Mini TuesdayBiden travolge Sanders, mentre il virus irrompe nelle primarie

In totale erano in gioco 352 delegati. L’ex vice di Obama vince in Michigan, Mississippi, Missouri e Idaho e ora sembra molto più vicino alla nomination. Ma c’è chi si chiede se non sia arrivato il momento del ritiro per Sanders

Michigan, Mississippi, Missouri, Idaho, North Dakota e Washington State: sono questi gli stati in cui è andato in onda una sorta di super Tuesday minore con 352 delegati in palio. Lo stato cruciale, il Michigan, quello con il più alto numero di delegati – 125 – era anche quello su cui c’erano più dubbi perché considerato da sempre uno stato traballante ovvero che può essere democratico o repubblicano a seconda degli anni: quattro anni fa aveva vinto Bernie Sanders, uno dei momenti che diedero alla sua campagna nuova vita e un motivo in più per lottare fino in fondo. Non questa volta. Biden alle dieci di sera è già dato vincitore da tutte le reti. Un risultato ottimo per lui e non del tutto inaspettato, anzi: gli exit poll davano il suo consenso in ascesa già dal pomeriggio, così come faceva intuire la valanga di endorsement arrivata nei giorni scorsi tra cui quella importantissima del governatore del Michigan, Gretchen Whitmer, e quella forse ancora più importante del suo vice, l’afroamericano Garlin Gilchrist.

Se il Michigan è la sorpresa, la vittoria di Biden in Mississippi (28 delegati) era prevista ed è stata confermata, ma con numeri clamorosi: 80,8% contro il 15,1% a ribadire che il voto afroamericano è tutto compatto dalla parte di Biden e che Sanders, ancora una volta, in quella parte di elettorato non riesce assolutamente a sfondare. Più combattuta la gara in Missouri, dove Biden è comunque sempre stato avanti di almeno venti punti, guadagnandosi circa 34 delegati. Bernie Sanders perde anche l’Idaho, ma vince il Nord Dakota. Testa a testa, al momento, nello Stato di Washington, dove il conteggio è ancora in corso. Ma qualunque siano i risultati definitivi, non c’è dubbio: è un’altra grande vittoria per Joe Biden, una rimonta come mai si era vista nella storia delle primarie, dice Lawrence O’Donnell di Msnbc.

«È un potente cambiamento di rotta che va avanti dalla notte della vittoria in South Carolina», ribatte Rachel Maddow. È la continuazione del Joementum, uno di quei fenomeni che entrerà nella storia della politica e che sarà analizzato in lungo e in largo da qui a novembre.

Intanto alcune considerazioni si possono già fare: Sanders per vincere Michigan doveva contare su un’affluenza record, cosa che non è avvenuta né ieri sera né durante il Super Tuesday. Il voto giovane, il voto entusiasta dei suoi supporter così attivi in rete c’è, ma non si traduce in una affluenza record, anzi il suo elettorato invece di allargarsi si sta restringendo. La seconda considerazione è che nel 2016 parte del voto pro Sanders era chiaramente un voto contro Hillary: rimossa lei, le cose sembrano tornate alla normalità, al centro del partito. «Ci davano morti, siamo vivi», dice Joe Biden alle undici di sera, nel discorso della vittoria.

In diretta da Philadelphia, in un palazzetto dello sport vuoto a causa delle misure di sicurezza per il coronavirus, Biden parla a bassa voce, accanto la moglie Jill. Nel pomeriggio aveva deciso di annullare il comizio che doveva tenersi a Cleveland, in Ohio, dopo essersi consultato con il governatore dello stato. Poco dopo anche Bernie Sanders aveva annullato il suo. Con il campo libero, ringraziando per prima cosa il suo rivale («Condividiamo un obiettivo comune e insieme sconfiggeremo Donald Trump»), Biden pronuncia uno dei discorsi più presidenziali di queste primarie. «Il nostro obiettivo è di rigenerare il partito democratico», dice. Unire il partito, lottare per chi si sente dimenticato, recuperare l’anima del Paese, combattere per gli insegnanti e i pompieri, ricostruire la classe media: i temi del discorso sono i soliti, ma è il tono che questa volta colpisce, assertivo senza essere spocchioso, intimo senza essere lagnoso.

«Il Biden più efficace è questo, quello solenne dei toni pacati», concordano tutti gli analisti. Due giorni prima, in un comizio insieme a Kamala Harris aveva detto: «Mi vedo come un ponte. C’è un’intera generazione di leader che hai visto stare dietro di me. Sono il futuro di questo Paese». Alla fine del discorso, l’abbraccio con la moglie Jill è più intenso del solito, toccante: saranno le notizie che arrivano da ormai tutti gli stati sulla diffusione del virus, sarà il contrasto con le parole pronunciate nel pomeriggio da Donald Trump («State calmi, passerà»), sarà che il paese è scosso e incomincia ad avere paura del contagio, e urlare non fa bene a nessuno.

Nelle trasmissioni di tarda serata, in attesa dei risultati definitivi, qualche analista addirittura si chiede – conti alla mano – se per Bernie Sanders non sia arrivato il momento del ritiro. Nel conto dei delegati è indietro, ma soprattutto non sembra avverarsi quello sfondamento in altre aree dell’elettorato di cui ha assolutamente bisogno per vincere la candidatura. A differenza di Biden, Sanders martedì sera non si presenta neanche a parlare ai suoi sostenitori. Mentre il suo avversario parla con tono già da presidente, lui è su un aereo direzione Vermont, casa sua. Il 17 marzo tocca aD altri quattro stati fondamentali: Florida, Ohio, Arizona, Illinois. Per lui potrebbe già l’ultima occasione, sempre che l’arrivo del coronavirus non scardini di nuovo tutto.

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