Virus e moscaFake news, spacconerie e smentite. Ecco come la Russia affronta il coronavirus

Virologi televisivi sminuivano la portata della minaccia e davano la colpa agli italiani. Il Cremlino si scopre più legato all’Europa di quanto sia disposto ad ammettere e più vulnerabile ai fenomeni globali di quanto vorrebbe. Ma il vero pericolo è costituito dallo stato disastroso della sanità

YURI KADOBNOV / AFP

Che in Russia non ci siano casi di coronavirus è una delle tante fake news prodotte dall’epidemia sui social. Soltanto venerdì sono stati scoperti 11 casi nuovi, portando il numero dei contagi a 45 persone: due cinesi, un italiano e 42 russi, di cui 41 hanno portato il virus dall’estero. La dinamica della diffusione sembra seguire gli stessi modelli che altrove: un caso isolato, poi una manciata di casi, poi raddoppiano in un giorno e arriva il primo contagio interno, non “importato” dall’estero. Tra gli ammalati c’è anche un bambino di 10 anni. Una situazione abbastanza preoccupante da spingere la Russia a ridurre i voli con l’Europa e a proibire l’ingresso di cittadini italiani.

Come in tante altre occasioni, la Russia si scopre più legata all’Europa di quanto sia disposta ad ammettere, e più vulnerabile ai fenomeni globali di quanto vorrebbe. Purtroppo, anche i comportamenti delle autorità e dei cittadini russi seguono dinamiche tristemente note in Occidente. Il governo ha reagito prontamente ordinando la chiusura del confine con la Cina a febbraio, e i primi casi sospetti di coronavirus in Estremo Oriente sembravano avere arginato la diffusione del contagio lungo i 4200 km di frontiera. L’intenso scambio transfrontaliero è sceso drasticamente, i voli e i treni con la Cina sono stati sospesi. Il virus intanto ha fatto il giro del mondo ed è arrivato dall’Italia. Il “paziente zero” russo, il 22enne David, tecnico di una squadra di calcio, è rientrato dalla Lombardia per finire dritto in ospedale, ed è stato dichiarato guarito. I voli da Milano hanno cominciato a venire accolti da squadre di medici bardati con la protezione e i termoscanner, poi le autorità hanno “sconsigliato” ai russi di partire per l’Italia e imposto la quarantena domiciliare di 14 giorni a tutti quelli che tornavano da zone di contagio, dall’Iran alla Corea del Sud, pena multe fino a 5 anni di reclusione. Con l’idea, condivisa con Trump, che è un “virus straniero”, e chiudere i confini in Russia è considerata sempre una buona idea.

Nel frattempo, virologi televisivi sminuivano la portata della minaccia. «Gli italiani sono completamente squinternati, non hanno controlli di alcun tipo», sosteneva solo qualche giorno fa il titolare della cattedra delle malattie infettive dell’ospedale Botkin di Mosca, Vladimir Beloborodov, che comunque tranquillizzava: «Non ci sarà nessuna epidemia in Italia, si ammalerà qualcuno e finirà lì». L’eminente virologo Felix Ershov, dell’istituto di ricerca Gamalej, ha ricordato in un’intervista che «L’Italia è un Paese disorganizzato e non certamente pulitissimo, non è la Germania», indicando però come principale causa del contagio italiano lo stretto rapporto economico con la Cina. L’epidemiologo Timur Pesterev ha criticato l’Italia per le misure tardive, mentre ha elogiato il rigido sistema di controllo sanitario ereditato dall’Unione Sovietica.

Come sempre, cercare la pagliuzza nell’occhio del vicino vantandosi delle proprie virtù non è stata una buona tattica. Mentre la polizia deportava studenti cinesi e multava un moscovita che aveva violato la quarantena per scendere a buttare l’immondizia, intercettato da una delle numerose telecamere di sicurezza, il virus girava indisturbato. Le numerose segnalazioni da diverse regioni di casi sospetti non hanno trovato per ora conferma, ma Mosca, Pietroburgo e la regione di Perm’ contano già diversi contagi, tra cui anche giovanissimi. Il Moscow Times sospetta però che i casi possano essere decine se non centinaia: i test non sono largamente disponibili e diversi turisti in quarantena sostengono di non essere stati sottoposti a tampone, mentre quelli che lo hanno fatto avranno il risultato tra una decina di giorni.

