Fate prestoLe richieste di partite Iva, commercianti e artigiani per non collassare dopo il coronavirus

L’annuncio che i 25 miliardi previsti dal governo non verranno spesi subito suona come campanello d’allarme. Le associazioni di categoria chiedono stop a rate, mutui, Imu e Tari. Ma anche una una moratoria sul credito e sgravi contributivi

MIGUEL MEDINA / AFP

«È stata fermata l’economia. Era giusto farlo, ma a questo punto è giusto che si fermi anche il resto. Soprattutto la riscossione di debiti e scadenze a livello fiscale, bancario e giudiziario». Commerciante ortofrutticolo all’ingrosso di Modena, Angelo Di Stefano è il coordinatore nazionale del gruppo “Partite Iva insieme per cambiare” che è nato a novembre e aggregando attraverso Facebook è cresciuto fino a oltre 300mila membri: un “sindacato di fatto” trasversale tra imprenditori, commercianti, artigiani e professionisti che il 15 marzo avrebbe dovuto tenere una prima manifestazione nazionale, saltata per l’emergenza coronoavirus.

A questo punto, però, la mobilitazione si è tradotta in una lettera che era stata mandata al Presidente del Consiglio Conte, al ministro Roberto Gualtieri e al presidente dell’Abi Antonio Patuelli, apposta per chiedere «la chiusura totale delle attività a tutela della salute di tutti i cittadini fino a data da destinarsi a eccezione delle attività di prima necessità». Ma nel contempo anche la «sospensione immediata per 180 giorni dalla cessazione delle misure di contenimento del coronavirus» di imposte, contributi, pagamento di avvisi bonari, trasmissione degli adempimenti fiscali, rate e altri aggravi, termini per gli atti di carattere civile, amministrativo e tributario, procedure concorsuali ed esecutive e procedure di segnalazione delle sofferenze bancarie e finanziarie.

Inoltre le Partite Iva chiedevano il rinvio del deposito bilancio anno 2019. La disapplicazione di ogni meccanismo accertativo automatico per l’anno di imposta 2020. Lo stanziamento di una linea di credito a tasso zero e a parziale fondo perduto per la copertura di fatture emesse e insolute e il pagamento di fitti e pigioni fino alla durata dell’emergenza; la predisposizione di nuovi piani di rientro delle esposizioni bancarie; l’istituzione di un tavolo di lavoro con gli istituti di credito su base nazionale, regionale e locale, per arrivare a un piano di sospensione dei mutui ipotecari e finanziamenti chirografari onde evitare sconfinamenti e/o insoluti.

La prima parte della domanda è stata accolta. E qui c’è l’approvazione non solo di questo coordinamento, ma anche dei sindacati “tradizionali”. Generale è anche l’apprezzamento per la promessa di affrontare le conseguenze di questa chiusura, col relativo stanziamento di 25 miliardi. Però siamo ancora sul generico. A, appunto, la preoccupazione sta salendo.

«Lo stanziamento da 25 miliardi di euro deciso dal Governo per fare fronte all’emergenza dell’epidemia si muove nella giusta direzione», osserva ad esempio la Confcommercio. Ma ammonisce: «Ciascuno faccia la propria parte e nessuno sia lasciato solo». Senza scendere nei particolari, il presidente Carlo Sangalli assicura che «tutto il commercio italiano farà la sua parte. La farà chi chiuderà. La farà chi continuerà ad assicurare la distribuzione dei prodotti alimentari e dei beni di prima necessità». Aggiunge però: «serviranno misure robuste e risorse robuste: per far fronte ai danni economici, per sostenere la liquidità delle imprese e il reddito di chi lavora». «È in gioco il futuro di molta parte delle imprese italiane e di molta parte del lavoro italiano».

Ma le organizzazioni locali sono anche più dettagliate. La Confcommercio Sardegna, ad esempio, parla di «stop a rate e mutui». La Confcommercio Umbria di «stop immediato a Imu e Tari». Per la Confcommercio Lombardia «servono misure per assicurare la liquidità alle imprese attraverso agevolazioni per le linee di credito e una moratoria per la scadenza delle rate su leasing e finanziamenti bancari». L’Unione commercio turismo servizi Alto Adige chiede di «attivare i fondi di solidarietà locali». La Confcommercio Toscana vuole «misure urgenti per il turismo». E la Confcommercio Sicilia denuncia il «rischio paralisi».

Tra le associazioni di categoria la Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe) chiede il blocco degli sfratti. «Le misure prese dal governo per fronteggiare l’impatto economico della crisi prodotta dal Covid–19 vanno nella direzione giusta», riconosce il presidente Lino Enrico Stoppani, «questi 25 miliardi di euro, di cui 12 miliardi subito a disposizione, sono ossigeno puro per le imprese e per i lavoratori», aggiunge, ma precisa: «devono essere erogati immediatamente, senza dispersione e con criteri mirati. Bene la cassa integrazione in deroga per le micro imprese, bene le tutele ai lavoratori autonomi, bene la sospensione dei mutui e la possibilità di accedere a forme agevolate di credito», Però è soprattutto «indispensabile prevedere il blocco immediato degli sfratti per morosità, altrimenti si rischia che migliaia di piccole attività che in questo momento non stanno fatturando, finiscano per perdere i propri locali».

