Brexit scientificaBurioni ci spiega che l’immunità di gregge invocata dagli inglesi oggi è pura fantascienza

Per il governo britannico è necessario che il virus circoli nel Paese in modo da sviluppare gli anticorpi nella popolazione. Il virologo: «Non ha senso parlarne. Primo perché non abbiamo un vaccino e secondo perché non sappiamo se l’infezione conferisce tale resistenza»

La strategia di contenimento dell’epidemia del governo britannico considera necessario che il coronavirus circoli per la nazione in modo da sviluppare anticorpi e far innescare l’immunità di gregge nella popolazione. «Abituatevi a perdere i vostri cari» è stata la frase choc pronunciata ieri dal primo ministro britannico Boris Johnson. Una scelta coraggiosa che, tuttavia, al momento ha riscosso dure critiche sia dall’opinione pubblica sia dalla fronda scientifica. A partire proprio dal virologo Roberto Burioni.

Professor Burioni, in questi giorni, sopratutto nel Regno Unito, si è cominciato a parlare di immunità di gregge…
In generale l’immunità di gregge si verifica quando in una comunità le persone immuni a un’infezione sono talmente tante che l’infezione stessa non riesce a circolare. Faccio un esempio. Immaginiamoci una foresta dove è in corso un incendio, il quale si propaga da un albero all’altro: se noi tagliamo gran parte delle piante e ne lasciamo due, distanti dieci metri l’una dall’altra, l’incendio non si propagherà più. Il principio è questo, come nel caso del morbillo, per il quale gran parte della popolazione è immune in quanto vaccinata.

Quindi?
Nel caso del coronavirus, in questo preciso momento, non ha senso parlarne. Primo perché non abbiamo un vaccino e secondo perché non sappiamo se l’infezione conferisce immunità.

Perciò la strategia di Boris Johnson potrebbe rivelarsi un boomerang?
I virus umani, in generale, trovano un equilibrio. Non infettano mai tutte le persone, rimane sempre qualcuno immune, finché l’infezione stessa non trova ulteriori soggetti, ovvero i nuovi nati, per alimentare il contagio. Cosa faceva il morbillo quando non c’era il vaccino? Infettava il 90 per cento dei bambini durante le epidemie, che si avvicendavano una volta ogni due o tre anni, per poi tra un anno e l’altro trasmettere a basso livello endemico il contagio su quei nuovi nati che, una volta cresciuti, continuavano a loro volta ad alimentare il ciclo epidemico. Per tale motivo, più che un boomerang, parlare oggi di immunità di gregge per il coronavirus è pura fantascienza.

In merito alla possibilità di poter contrarre il virus una seconda volta: in quale forma questo si potrebbe manifestare in una persona data per guarita?
Non ci sono prove certe ancora per poter delineare gli scenari possibili. Così come non abbiamo prove né dell’immunità e né del fatto che le persone possano venire infettate più di una volta. I dati preliminari sono ancora scarsi per trarre una conclusione.

La letteratura scientifica può aiutarci su questo punto?
Ci sono molte situazioni in cui una prima infezione conferisce la completa immunità, è il caso del morbillo, e altri virus che invece si fermano quella parziale, con un secondo “turno” che diventa meno grave, e poi ci casi in cui l’infezione virale non conferisce nessuna immunità, come l’esempio dell’Epatite C. Pertanto, al momento attuale, non possiamo fare nessun tipo di speculazione su quel che accadrà con il coronavirus.

Il bollettino di ieri ha registrato 2.116 contagi e 250 decessi in più di giovedì. Professore, a cosa andiamo incontro?
Ricordo ancora le parole che pronunciai a fine gennaio: «Le autorità europee hanno affermato che il rischio che il virus arrivi in Europa, e in particolare in Italia, è minimo. Io non sono per niente d’accordo con loro, ma spero vivamente di sbagliarmi». In questo momento rimane difficile fare delle previsioni. Innanzitutto dobbiamo lasciarci alle spalle qualsiasi tipo di polemica e fare il massimo per arrestare il virus. Tutto diventa indispensabile. Il coronavirus c’è, e se non contrastiamo la sua diffusione i nostri ospedali andranno in tilt e la mortalità sarà altissima. Anche in questo caso, perciò, spero di sbagliarmi.

A che punto siamo sul versante vaccini?
Zero. E al costo di sembrare ripetitivo anche in questo caso spero di sbagliarmi, ma a mio avviso non possiamo immaginarne uno prima di un anno e mezzo. Ad esempio, per la Mers, la sindrome respiratoria medio-orientale saltata fuori nel 2012, il vaccino hanno cominciato a sperimentarlo oggi.

Il modello di contenimento di stampo cinese è quello giusto da imitare?
Noi dovremmo prendere esempio dalla Cina, per la decisione con cui ha affrontato e oramai quasi risolto l’epidemia, e in particolare dalla Corea del Sud, in quanto si è mossa in maniera estremamente intelligente e con strumenti tecnologici per affrontare con successo l’emergenza. Come facciamo a sapere se siamo venuti in contatto con un malato? Il governo di Moon Jae-in ha usato i cellulari per tracciare le persone contagiate, tramite telecamere di sorveglianza e transazioni con carta di credito ha ricreato i loro percorsi già dal giorno prima della manifestazione dei sintomi. Ci sono dei progetti anche qui in Italia, quindi usiamoli al più presto.

C’è chi denuncerebbe delle gravi violazioni della privacy…
La privacy da morti è poco utile. Visto che la mia viene comunque violata quotidianamente per motivi banalissimi, in questo momento a mio giudizio abbassare un po’ il fronte della privacy, con le dovute garanzie, è un’opzione che dovremmo prendere seriamente in considerazione.

È fiducioso sui risultati che le misure adottate fin qui dovranno portare?
Assolutamente. Possiamo farcela, ce la dobbiamo fare, non possiamo neanche pensare altrimenti.

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