La diffidenza per i dati ufficiali, in un Paese con uno stretto controllo sulle informazioni, fa girare le fake news più agghiaccianti, e nelle chat di classe di Mosca si parla di migliaia di contagi. L’ideologia – in un momento in cui è in corso la campagna per la nuova Costituzione che inneggia «Dio, patria e famiglia» – rende il dibattito ancora più surreale: l’allenatore di hockey Aleksandr Yudin ha accusato dell’epidemia gli americani, sostenendo che il campionato non va fermato perché «i russi non hanno paura di niente». Il vicepremier Dmitry Cernyshenko ha invitato la Uefa a tenere in Russia le partite degli Europei, in una rincorsa all’orgoglio nazionale che rischia di aprire le porte al contagio.

Il responsabile della commissione per gli Affari della famiglia del Patriarcato di Mosca Dmitriy Nechaev – già celebre per aver paragonato le conviventi non sposate a «prostitute gratuite» e affermato che bisogna incrementare la natalità smettendo di mandare le bambine a scuola – ha chiesto agli ortodossi russi in Italia di sfidare il divieto a radunarsi in chiesa: «La preghiera ha fermato la peste», ha affermato. Nella cattedrale di Kazan’ a Pietroburgo sono esposte le reliquie di san Giovanni Battista, baciate ogni giorno da centinaia di persone: la reporter di Novaya Gazeta ha visto con i suoi occhi un religioso pulire ogni tanto il vetro della teca con uno straccio imbevuto, pare, di soluzione alcolica. I fedeli però sono tranquilli: «Per noi che crediamo il virus non è pericoloso».

Il tradizionale fatalismo russo si mischia a una fondamentale ignoranza, in un mix micidiale. Giornali e televisioni sono pieni di personaggi che sostengono tutto quello che abbiamo detto/ascoltato anche noi: «È soltanto un’influenza», «Colpisce solo i vecchi», «È un’invenzione dei media». Il “paziente uno” era stato tenuto insieme agli altri pazienti, senza alcuna precauzione, e gli stessi medici e infermieri avevano espresso scetticismo verso il pericolo, fino a che i compagni di sventura del ragazzo si erano ribellati e l’hanno costretto all’isolamento. I 150 confinati in quarantena dicono che i medici che li visitano non hanno mascherine né guanti, e i criteri diagnostici sono vaghissimi: il Moscow Times riferisce di pazienti provenienti dai Paesi Bassi o dalla Germania che, nonostante sintomi preoccupanti come tosse e febbre, sono stati liquidati dai dottori come “non corona” perché non erano rientrati dai Paesi della black list. I pochi (per ora) casi di panico vengono derisi nei social, avere paura è considerato non elegante: «Sono entrata a comprare la rucola, ma la gente si stava riempiendo i carrelli di grano saraceno», è la tipica nota a margine di una moscovita che ci tiene a sottolineare il suo status sociale anche diffidando del coronavirus.

Tutti fenomeni che abbiamo già visto. Il sindaco di Mosca Serghey Sobianin ha preso la minaccia più sul serio, e già dal 5 marzo nella capitale sono proibiti raduni superiori a 5 mila partecipanti (a Pietroburgo di mille persone). Il resto rimane a livello di raccomandazioni: smart working, evitare contatti ravvicinati, non viaggiare. Anche la sospensione dei voli riguarda soltanto i collegamenti secondari, mentre rimangono in vigore tutte le rotte tra Mosca e le capitali europee. In un regime impegnato in questo momento in una operazione di ribaltamento costituzionale, qualunque misura più restrittiva rischia di provocare sospetti di natura politica: dopo che, il 10 marzo, la Duma ha permesso a Vladimir Putin di ricandidarsi per altre due volte alla presidenza, il coronavirus potrebbe essere un buon pretesto anche per reprimere le proteste. Ma il vero pericolo è costituito dallo stato disastroso della sanità: negli ultimi decenni i posti letto negli ospedali sono stati quasi dimezzati, e i tagli degli ultimi due anni hanno portato a un’epidemia di scioperi e proteste degli operatori sanitari e dei pazienti. Nel caso di un’epidemia, il sistema rischia di collassare.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta