Lettera dal SudafricaTrent’anni dopo la scarcerazione di Mandela, l’apartheid è ancora nel cervello

Reportage a passo d’uomo da Soweto, la township simbolo della lotta contro la segregazione razziale, dove si parlano undici lingue e si incontra gente tosta

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Percorri in bus la tangenziale da nord: Soweto (South Western Townships), la municipalità nata per alloggiare i lavoratori neri delle miniere attorno a Johannesburg, si presenta come una distesa di casetta a un piano con tetti di tegole, le matchbox (scatole di fiammiferi). Prendi l’uscita per Orlando West. Qui, Lebo Malepa, 51, organizza tour di gruppo in bicicletta. Il mezzo ideale per comprendere l’orografia della più grande township del Sudafrica, simbolo semipericolante della lotta alla segregazione, nei propri stessi quadricipiti femorali: è tutto un su e giù. 

Guadagni la vetta del promontorio di Orlando West ed ecco svettare le due torri della centrale elettrica, ora spente, colorate da inserzioni pubblicitarie e collegate da una passerella per il bungee jumping. Sulle carreggiate tieni la sinistra, perché qui il traffico l’hanno regolato a loro tempo le maestà britanniche – le truppe della regina Vittoria strapparono Johannesburg ai boeri nel 1900.

Attorno all’attività di Lebo, l’asfalto ha ricoperto le strade a cavallo del nuovo millennio – prima era tutta polvere e sabbia – ma, verso sud, la pedalata si fa più faticosa. Vie sterrate, pozze marroni, lattine che scrocchiano sotto le ruote. Le lamiere prendono il posto dei muri, le baracche quello delle case. Ai bordi, sacchi pieni di bottiglie di plastica e cumuli di cartone tra i quali scodinzolano i cani. Dati i problemi di occupazione, qualcuno sbarca il lunario come recyclist (riciclatore): raccoglie i rifiuti e li porta in uno degli impianti di riconversione della township. Appiccicati ai lampioni, gli adesivi con i numeri di telefono per aborti low cost. 

Di ritorno sull’asfalto, bisogna fare la gimcana tra le file di calcinacci che si allungano trasversalmente fino a metà della carreggiata: inibitori di velocità fai-da-te.  «Li abbiamo messi anche davanti a casa mia» dice Ditshwane, «creatore di cambiamenti» in lingua sotho, 30. Dity – il suo nome gentilmente facilitato per te – ha fatto il barista, il broker assicurativo, oggi è guida turistica. Suo padre è muratore, sua madre maestra elementare. Adesso l’acqua scorre negli impianti sanitari del 55% delle abitazioni della township: «Di solito c’è una struttura centrale con toilette, circondata da stanze in affitto».

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Un autolavaggio a Orlando West (Enrico Dal Buono)

Con la sua famiglia, Dity vive così: «La scusa per costruire questo dormitorio – dice – fu l’epidemia di peste del 1904: gli europei traslocarono qui dal centro cittadino gli africani e gli asiatici». Ora conta tra i tre e i quattro milioni di abitanti, ma il censimento è un tanto al chilo per via degli immigrati irregolari dallo Zimbabwe, dal Malawi, dal Mozambico, dal Botswana. Durante l’apartheid ai bianchi era vietato viverci e le stesse comunità indigene erano isolate le une dalle altre in base alla specifica etnia: xhosa, sesotho, siswati, zulu, eccetera.

Nel 2020 per le vie di Soweto puoi ascoltare tutte e undici le lingue ufficiali del Sudafrica, a volte mischiate in una stessa conversazione. Per un orecchio europeo, il suono prevalente è lo schioccare (clicking) delle lingue contro i palati che produce le “q” di vari idiomi autoctoni. Ma nello slang locale ci si saluta con «olà olà». È l’esperanto della periferia coloniale. 

Attorno al monumento di Hector Pieterson, il tredicenne ucciso dalla polizia durante le proteste che montarono a Soweto nel 1976 contro l’obbligo di utilizzare l’afrikaner nelle scuole, si rincorrono bancarelle di souvenir. I bus smontano i turisti: un selfie davanti alla fontana che rappresenta le lacrime versate per il ragazzo, una maglietta con la stampa di Mandela da infilare nello zaino per due spiccioli, e via.

I marciapiedi che convergono verso il monumento sono di mattonelle rosso sangue. A meno di un chilometro verso est, dietro il filo spinato, i graffiti sui muri di un asilo rappresentano principesse bionde, i volti del colore dell’intonaco, contornate da bambine nere senza corona. Lungile, una maestra che sta varcando la soglia con due buste della spesa in mano, dice: «L’apartheid è nel cervello». 

Riporti la bici da Lebo, saluti il gruppo e decidi di farti una passeggiata da solo. 

«Sicuro?» chiede Lebo.

«Certo».

All’incrocio tra Vilakazi Street e Ngakane Street c’è l’abitazione dove Mandela visse nei primi dodici giorni dopo la sua scarcerazione, avvenuta trent’anni fa esatti. Di fronte alla casetta di mattoni si esibiscono gruppi di ballerini zulu e tswana in abiti tradizionali: i petti nudi, i lembi di pelle che pendono dagli inguini e girano attorno alle caviglie, le fionde legate al collo si schiaffeggiano l’interno dei piedi. Fai un’offerta, perché tu sì che sei un occidentale consapevole.  

Sotto gli ombrelloni, sui tavoli di plastica fuori dai bar, la gente mangia frittelle dette fat cake e sorseggia bicchieri di umqombothi, la birra di mais col 3% di alcol che per la tradizione potrebbero produrre soltanto le donne. 

Tre uomini bevono più prosaiche 66 di lager e ascoltano RnB da un piccolo stereo appoggiato su un ramo di marula in un vicolo deserto. Naturalmente lo prendi, quel vicolo. Anche se Soweto ha tutt’ora tassi di criminalità che classificano la tua scelta come maestosa stronzata. 

«Hai una sigaretta?» dice uno.

«Ecco».

«Anche a me» dice un altro.

«Una per dopo?»

Il pacchetto finisce in fretta.

«Bevi con noi», ti allungano la bottiglia e tu le guardi il collo come se bacilli di cui ignori nome e caratteristiche infettivologiche fossero individuabili e grossi come scarafaggi.

«Certo» dici, «grazie».

«Bevine ancora» dice quello con la visiera, che ha la lingua più grossa di una focaccia.

«Ok».

«Europeo, tutto solo», un altro, più spalluto, mi misura dalla punta del naso pallido a quella delle sneaker non troppo vecchie. «Perché?» biascica.

«Scrivo qualcosa sul vostro splendido quartiere». 

«Visto che siamo brava gente?» dice quello con la visiera.

«Sì».

«Sei proprio sicuro che siamo brava gente?».

Ti guardi attorno, una mamma spinge un passeggino alla svelta e sparisce dietro l’angolo.

Deglutisci. «Sì».

«Allora balla per noi», dice quello più grosso. Il terzo si è addormentato per terra, la schiena appoggiata al tronco. 

Ti guardi di nuovo attorno. Ovunque silenzio e nulla, se non per i due metri quadrati nei pressi dell’albero. Il sole alto, l’imbarazzo. Ma la pellaccia è la pellaccia. Dimeni qualche passo sgraziato in un vuoto cosmico spolverato di note RnB. 

«Può bastare?».

«No», dice quello più grosso. 

Pensi al tuo vecchio amico William, il caro, carissimo William, il barista del bar Kua Lichaba che hai conosciuto mezz’ora prima, nel disperato tentativo di parlare con il manager del locale, che chissà quando sarebbe tornato.

«Mi aspetta William».

«Chi cazzo è, William?», mugugna quello con la visiera. 

«Il barista del – prendi il tuo bloc-notes, leggi gli appunti – Kua Lichaba», scandisci.

«È giusto qui dietro». Che lo vedano, che sei uno inserito, che se ti piantano un coltello in pancia poi chissà chi viene a protestare.

«Ma per che squadra tieni?», dice quello più grosso. 

Ti hanno spiegato che la tifoseria calcistica locale si divide in supporter dei Pirates, Orlando West, e dei Chiefs, Orlando East. I primi si salutano incrociando gli avambracci davanti al petto; i secondi, mimando due V con indici e medi.

Allora tu, vita eterna alla DC, incroci gli avambracci davanti al petto e allunghi pure le tue dita in due belle V. 

Ti osservano come fossi un unicorno.

«William mi aspetta», gli ricordi.   

Si guardano. «Ok», dicono entrambi quelli svegli.

«Grazie per la birra».

«Un piacere», dice quello più grosso. «Quindi là in Europa lo dirai, che siamo brava gente?».

