La crisi sarà lungaPer Licia Mattioli servono misure chiare e liquidità alle imprese per non far collassare l’economia italiana

La candidata al vertice di Confindustria spiega come reagire all’emergenza. Tra venti giorni la sfida con Bonomi per diventare capo degli industriali italiani: «Bisogna avviare un nuovo programma di semplificazioni per liberare e fidelizzare investimenti»

La Lombardia è in quarantena. E altre 14 province tra Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte rimarranno bloccate fino al 3 aprile. L’economia italiana è ferma e rischia tra poche settimane di andare in recessione. O forse ci è già. Questo è lo scenario che dovrà affrontare tra venti giorni il prossimo presidente di Confindustria. Il 26 marzo, il consiglio generale degli industriali italiani designerà il successore di Vincenzo Boccia. In corsa sono rimasti due candidati. Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e Licia Mattioli, attuale vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione. L’imprenditrice orafa che guida un’azienda con 70 milioni di euro di fatturato, 260 dipendenti e 300 punti vendita nel mondo ha già un’idea precisa su come evitare che l’economia italiana sia travolta dall’emergenza coronavirus. Tra 20 giorni ciò che dice in questa intervista potrebbe essere il parere ufficiale di tutti gli industriali italiani.

Mattioli, come giudica il decreto del governo?
Tempestivo e adeguato alle richieste degli esperti sanitari. Ma mi domando se sia corretto bloccare le attività economiche di un intero Paese rischiando conseguenze che tra qualche mese saranno molto più gravi di quelle che vediamo oggi. Gli imprenditori non sanno come interpretare le misure del governo: serve un’“operazione chiarezza” su cosa si può fare e cosa no. E su come lo si può fare.

Secondo lei Giuseppe Conte e i suoi ministri come hanno gestito fino a questo momento l’emergenza?
Sotto il profilo sanitario il governo sta facendo il possibile grazie anche al coinvolgimento dei maggiori esperti del settore. Dal punto di vista delle imprese è sempre più forte l’esigenza di un piano con misure concrete urgenti. Un piano per il quale Confindustria può e deve dare un contributo di conoscenza e di condivisione. Non dobbiamo trascurare il fatto che il nostro sistema è fortemente integrato con quello europeo.

Cosa bisognerà fare secondo lei per evitare il collasso della nostra economia?
Serve innanzitutto chiarezza. E misure urgenti. Il sistema economico si trova in grande difficoltà. La gente non prende più l’aereo o il treno, le attività commerciali sono chiuse da giorni e quelle industriali rischiano di chiudere presto. Dobbiamo garantire liquidità alle imprese, precondizione essenziale per aiutare le aziende in questa fase di transizione e criticità economica. Dobbiamo fare in modo che l’attività lavorativa sia il più regolare possibile, compatibilmente con l’emergenza sanitaria. Bisogna avviare un nuovo programma di semplificazioni per liberare e fidelizzare investimenti. Governo e i territori – Regioni, Comuni, Prefetture e Questure – si devono coordinare per una comune procedura di gestione dell’emergenza. Ultimo ma non per importanza, bisogna facilitare le procedure per garantire la continuità di passaggio tra Paese europei ed extra europei.

Le industrie del Nord Italia sono le più colpite dall’emergenza, pensa ci debbano essere misure economiche speciali per chi fa impresa nelle regioni settentrionali?
Non è un problema solo del Nord ma dell’intero Paese: il 65% delle imprese ha registrato impatti sulla propria attività, con picchi del 70% in Lombardia e Veneto. E quasi il 5% ha già ricorso alla cassa integrazione ordinaria. Ma questo è solo l’inizio. Servono misure concrete. Questo deve essere il momento dell’ambizione e del coraggio, per reagire, rilanciare e trasformare l’Italia e il Nord più colpito in chiave moderna, mantenendo il primato di area più ricca del mondo che garantisca benessere diffuso ai propri cittadini, li protegga dalle minacce esterne e continui ad assicurare una pace duratura.

Federalbeghi ha chiesto misure eccezionali per i lavoratori stagionali. Aumentare il sussidio di disoccupazione al 100% potrebbe essere la strada giusta?
Il turismo e la ricettività sono tra i settori che stanno risentendo di più dell’emergenza, come il Made In Italy. Ben venga la proposta di Federalberghi, anche se si tratta di misure valide solo nel breve periodo. In molte c’è già una situazione grave: il 98,6% delle imprese del settore ha subito effetti negativi. Gli hotel in tutta Italia hanno subito un crollo del 90% delle prenotazioni. Va pensata una campagna di comunicazione a livello globale che rilanci l’immagine dell’Italia, dei suoi luoghi e dei suoi prodotti. Abbiamo tutti i presupposti per tornare a essere la meta più ambita del mondo, come successo fino a venti giorni fa. Ma dobbiamo agire subito: il turismo è un settore che, con interventi urgenti, può risollevare territori del Paese rimasti ancora indietro, generando crescita economica e occupazione partendo da ciò che funziona.

Pensa che i 7,5 miliardi di euro stanziati dal governo siano abbastanza per sostenere imprese e famiglie?
È una misura appena sufficiente nel medio termine. La crisi sarà di una tale portata e richiederà uno sforzo inedito a supporto dell’economia. Dovremo gestire la lunga coda di questa emergenza sia per le imprese in difficoltà che per i tanti lavoratori che rischiano il posto. Ma anche per riabilitare l’immagine del Paese, che comunque continua a lavorare, e quella dei nostri prodotti all’estero. Perché la crisi sarà lunga, ma gli effetti sui prodotti italiani già si vedono.

Quanto pensa durerà questa emergenza?
Chi può dirlo? Abbiamo visto che la Cina ha già ricominciato a correre, i nostri imprenditori ci segnalano che gli ordini ricominciano ad arrivare. L’emergenza sanitaria può passare in fretta. Questa crisi può diventare l’occasione per fare quello che in situazioni ordinarie i governi non riescono a realizzare, a partire da una più forte coesione tra parti sociali, associazioni territoriali e centrali. Se questa occasione non verrà colta, l’Italia rischia di rimanere indietro in maniera irrecuperabile.