Economia sfericaIn media stat virus, l’eccessiva informazione è più pericolosa di un’epidemia

Secondo una ricerca della rivista Time, da gennaio sono stati pubblicati 41mila articoli in inglese con il termine coronavirus. Per l’Ebola, nello stesso periodo, solo 1.800. Il sensazionalismo, le voci incontrollate e le notizie false ostacolano l’applicazione delle misure adeguate alla situazione

PIERO CRUCIATTI / AFP

Il 7 febbraio scorso il settimanale statunitense Time ha pubblicato un servizio in cui sono stati messi a confronto gli articoli di lingua inglese scritti sull’attuale epidemia dovuta al coronavirus e quelli sul precedente rischio sanitario che si chiamava ebola, scoppiato nell’estate 2018 e ancora in corso. Ebbene nel gennaio 2020, cioè nel solo primo mese di diffusione, gli articoli in inglese contenenti la parola coronavirus nel testo, sono stati 41.000 mentre quelli che la contenevano nel titolo 19.000. Nell’agosto 2018, cioè nel primo mese di diffusione di ebola, gli articoli sono stati 1.800 di cui solo 700 con la parola ebola nel titolo.

Questa attuale sproporzione, dice il servizio, dipende dall’esigenza emersa con il radicamento nelle abitudini quotidiane dell’uso dei social media, di soddisfare il bisogno delle persone di avere informazioni istantanee. “Nutrire la bestia” è l’espressione forte con cui generalmente lo si definisce, ma contiene anche una certa nota di ineludibile rassegnazione. Solo che, se da un lato questa esigenza accontenta un bisogno individuale, dall’altro favorisce una sproporzione collettiva che ha come effetto collaterale la rapida diffusione della paura.

Nell’infinito bouquet di meme che costantemente fiorisce sul web, ne è spuntato uno, a mio parere tra i più riusciti per sensibilità e acume, in cui si vede la sagoma di un televisore vecchio stampo con tanto di antenna sghemba, sul cui schermo campeggia un sarcastico in media stat virus. Come sintetizzare meglio di così quanto l’eccessiva informazione sia più pericolosa di una pericolosa epidemia? Infatti le molte e autorevoli voci di competenti in materia ne hanno più volte parlato definendola infodemia. Che vuol dire epidemia da informazioni. Un’epidemia la cui pericolosità risiede nel veicolare e rinfocolare le nostre paure.

Il meccanismo delle nostre paure è stato spiegato molto bene dalla neurobiologa italiana nonché premio Nobel nel 1986, Rita Levi Montalcini. Il cervello umano è fatto di due cervelli: uno arcaico localizzato nell’ippocampo che controlla tutte le emozioni e che non si evolve da tre milioni di anni e non differisce molto tra l’homo sapiens e i mammiferi inferiori. L’altro, quello cognitivo, molto più giovane, nato con il linguaggio, in 150.000 anni ha avuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Quando siamo di fronte a qualcosa di pericoloso che non conosciamo, la parte razionale del nostro cervello, quella più giovane, va in tilt così lascia il campo alla parte più arcaica che riproduce un modello sociale arcaico distante dalle regole di civiltà attuali, cioè torniamo all’epoca in cui non ci si immedesimava nell’altro a meno che non facesse parte del nostro piccolo gruppo. Per questo oggi, ai tempi del coronavirus, il pericolo per chi sta in Francia è colui che viene dall’Italia, e per chi sta a Milano da colui che viene da Codogno.

Approfittare della crisi per alimentare l’odio tra popoli e tra persone è un gioco molto pericoloso. Il rimbalzare dei sensazionalismo, delle voci incontrollate, delle notizie false, ostacola l’applicazione delle misure giuste e adeguate alla situazione. La domanda che dobbiamo urgentemente porci è se vogliamo rimanere per sempre in ostaggio di questa visione del mondo, oppure vogliamo assumerci le nostre responsabilità e ciascuno nella nostra sfera di conoscenze, competenze e influenze, far cambiare finalmente il modo di vivere noi stessi, il nostro tempo e quello futuro, e il Pianeta?

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