Canzoni per metàDente è uscito dalla nicchia e si è convertito al pop che piace

Con il suo settimo disco, il 44enne musicista di Fidenza è passato da un folk bizzarro e futurista al suono che oggi riceve più attenzione e affetto, con echi di Dalla, Guccini e TheGiornalisti. I suoi argomenti e le sue ossessioni sono quelli ricorrenti nella musica italiana d’oggi

Copertina "Dente"

Qualche giorno fa si discettava dei due binari paralleli su cui viaggia di questi tempi la musica italiana: da una parte la produzione etichettata itPop, in cui confluiscono i lavori degli artisti venuti a galla negli ultimi anni, in connessione col bisogno di rappresentarsi di chi adesso è circa-teenager, includendo artisti da Calcutta a Coez, passando anche per Motta, Fulminacci, Paradiso e Gazzelle, con liriche d’ironica autoreferenzialità e suoni presi di peso dalla fine degli anni Ottanta e da quella fluida elettronica superlight. Dall’altra parte c’è l’ingrossarsi del plotone di coloro che abbiamo chiamato cantautori “neoclassici” – e ci abbiamo messo Truppi, Brunori, Corsi, e c’entra qualcosa anche Francesco Bianconi – che compiutamente provano a ristrutturare il senso e la temperatura della canzone dei grandi novecenteschi, Dalla, De Gregori, Guccini e compagnia.

Ora, ascoltando “Dente”, settimo album dell’omonimo 44enne musicista di Fidenza, appena pubblicato a quattro anni da “Canzoni per metà”, viene naturale individuare un terzo filone in via di edificazione: quello dei convertiti, insomma coloro che vengono da uno stile diverso – nel caso di Dente, il suo folk bizzarro e futurista – e che ora, colorandosi coi suoni delle batterie elettroniche e dei più tintinnanti sintetizzatori in circolazione, fanno il salto da una categoria all’altra. E che, scollandosi dall’individualismo residuale con cui avevano cominciato, confluiscono dentro il suono che oggi riceve più attenzione e affetto dai principali consumatori.

La cosa, detta così, non suonerebbe granché bene: la si potrebbe prendere per la mossa in extremis di un outsider della nostra musica, nel tentativo di salire sul treno in corsa, associandosi con disinvoltura al suono vincente, ai suoi temi e alle sue atmosfere fragili e scettiche. Invece non è così, per il motivo più semplice: “Dente” è un buon disco. Che, se non fa urlare al capolavoro, si colloca egregiamente in un sacco di posti, a cominciare dalle programmazioni radiofoniche e poi negli ascolti ripetuti col vostro player e nei concerti che (speriamo) accenderanno l’estate. Il tutto grazie a una scaletta forte e coerente e a una scrittura che è riuscita a trapiantarsi credibilmente nel linguaggio pop contemporaneo & italiano.

La visione di Dente è matura e ben strutturata, affidandosi a un’educata e sottile vocalità, che contiene echi e citazioni (Dalla, Guccini, tanta Bologna in genere, soprattutto negli accenti e nel fraseggio) e al progetto musicale che sorregge brillantemente l’intero lavoro, concepito dall’autore insieme a Federico Laini, bandleader dei Plastic Made Sofa (la band che accompagna Dente dal vivo) che qui ha curato gli arrangiamenti, e a Matteo Cantaluppi, il producer che lavorò coi Thegiornalisti all’altezza di “Fuoricampo”, il disco che li fece decollare.

Questa lega di gentiluomini ha realizzato una migrazione piuttosto mirabile per un artista altrimenti destinato a restar chiuso in una nicchia ormai anacronistica, al contrario esaltando il suo potenziale compositivo: pezzi come “Tra 100 anni”, “Adieu”, “Cose dell’altro mondo” con la loro perfetta confezione sintetica, con la loro leggerezza e la malinconia che s’intrecciano, mettono questo album nel posto giusto per renderlo un perfetto esemplare di ItPop – a questo punto intergenerazionale – buono per una colonna sonora di Vanzina, di Muccino, ma anche di “Skam”.

Dunque un esperimento riuscito, soprattutto perché l’anima musicale di Dente è ricca e valorosa, il suo racconto è aperto e condivisibile, la sua figura è amabile. E, ancor di più, perché i suoi argomenti e le sue ossessioni sono quelli ricorrenti nella musica italiana d’oggi, nei quali la domanda nella quale ci s’imbatte più spesso è « di noi due oggi cosa rimane?». Sono tempi deboli, che volete farci. Tanto vale cominciare a tenere nota di quali furono i dischi che s’ascoltavano con piacere per distrarsi dalle paure, nei giorni della più misteriosa delle epidemie.

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