Il tempo di morireBrevi note di un ossessionato dalle notizie di morte da coronavirus

Sul giornale che leggiamo, sullo schermo del computer, in giro nel mondo, c’è la fine di tutto che aleggia sull’intero pianeta. Un argomento che fa sembrare gli altri noiosi. Chi sta morendo adesso, in questi giorni di can can sulla morte: vorrebbe distrarsi dall’andarsene e non può

ANDREA PATTARO / AFP

Sto passando quasi tutto il tempo libero a leggere cose su internet o sui giornali e queste cose che leggo, righe su righe, paragrafi su paragrafi, pagine su pagine, a un certo punto per me diventano tutte la stessa parola scritta trenta milioni di volte di seguito: MORTE, MORTE, MORTE, tipo Jack Torrance che riempiva risme intere di fogli A4 con “Il mattino ha l’oro in bocca”.

Quindi leggo e penso sempre alla morte, anzi in pratica succede questo: che leggo e leggendo mi traduco quello che sto leggendo in: MORTE MORTE MORTE MORTE, e quindi non è tanto che penso ALLA morte quanto piuttosto che penso LA morte, e nel rendermi conto di questo procedimento mentale, realizzo che la famosa frase secondo cui «Quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte» dev’essere una mezza scemenza, perché io in questo momento sono qua e nella mia testa c’è la morte, sul giornale che leggo c’è la morte, sullo schermo del mio computer c’è la morte, e in giro, nel mondo, c’è la morte, una morte che aleggia sull’intero pianeta, su tutti quanti, e quando dico tutti quanti intendo ovviamente TUTTI QUELLI VIVI, perché quelli morti, essendo morti, non pensano né alla morte né a niente.

Quelli vivi invece sono vivi e vicino a loro c’è la morte, ed è questo che contraddice del tutto la massima epicurea, indipendentemente dal fatto che questi vivi stiano o no pensando, come me, alla morte, perché io ci sto pensando così tanto che basta e avanza per tutti.

Allora sì, bravo, certo, quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte, bella pensata, veramente, mi complimento: quella non è la morte, quello è essere morti. Quando siamo GIÀ morti è chiaro che funziona così: c’è la morte, siamo morti, quindi non ci siamo noi. Ma col fatto che prima della morte si deve morire come la mettiamo?

Del resto, quello è un aforisma scritto e pensato da uno che non ne sapeva niente delle camere di rianimazione, degli intubati, delle malattie degenerative, autoimmuni, killer, il cancro, il diabete, l’ictus, l’aneurisma, gli alveoli che collassano, i ceppi per lui erano tronchi d’albero, non era colpa sua se non sapeva niente, lo si potrebbe anche scusare, non ha scelto lui di nascere in tempi di ignoranza. Però poteva almeno avere l’umiltà di dire: scusate, non ne so niente, sono un romano di duemila anni fa, e oltretutto sto mutuando questa cosa da una specie di setta greca risalente a secoli ancora prima di me, quindi preferisco evitare gli argomenti che non conosco. Ci sarebbe voluto Nanni Moretti, nella Roma di Nerone, che arrivava da Spinaceto con la vespa apposta per dirgli: parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di neuropsichiatria?

Invece no, uno non sa niente e parla: quando ci siamo noi non c’è la morte e quando c’è la morte non ci siamo noi, vabbé, se lo dici tu.

Il fatto, penso mentre leggo e ascolto l’innumerevole numero di combinazioni fonetico-sintattiche sotto le quali si cela la parola MORTE sui vari mezzi di informazione, è che morire è un processo, una cosa che si fa, una cosa che devi fare tu e nessuno può fare al posto tuo, ti devi mettere là e devi morire, da solo. Mi fa piacere che in questo momento ci sia un’entità, anche piuttosto ineffabile, come credo sia un virus, che si incarica di farci comprendere bene questo fatto, visto che ancora ci sfugge, però, tolto questo qualcuno esterno, fatto salvo cioè questo aiutino a morire che ci sta venendo da fuori, da lontano, forse addirittura dall’Asia, rimane il fatto che morire è una cosa che ti devi sbrigare per conto tuo, in tutto e per tutto.