«Eccome». E, in effetti, me ne vado via con quattro arti attaccati e senza buchi in corpo se non quelli progettati dal buon Dio.

Per una riconoscenza tutta tua, torni dal buon vecchio William.

Superi il manto di erba sintetica e il tetto di canne dell’ingresso ed eccolo là dietro al bancone, il tuo amico, a lustrare quello che ti sembra lo stesso shaker di prima.

«Che ci fai ancora qui?», dice con quel suo modo tipo brontolone dal cuore d’oro che ha propiziato la vostra antica amicizia. 

«Volevo salutarti», tenti un sorriso che però viene fuori di una tenerezza troppo artificiale, fuori luogo per le circostanze.

E al tuo vecchio William queste smancerie non piacciono, lo sai. Si rimpettisce e ti squadra come una ridicola minaccia alla sua sacra verginità anale. 

«Dove posso andare?» continui con educata disperazione. 

Alza le spalle: «Mi sembri uno da Regina Mundi». 

Avrà dei difetti, William, ma una cosa va detta: sa sempre dare ottimi consigli. Così chiami un Uber e vai a Regina Mundi, il posto perfetto per te. 

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Un ciclo-venditore ambulante a Orlando West (Enrico Dal Buono)

È una chiesa. La più grande chiesa cattolica romana del Sudafrica. Del resto, la DC ti ha cavato d’impaccio, una visitina la devi ad Andreotti. Soprattutto perché il movimento antiapartheid di Soweto si radunava nella sua navata, che contiene fino a 5mila persone, protetto dalle vetrate colorate e dall’alibi religioso.  

Si trova a Rockville, 6 chilometri a nord est dal Kwa Lichaba. Ti sfoghi con Vukosi, 43, l’autista Uber al volante di una Corolla bianca, gli dici che magari è per l’apartheid che hai nel cervello ma, insomma, forse hai appena rischiato grosso. Lui si ferma al semaforo e ti squadra dallo specchietto retrovisore: «Qui ci vive tanta gente», allarga le braccia. «È normale che ci muoia tanta gente».

Dici: «Già».

«E comunque io sono pentecostale», ingrana la prima. «A noi ci aspetta un bell’al di là tutto musica e cielo».

Dici: «Già».

«Il problema è l’al di qua», continua. «Con la miriade di corse che faccio, io arrivo a stento agli 6 mila rand al mese (circa 300 euro, ndr.)».

I problemi dell’al di qua impegnavano anche i frequentatori di Regina Mundi, in particolare nel corso del Soweto uprising del ’76.

«Io ero qui» dice Linda, 65, i fianchi da circumnavigare, lo sguardo calmo di chi somma alla fede la conoscenza delle cose del mondo. 

«Perché non ha le mani?», le indichi la statua di gesso di un Cristo bianco e (non più) benedicente che svetta nel vestibolo.

Lei ci ragiona un po’ su, poi fa: «Gesù vuole dirci che dobbiamo lottare come lui fino a consumarci le mani».

Le vetrate della chiesa raffigurano una Madonna nera. Lo stesso soggetto di un dipinto del ’73, chiamato Madonna di Soweto, che regge un bambino altrettanto nero: sopra, un occhio di Dio increspato da una greca di triangoli – i tetti delle matchbox; ancor più sopra, nel muro, un foro di proiettile. Il 16 giugno ’76 la polizia fece irruzione durante un raduno di studenti e aprì il fuoco. Nessun morto. Alzi la testa: altri buchi sul tetto.  

«Avresti dovuto vedere come tremavano, i poliziotti, quel giorno. Mica potevano mirare alle nostre facce furiose», dice Danny Dube, 67. A domanda «Chi sei?», lui risponde: «Io sono questa chiesa».

Ha un alito da whiskey e un eloquio da salotto, i movimenti lenti e ponderati da uno che riordina la propria cristalleria. 

Ti porta nel suo ufficio, accanto alla chiesa, che ha l’odore di una bisca. Ti offre una sigaretta. 

«Le cose sono cambiate», dici tu.

«Sì, tutto il mondo là fuori sta cambiando», dice lui. Ti pianta addosso occhi gialli e ostinatamente divertiti. «Però tutt’oggi a Rockville vive un solo bianco, sui quarant’anni». 

«Perché vive qui?», chiede l’apartheid nel tuo cervello.

Danny scoppia in una risata: «Si è sposato una del quartiere».

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