Dalla Confesercenti arriva una stima: «l’emergenza costerà 18 miliardi di consumi». E anche un invito al governo a chiarire i molti dubbi di interpretazione sui provvedimenti emanati. «Quella appena presa dal governo è una decisione senza precedenti per fronteggiare una crisi senza precedenti», riconosce la presidente Patrizia De Luise. «In questo momento la massima priorità è la salute pubblica, e occorre la collaborazione di tutti». Ma «l’inattività peserà sull’economia: serviranno soluzioni per un sostegno concreto a imprese e lavoratori».

«Confartigianato, che avrà pure difetti, ha di certo il pregio di avere la catena di comando corta», spiega il presidente Giorgio Merletti in un messaggio agli associati. «Abbiamo grande rispetto per le competenze delle autorità sanitarie che hanno ispirato i provvedimenti che sono stati via via adottati; quei provvedimenti li abbiamo rispettati e adottati con senso di responsabilità perché in gioco c’è la salute dei nostri cari, la nostra, quella di tutta la comunità nazionale. E non abbiamo tentennamenti nel dire che la tutela della salute deve venire prima di tutto, anche delle attività d’impresa», premette. «Per questo siamo favorevoli all’adozione di ogni misura che vada rapidissimamente in questa direzione. Poi faremo i conti dei danni ma adesso salviamo il bene primario della salute». Proprio perché ha il fiato sul collo degli artigiani in crisi, Merletti fa a sua volta richieste precise. «Primo, sospensione di tutti i pagamenti di imposte, tributi e contributi per tutte le imprese per ora almeno fino al 30 aprile; Secondo, rinvio di ogni tipo di scadenza e adempimento che ricade entro il 30 aprile; Terzo, moratoria dei mutui in essere fino al 31 dicembre 2020; Quarto, copertura delle sospensioni dal lavoro con forme in deroga di cassa integrazione per tutti i dipendenti».

E di “Piano Marshall” addirittura parla il segretario nazionale della Cna Sergio Silvestrini. «Una sorta di piano Marshall europeo che, facendo tesoro delle esperienze passate, sia capace di mobilitare investimenti pubblici e privati. L’euro è stato salvato dal celebre whatever it takes di Mario Draghi. Il messaggio da trasmettere è che faremo tutto ciò che è necessario». Anche lui precisa: «sospensione per l’anno 2020 degli ISA e dall’estensione della cassa integrazione in deroga alle imprese artigiane. Non è accettabile che oltre ad accusare il peso maggiore della crisi, le nostre imprese debbano sostenerne interamente i costi». Definisce anche «non più rinviabile il disboscamento della giungla burocratica», e giudica una buona proposta quella del ministro Patuanelli di alzare le detrazioni per l’ecobonus al 100% «ma non si può assolutamente chiedere ad artigiani e piccole imprese di anticipare il contributo pubblico».

Una moratoria sul credito e sgravi contributivi sono stati chiesti in un incontro con Conte anche dal presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, oltre a altre misure più specifiche per il settore. In particolare consentire il ricorso al contratto di prestazione occasionale anche oltre i limiti attualmente previsti dall’attuale normativa, semplificare tutte le procedure per l’assunzione dei lavoratori dipendenti stagionali, e soprattutto «rafforzare le iniziative politiche e diplomatiche messe in atto dal Governo per rimuovere qualsiasi impedimento, assolutamente immotivato, all’export del Made in Italy agroalimentare».

Insomma, le esigenze sono abbastanza condivise. Ma Di Stefano a nome delle partite Iva manifesta una ulteriore esigenza di fare presto, annunciando iniziative e mobilitazioni se i provvedimenti non verranno dettagliati entro il fine settimana. «Abbiamo apprezzato che si stiano muovendo, abbiamo capito che è stato recepito, ci hanno risposto sia le Regioni che il Presidente del Consiglio Conte, però abbiamo bisogno di cose veloci, imminenti. La gente non può aspettare i tempi burocratici di due o tre mesi. Non ce la fanno». A differenza di altre sigle, alle Partite Iva l’annuncio che i 25 miliardi «non verranno spesi subito» suona come campanello d’allarme. «Ma la gente come fa a andare avanti?».

Al di là dei debiti prorogati, la Partita Iva ha proprio il bisogno di sbarcare il lunario se la fonte di reddito si dissecca.«Le Partite Iva sono il cuore dell’economia italiana», ricorda Di Stefano. «Messi tutti assieme valiamo più di Eni, Fiat o Ilva». «I bottegai andavano avanti con l’incasso del giorno. Chi ha l’esercizio chiuso non ha più reddito. Anche chi può mantenerlo aperto riduce gli affari al minimo, con la gente che sta in casa. Un nostro aderente tassista in una giornata ha incassato 20 euro. Senza le corse all’aeroporto e con la gente che non esce, non ha più clienti. La gente con i pagherò non ci vive».

Insomma, una grande incertezza e preoccupazione, anche se con un tocco di speranza. «Che magari questo intervento possa consentire di cambiare il passo e di iniziare per l’Italia un nuovo Risorgimento e un nuovo Rinascimento».

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