Sì, è vero, qualcuno ti può fare un poco di compagnia mentre muori, c’è un libro bellissimo che si chiama “Mentre morivo”, in cui c’è una che muore, o meglio che deve essere seppellita, e mentre muore ascolta i discorsi e i pensieri di tutti quelli che sono là raccolti accanto a lei che sta morendo.

Io m’immagino che uno, mentre aspetta la sepoltura, si deve annoiare parecchio, per cui secondo me gli si può concedere di origliare i discorsi degli altri: se stai morendo origliare non è maleducazione, però diciamo che se c’è un “mentre muori”, se addirittura uno come Faulkner ha scritto un libro intero, anche piuttosto credibile, su questo “mentre”, significa c’è un tempo in cui non sei morto ma stai morendo, stai facendo la morte, la tua morte, quindi non c’è niente da fare, è falso che quando c’è la morte non ci sei tu, perché in realtà c’è un lasso di tempo, variabile nella durata e nella percezione della sua durata, in cui ci siete tutti e due, tu e la morte, e pure un sacco di altra gente intorno a voi, gente che parla, parla, parla, o che scrive, scrive, scrive, e dice o scrive cose che tu traduci tutte in: MORTE, MORTE, MORTE. Quindi magari tu sei là che stai morendo, come quella di “Mentre morivo”, e vorresti distrarti, e allora ti metti a origliare o sbirciare, e niente, non c’è verso di distrarsi perché MORTE MORTE MORTE, e secondo me è questa la condizione che sta sperimentando chi sta morendo adesso, in questi giorni di can can sulla morte: vorrebbe distrarsi dal morire e non può.

Per me, che, almeno al momento, non sto morendo, è diverso: passo il tempo a leggere cose che alla fine mi fanno pensare alla morte e devo dire che non è un pensiero sgradevolissimo, ce ne sono di peggiori.

Per esempio ci sono i pensieri di schifo, assai più sgradevoli del pensiero della morte, per esempio il pensiero delle unghie finte, che per me è un pensiero di ribrezzo, o quello di scarpe brutte, frasi brutte, oppure posti brutti, case brutte, quartieri brutti, architetture brutte, perché tutti i pensieri di bruttura sono in linea di massima più sgradevoli del pensiero della morte. E allora leggo MORTE, e paragono morte a brutto, e me ne sto seduto sopra a un muretto con questo confronto in testa, e Nanni Moretti arriva con la vespa, si ferma davanti e mi fa: BE’, LA MORTE PENSAVO PEGGIO, NON È PER NIENTE MALE, e io gli dico: ma infatti! Sai che ci stavo pensando anch’io, e lui: ciaooooo, e se ne va.

Perciò alla fine penso che va anche bene leggere queste cose che significano morte, perché in qualche modo pensare alla morte distoglie da altri pensieri, non solo quelli di bruttura, ma soprattutto da pensieri più noiosi, tipo il rosso in banca o la lampadina condominiale di metà scala che si è fulminata sei mesi fa e ancora non l’ha cambiata nessuno: ma ti pare possibile?

Sì che è possibile, perché quando uno pensa a certe cose, cose molto serie, come appunto la morte, non vuole essere disturbato dalle cretinate. Per esempio, suona il campanello ed è uno dei condomini del tuo palazzo che ti dice: mi spiace disturbarla di domenica, però ci sarebbe quel discorso della lampadina fulminata a metà scala, e tu subito ti porti il dito al naso e gli fai il gesto del silenzio: shhhhh, e il condomino ti dice: mi scusi, ma sta ancora pensando alla morte? E tu gli dici: certo, a che devo pensare? E il condomino ti dice: ma la lampadina si è fulminata otto giorni fa, e quando sono venuto a dirglielo lei mi ha detto: shhhh, mi lasci in pace, che sto pensando alla morte. E tu gli dici: sì lo so, ha ragione, però queste sono cose che vogliono tempo, che ci posso fare, anzi perché non se ne va e torna tra otto giorni? E gli chiudi la porta in faccia e te ne torni a leggere MORTE su tutti i siti internet che riesci ad aprire, perché in questo sentire di stare pensando a una cosa importante, si prova un certo sollievo: le cose ultime, la morte, assorbono, quelle piccole, le lampadine, scassano la minchia e basta.

È per questo che in questi giorni pendiamo tutti dalle labbra di chi ci parla di morte, perché come argomento, la morte è molto avvincente, fa sembrare tutti gli altri argomenti noiosissimi.

La morte è un argomento che dopo che lo assaggi, tutto il resto sa insipido: come faremo a interessarci di nuovo a cose come la politica o le olimpiadi dopo che abbiamo sperimentato quest’ebbrezza di parlare della morte in continuazione, ventiquattr’ore al giorno, mentre siamo vivi?

Oltretutto, dal momento che è un argomento che assorbe molto, fa venire in mente anche cose collaterali alla morte, cioè diciamo che la morte apre inspiegabilmente anche ad altri pensieri, che però comunque, in qualche modo, la contengono e che assumono un senso solo se al centro di tutto c’è comunque la morte, cioè se si toglie la morte da questi pensieri collaterali alla morte, diventano subito pensieri noiosi anche loro.

Per me, sul pensiero di morire adesso, cioè in questo momento, per esempio, mentre tutto intorno a me parla di morte, urla la morte, canta la morte, si innesta un’altra idea, cioè l’idea che morire adesso non sarebbe affatto male.

Parlo di “adesso” non nel senso di epoca (alla fine credo che per la morte un’epoca valga l’altra), parlo di “adesso” nel senso del mio “adesso privato”, un momento in cui non ho moglie né figli, non priverei nessuno del mio sostegno (sempre che io sia mai stato in grado di fare da sostegno a qualcuno) e tutto sommato ci sarebbero anche delle persone disposte a piangermi.

Mia nonna non mi piangerebbe, mia nonna direbbe: ma sei scemo che muori adesso, di domenica, quando abbiamo appena finito di mangiare e tu mi devi aiutare a fare le parole crociate senza schema, quelle difficili, riservate a solutori esperti? Io gli direi che non sono un solutore esperto, la solutrice esperta è lei: nonna, io alla fine ti servo solo per le parole straniere, l’unica cosa che non sai fare tu è scrivere le parole straniere. E allora mia nonna direbbe: infatti, tu a una cosa sola servi, e manco quella vuoi fare? Ah com’era bello prima, quando le parole erano solo italiane e finivano tutte con una bella vocale dolce, adesso invece bisogna stare speranza dei nipoti, una generazione di sfaticati, che tu gli chiedi: mi dici per cortesia come si scrive Wuhan? E loro ti rispondono: no, nonna, scusami, ho da fare. Sì? E che devi fare? Niente, devo morire. Ma alle tre meno un quarto devi morire? Lo sai che morire comporta una certa dose di rumore? In effetti è vero nonna, le dici, uno magari muore male, si abbandona a grida o a imprecazioni, oppure è proprio il suo corpo che morendo, si mette a fare suoni molesti, rumori, a disturbare. E allora il condomino suona il campanello e ti dice: guarda che per regolamento condominiale le cose rumorose si possono fare solo dopo le cinque.

Io allora penso che in effetti posso morire dopo le cinque, in fondo non è che abbia tutta questa fretta, per ora facciamo queste parole crociate senza schema, aspettiamo un altro poco, scriviamo Wuhan con la doppia W, dico a mia nonna, ma teniamo presente che si tratta comunque di una traslitterazione, i cinesi non è che hanno le lettere, hanno gli ideogrammi, vallo a capire come si articola il suono di un ideogramma cinese secondo l’alfabeto italiano, anzi nonna, per me il mistero più fitto non è come abbia fatto il virus ad arrivare fino a qua, oppure chi cavolo sia il vero paziente zero, il mistero più fitto è come abbiamo fatto ad arrivare da 武漢 a Wuhan: chi è stato il primo a traslitterare? Come ha fatto? Quanto tempo fa ci è riuscito? Perché di questo non parla mai nessuno? Mia nonna mi dice: che poi non c’è bisogno di morire, io faccio così, di pomeriggio, dopo pranzo, mi metto qua con le parole crociate e dopo un po’ mi cala il sonno, se uno si riposa non c’è bisogno di morire.

