Il bivacco di selfistiL’imbarazzo del governo su un referendum di cui, in verità, non importa più niente a nessuno

Omologando a sé prima la Lega e poi il Pd, il Movimento 5 stelle ha fatto di quell’aula sorda e grigia un bivacco di selfisti. Non può stupire che il voto sulla sua effettiva composizione appaia ormai come un’inutile seccatura

Andreas SOLARO / AFP

L’imbarazzato tergiversare del governo attorno alla questione del se, come ed eventualmente a quando rinviare il referendum sul taglio dei parlamentari, causa coronavirus, rappresenta l’ultima e più beffarda delle nemesi, per il Movimento 5 stelle. Partito che si apprestava a tagliare lo storico traguardo del suo più duraturo e importante risultato di governo come Dorando Pietri, sorretto dai giudici di gara – in questo caso, ancora più assurdamente, anche dagli avversari del Partito democratico, ché tali erano almeno all’inizio della corsa – e ora teme di vedere allontanarsi persino quell’estrema e probabilmente effimera soddisfazione. E tutto questo mentre ogni altra competizione dal 2018 a oggi continua a emettere, ogni volta, un risultato più tragico, fino alle suppletive romane di domenica scorsa, che hanno fatto dire al parlamentare Cinque Stelle Luigi Iovino, quasi in un ultimo rantolo di dolore: «Abbiamo preso gli stessi voti dei comunisti e di Potere al Popolo».

Doppio paradosso, giacché sembrerebbe riuscire ai Cinque Stelle, moribondi, quel che nell’arco di tre decenni non è riuscito a partiti, coalizioni e leader al massimo della loro forza, da Massimo D’Alema a Silvio Berlusconi a Matteo Renzi. E proprio con la più scombiccherata, meno discussa, meno studiata delle riforme, ad onta di tutte le trattative, convegni, bicamerali, patti, doppi patti e contropaccotti che avevano caratterizzato i tentativi precedenti.

Riforma non voluta da nessuno e alla fine votata da tutti, pur essendo universalmente considerata non solo demagogica, ma pure dannosa, per il funzionamento delle commissioni e della normale vita parlamentare non meno che per gli equilibri democratici garantiti dai quorum necessari per eleggere le autorità di garanzia. In fondo, non doveva essere che un simbolo, il sacrificio rituale dei seggi parlamentari sull’altare della lotta contro «la casa». Votata pressoché all’unanimità da un parlamento ormai completamente grillizzato, ha perso evidentemente anche il piacere della trasgressione. E ormai è vissuta da tutti, eletti ed elettori, come un inutile impaccio, come quell’assurda perdita di tempo che effettivamente è, di fronte ai problemi ben più seri che abbiamo davanti.

In questa vittoria postuma che tuttavia non riesce ancora a consumarsi definitivamente macerano gli ultimi spiriti vitali della controrivoluzione grillina, prossima a evaporare per avvenuto raggiungimento degli scopi sociali. Tutto si può dire infatti dei Cinque Stelle, ma non che non abbiano mantenuto le promesse, a cominciare dalla prima e fondamentale: quella di mandare tutto e tutti a quel paese.

Prima hanno omologato la Lega di Matteo Salvini, che non ha fatto altro che copiare da loro, nel merito e nel metodo – anche perché il merito è un puro sottoprodotto del metodo, tanto mutevole quanto fondamentalmente casuale – mettendo semplicemente la Bestia di Luca Morisi al posto della Casaleggio Associati, e Claudio Borghi al posto di Danilo Toninelli. Poi hanno fatto lo stesso con il Partito democratico, che non solo ha sposato integralmente il programma di governo dei Cnque Stelle (e nello slancio, per la proprietà transitiva, pure quello di Salvini, dai decreti sicurezza a quota cento), ma di fatto si è spontaneamente consegnato al loro leader, Giuseppe Conte, in base all’argomento, squisitamente grillesco, che sarebbe attualmente quello con più like nei sondaggi (e tanto oggi basta al Pd per scegliere il nuovo leader del centrosinistra).

Il risultato, insomma, è stato ormai pienamente conseguito. Quale che sia il numero dei seggi, il Movimento 5 Stelle ha fatto di quell’aula sorda e grigia un bivacco di selfisti, buono giusto come sfondo per qualche sparata propagandistica. Non può stupire che la decisione su quando celebrare il referendum sulla sua effettiva composizione non appassioni più nessuno.

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Linkiesta Paper Estate 2020