete di frequentazioni, non solo artistiche, in tutto il continente. Sotto questo aspetto, per Sjöberg «il lato più interessante della sua vita sono gli anni di Parigi, durante la guerra. E quelli subito dopo, sulla riviera francese. Tra il 1915 e il 1925». È il periodo in cui dipinge il quadro che lo ha colpito. Con ogni probabilità quelli furono i suoi anni più felici, prima della rottura con la moglie e della deriva che lo porterà a sparire. È anche il periodo in cui conosce e frequenta personaggi come Amedeo Modigliani: un incrocio sorprendente, viste le opposte direzioni dei destini: uno è scomparso e l’altro è diventato una leggenda. «Una questione di fortuna, in cui in parte c’entra anche il caso. Ma attenzione: Modigliani era una tempesta perfetta (la sua vita, la sua arte, i suoi ammiratori). Dich no. Era però un eccellente pittore». Che, come altri in quel periodo, si buttava nell’alcol per ottenere il coraggio che la sua personalità fragile non gli garantiva. In più, secondo Sjöberg – «ma è una mia teoria, non lo so per certo» – su di lui agiva anche la cosiddetta legge di Jante. Un concetto popolarissimo nei Paesi scandinavi, codificato per la prima volta in un romanzo del norvegese Aksel Sandemose, che descrive l’atteggiamento di ostilità da parte delle piccole comunità nei confronti dei successi dei singoli individui. Una forza che può schiacciare o, in certi casi, condurre alla fuga. «È così: la legge di Jante è ancora viva e lotta insieme a noi. Anche perché non si trova solo nei piccoli villaggi remoti. In questo senso, allora, perfino Stoccolma è un villaggio. Per fortuna oggi la globalizzazione sta attenuando il fenomeno, rendendo il Nord più vivibile».

Dich scelse di fuggire. Non a caso morirà, dimenticato, a Bordighera. Un destino? Può essere. O forse solo un caso, un accidente imprevedibile che ha finito per direzionare la sua esistenza. Non per niente il sottotitolo del libro, molto più normale del titolo, è: “Uno studio sul caso”, cioè l’elemento che governa ogni cosa: Sjöberg lo ritrova nelle sue indagini, nelle piste che seglie di seguire, nelle informazioni che gli capitano in mano. Ma anche nella vita dei personaggi che studia. Tra le righe, si comprende che costituisca, per lui, una forma di filosofia: «C’è il caso e c’è l’ostinazione» (tema su cui ha scritto “Perché ci ostiniamo”, sempre pubblicato da Iperborea). «A noi è concesso di affidarci solo alla seconda. Se si ha fortuna, il caso ti viene incontro. Ma se si è pigri, sarà necessaria una grande quantità di buona fortuna, cosa molto rara».

Per il libro su Anton Dich gli sono serviti «due anni di caccia prima di cominciare a scrivere». E visto che odia farlo, «ho iniziato quando il mio editore me lo ha ordinato». Il trucco è «dare tempo a una storia per farla evolvere. Serve aspettare. Se si ha un buon naso, poi, la si riconosce subito e prima o dopo si troverà tutto quello che serve per raccontarla». Quella di Anton Dich, nella sua vaghezza, è tra queste, anche perché a un certo punto si ferma. «Bisogna sempre ricordare: troppe scoperte la rovineranno. O almeno renderà difficile trasformarla in letteratura».

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