Io quando mi sveglio dopo queste parole crociate senza schema, difficili, quando mi alzo dal letto di mia nonna la domenica pomeriggio, a febbraio, che praticamente è già buio, penso che forse Seneca e gli epicurei tutta questa mistificazione, questo fraintendimento tra il morire e l’essere morti, lo conoscevano bene e se ne erano usciti con quella frase sconclusionata apposta per condizionarci. Alla fine chi erano gli epicurei, gli stoici, i cinici? Gente che insegnava nelle scuole, che parlava alle persone, e il loro scopo qual era? Il loro scopo era orientare i pensieri della società. E allora, forse, per aiutarci a non pensare al morire e per indirizzare il nostro pensiero verso la morte avvenuta anziché verso quella in divenire, hanno usato una specie di sofisma, uno slogan, hanno sparato un titolone a effetto: TRANQUILLI, IN REALTÀ NON SI MUORE, PERCHÈ ABBIAMO SCOPERTO CHE QUANDO C’È LA MORTE NON CI SIAMO NOI E VICEVERSA: FINALMENTE POSSIAMO PARLARE D’ALTRO!

E noi per secoli, abbiamo abboccato, e scansato la meditazione sulla morte, approfittandoci, fidandoci del fatto che qualcuno di importante, dei filosofi molto saggi e molto antichi, l’avevano già fatto per noi, e avevano partorito delle massime così belle, ma così belle che poi noi non ci siamo più presi la briga di verificare se tenevano ancora, ci siamo cullati, ci siamo mossi nella convinzione che la morte si poteva scansare perché, da millenni, ci era stato detto che scansare IL PENSIERO della morte era perfettamente sensato, anzi che pensare alla morte era da scemi: che ci pensi a fare? È inutile: quando c’è lei non ci siamo noi, stop, finito, questione liquidata, ne riparliamo tra due millenni.

Mia nonna non sembra molto interessata al processo di traslitterazione dal cinese, vuole sapere come si scrive Wuhan, poche storie, con u o con la w? E allora io penso che forse, da sempre, usiamo questo trucchetto ancestrale, fingiamo che morire significhi essere morti e diciamo a noi stessi: che ci pensi a fare alla morte, che tanto quando c’è a morte non ci sei tu e viceversa? Che l’hai fatto a fare il liceo classico? E la domenica prendiamo le parole crociate e aspettiamo che ci cali il sonno, per riposarci. Poi ci alziamo da letto e, se quel giorno è domenica, pensiamo: sì, però qualcosa non quadra, lo sento, lo avverto nell’aria, lo percepisco dentro me stesso che c’è qualcosa che non quadra, anche se non so cosa sia. E allora ci mettiamo a elucubrare, elucubriamo un sacco, soprattutto mentre facciamo le scale di casa nostra, e cerchiamo le chiavi, al buio perché la lampadina di metà scala si è fulminata otto giorni fa, un pensiero fastidiosissimo, così fastidioso che mentre facciamo gli scalini, pur di non pensarci, ci rimettiamo a pensare alla morte, e mentre elucubriamo sulla morte andiamo a sbattere contro una scala di alluminio, alta, e questa scala di alluminio alta vacilla, e in cima a questa scala di alluminio alta che vacilla c’è il nostro condomino, che ci dice: che cavolo però, stia attento, mi stava facendo cadere. E noi allora gli diciamo: ma almeno prima di mettersi a trafficare con la lampadina l’ha staccata l’elettricità? Lo sa che se non la stacca rischia di morire?

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