Senza mascherinaIn Brasile c’è una sola regola per affrontare il coronavirus: ognuno fa da sé

Il presidente Jair Bolsonaro ha a lungo minimizzato gli effetti della malattia ed è stato quasi esautorato dai governatori degli Stati federati, i sindaci si adattano a modo loro e le bande criminali decidono sul coprifuoco nelle favelas

In Brasile la crisi coronavirus si aggiunge alle altre fragilità del Paese, già scosso da una serie di problemi economici e politici. La malattia ha aggravato le condizioni economiche delle famiglie più povere: i prezzi dei generi alimentari di base sono schizzati alle stelle e contemporaneamente migliaia di persone sono rimaste senza impiego in seguito alle misure di contenimento e alla chiusura delle attività commerciali.

Per affrontare il problema il governo ha da poco emanato un «ausilio di emergenza» di 600 reais per i cittadini che ne fanno richiesta, ma potrebbe non essere sufficiente a sostenere i più esposti alla crisi economica.

La crisi politica che il presidente Jair Bolsonaro stava attraversando da mesi non aiuta. Bolsonaro è finito in  una tempesta di gaffe, culminata nella decisione di Twitter, Facebook e Instagram di rimuovere gli ultimi video del presidente perché giudicati «pericolosi per la salute pubblica».

A questo si aggiunge la dura battaglia istituzionale con i governatori degli Stati, che non concordano con la sua gestione della crisi: le autorità locali hanno da tempo chiesto di imporre misure drastiche, ma il presidente si è sempre opposto e da settimane minimizza la gravità dell’epidemia.  Così, mentre alcuni come lo Stato di San Paolo, hanno dichiarato la quarantena, altri hanno deciso di allentare le maglie, come il governatore di Rio de Janeiro, che ha deciso la riapertura delle attività commerciali nei municipi che non sono stati toccati dall’emergenza.

Altre autorità locali chiedono invece più autonomia; è il caso di molti prefetti delle città della Foresta Amazzonica. In Amazonas, così come nel Parà o nell’Amapà, diversi sindaci hanno dichiarato il coprifuoco: dal calare del sole fino all’alba non si può uscire di casa per nessun motivo.

Parintins, una delle città più grandi dello Stato dell’Amazonas, è stata tra le prime a “isolarsi”. La misura è scattata dopo l’accertamento dei primi casi di contagio e ha imposto la chiusura totale del piccolo aeroporto locale e del porto: da quasi 15 giorni non ci sono navi che escono o entrano sulla sua isola fluviale, una delle più grandi del mondo.

Questo ha comportato il blocco di tutte le attività e dei rifornimenti, così come l’interruzione dei quotidiani scambi con tutti i villaggi che si trovano sul Rio delle Amazzoni e che fanno riferimento al centro urbano di oltre 70mila abitanti. Una decisione estrema ma che tiene conto della carenza di infrastrutture: a Parintins ci sono due soli ospedali pubblici (Padre Colmbo e Jofre) che insieme contano appena 155 posti letto, di cui solo 4 in terapia intensiva, con la possibilità di usare ventilatori per la respirazione.

A rischio sono soprattutto le popolazione indigene. Sofia Mendonça, ricercatrice dell’Università Federale de San Paolo (Unifesp) ha parlato addirittura di possibile «genocidio», qualora il virus si diffondesse nelle aree più remote della foresta: «La principale causa di morte tra gli indigeni sono proprio le malattie respiratorie. Se il virus arrivasse nei villaggi sarebbe una strage, anche perché chi vive là non ha possibilità di isolarsi e non ci sono misure igieniche adeguate», ha dichiarato alla Bbc.

Secondo i dati del Ministero della Salute nel 2018 le malattie infettive più classiche sono state responsabili di circa l’8 per cento delle morti tra le popolazioni native, contro una media nazionale del 4,5 per cento (tra i bambini questa percentuale sale al 22,6 per cento).

Il coprifuoco è stato deciso anche nelle favelas, ma qui a imporlo sono stati i trafficanti e i capi delle bande criminali. Dove non arriva lo Stato le leggi le fanno i banditi, che così tentano di evitare la diffusione in luoghi dove è altrettanto difficile, se non impossibile, garantire misure igieniche di base e autoisolamento. «Attenzione a tutti gli abitanti. Coprifuoco a partire da oggi, dalle 20. A chi sarà visto per strada dopo questo orario insegneremo cosa significa avere rispetto per gli altri», è uno dei messaggi che è circolato negli ultimi giorni sui cellulari degli abitanti delle baraccopoli più grandi del Paese, a Rio come a San Paolo, Recife, Belém, Salvador de Baia o Natal.

Una recente ricerca dell’istituto brasiliano Data Favela sottolinea che nelle baraccopoli brasiliane vivono circa 13 milioni di persone. E proprio in questi luoghi, all’emergenza sanitaria si sta sovrapponendo quella economica. Secondo la stessa ricerca,  dei 13 milioni, 5,2 milioni sono madri che vivono sole con figli a carico. Il 72 per cento di loro ha dichiarato di non riuscire a comprare alimenti per i propri figli a causa della perdita del lavoro per il coronavirus, mentre il 73 per cento ha ammesso di non avere nessun risparmio da poter usare in queste settimane di assenza del salario.

Addirittura il 92 per cento ha detto che dopo solo un mese di quarantena sarà impossibile comprare cibo da mettere sulla tavola, anche perché con le scuole chiuse, ci sono più bocche da sfamare in casa, più volte al giorno. Ong, associazioni locali e internazionali e chiese si stanno organizzando per raccogliere fondi e per consegnare le cosiddette “ceste basiche” alle famiglie più bisognose.