Dieci anni dopoPanegirico sonciniano di Edmondo Berselli, «uno che scriveva»

Al mondo dei giornali non pareva vero che un giornalista potesse scrivere così bene di cose così diverse. E infatti EB non era un giornalista ma, come Hitchens o Gill, uno del quale non bisogna chiedersi che cosa scriverebbe oggi se fosse ancora vivo: perché in realtà l’ha già scritto

Il più bell’incipit della letteratura italiana di questo secolo (e forse non solo di questo) l’ha scritto Edmondo Berselli nel 2006, e fa così: «Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io confesso che non mi piace nulla». 

Penso spesso a quel che segue (nei momenti, infrequenti, in cui riesco ad accantonare l’invidia dell’incipit): un primo capitolo in cui l’allora cinquantacinquenne (cioè: in piena età da Solito Stronzo) Edmondo Berselli dimostra di far parte della categoria alla quale il libro, Venerati Maestri, era intitolato.

In cui, nell’elenco di coloro che non gli piacciono (gli intelligenti d’Italia, come da sottotitolo del saggio), include tutto ciò che deve piacere alla gente che voglia piacere, da Roberto Benigni a Nanni Moretti; in cui dice che il Novecento di Bertolucci era «ideologico e balordo»; che il Nobel dovevano darlo a Monicelli, mica a Dario Fo; che Oriana Fallaci è una che scambia per quarta guerra mondiale «un’invenzione di alcuni fissati che hanno problemi comportamentali seri». 

E fa tutto questo, Berselli, senza che nessuno lo scambi per quella offensiva categoria da talk-show che sono i provocatori né tantomeno per uno di quelli che invecchiando si stanno spostando a destra. Se avete mai provato a sostenere in pubblico una posizione vagamente apocrifa rispetto a un qualunque comandamento culturale di sinistra, dal MeToo all’hate speech, e vi siete fermati all’ultimo istante terrorizzati che vi dessero del Vittorio Feltri o dell’ex romanziere ingrassato (sì, insomma: del Bret Easton Ellis), benvenuti tra noi umani: sostenere posizioni impresentabili restando i più amati dai più presentabili è un superpotere; Berselli ce l’aveva, noialtri no. 

La domenica d’aprile in cui un sms mi avvisò che era morto Berselli, ero stata a pranzo ad Anzio. Avevo mangiato tredici antipasti. Lo so perché, nelle mail di quel giorno, c’è una cronaca del menu; e c’è traccia anche della prenotazione della stanza del Locarno, l’albergo di Roma sul cui letto ero seduta quando m’arrivò l’sms. Non riuscirei più a digerire tredici antipasti, non conosco nessuno che vada da Milano a Roma in aereo come avevo fatto io quel venerdì, una stanza al Locarno costa quattro volte quel che la pagai quella primavera, e nessuno manda più sms. 

In dieci anni è cambiato il mondo, e sono cambiata anche io, che sono abituata al fatto che muoiano tutti – tutti quelli che mi piace leggere, tutti quelli con cui mi piace parlare: quelli di cui non m’importa, quelli campano in eterno – e non rispondo quasi mai «stai scherzando» come risposi quella domenica pomeriggio. 

Sabato erano dieci anni dalla morte di Berselli, e in tutti gli articoli che l’hanno ricordato, nelle introduzioni (del direttore dell’Espresso e dell’ex direttore di Repubblica) alla raccolta di suoi scritti pubblicata da Mondadori, in qualunque riga l’abbia elogiato, c’è uno stupore, sia detto con affetto, un po’ scemo. 

Tempo fa ho pubblicato un libro col Mulino, la casa editrice nella quale Berselli aveva cominciato a lavorare da ragazzo, quella dove (cito Berselli che, in Quel gran pezzo dell’Emilia, citava l’ex sindaco di Bologna Renato Zangheri) «sanno tutto dei puritani del Massachusetts e niente delle mondine di Molinella». Un giorno l’editor con cui stavo lavorando al libro mi raccontò, con gli occhi sgranati con cui alcuni (forse lo stesso Berselli, parlandone da vivo) raccontano d’aver visto Bob Marley a san Siro, di quella sera, Edmondo stava già male, in cui lo chiamò, e lui disse con aria svagata che stava scrivendo una cosina su Mike Bongiorno, e il giorno dopo su Repubblica c’erano due pagine sue sulla morte di Mike, ed era stupito della facilità d’ingegno di Berselli su una materia così lontana dal Massachusetts quasi quanto io ero stupita dal suo stupore: che difficoltà poteva mai avere un intellettuale, cioè uno che ha vissuto un paese e la sua cultura popolare (a meno che non vogliamo considerare intellettuali solo i monaci cistercensi, ma insomma credevo che questo equivoco l’avessimo superato ai tempi della Rai 3 di Angelo Guglielmi), uno che ha vissuto il tempo e lo spirito del paese in cui ha abitato, che difficoltà può avere a parlare della storia della televisione degli anni in cui è cresciuto? 

E intendo: in assoluto, in generale, anche se i funzionari Rai in quegli anni non fossero stati gente che si chiamava Umberto Eco e Raffaele La Capria. 

In quel primo capitolo che citavo prima, Berselli fa un’altra cosa invidiabile, anzi due. Codifica “la bolla”, e lo fa quando ancora non esistono i social. La filter bubble che tutti lamentiamo (o elogiamo) adesso, l’algoritmo che ci fa vedere solo ciò che ci somiglia, la echo chamber per cui parliamo solo con gente che già la pensi come noi e che non faccia vacillare le nostre certezze, quella esisteva anche prima (i social non inventano stati d’animo: li accrescono). 

Solo che a noialtri non sembrava un problema, al Venerato Supereroe sì: «Riconoscerete che a voi non è mai capitato di incontrare qualcuno che ammettesse di essere un ammiratore di Baricco; ma poi Baricco a ogni romanzo schizza in cima alla classifica dei più venduti […] E allora dovete porvi la questione se la gente che frequentate è un campione demoscopico rappresentativo». Codifica la bolla, e la buca, come fosse il pallone portato via dal campetto della squadra degli inadeguati, quelli che a ogni risultato elettorale e classifica di libri trasecolano come ogni sconfitta fosse stupefacente. 

C’è una ragione per cui tutti – che il tema sia Mike Bongiorno o Fabio Volo, gli spot del Mulino Bianco o Battiato, che in Venerati maestri viene sfilettato come alle romanziere viventi non riuscirebbe mai, e sempre restando saldamente dal lato della presentabilità culturale – si stupiscono che un politologo sappia di canzonette, e di film, e di tv, e di tutte le cose di cui alle persone normali pare normale sapere. Anzi, ce ne sono due. Anzi, tre. 

Una è il boys’ club. Tutti quelli che rievocano Berselli sono maschi, e ai maschi pare normale sapere due cose: ciò di cui ti occupi di mestiere (la politica, nel caso di quelli che lavorano nei quotidiani), e il calcio. Ho conosciuto, nella mia vita, due donne che non riconoscessero le citazioni dei film, delle canzonette, della tv, e alcune centinaia di uomini. Non è colpa loro, è uno dei limiti del loro sesso debole, bisogna essere magnanime e capire quando celebrano l’eccezione: Berselli, dotato di curiosità intellettuale benché maschio. 

La seconda è che Berselli non era un giornalista (lo dice lui, nell’inedito che apre Cabaret Italia, la raccolta appena uscita: «Io sono uno che scrive»). Sono i giornalisti, quelli italiani, che se sanno la politica sanno solo la politica, se sanno la musica sanno solo la musica, eccetera. Quando, nel 2007, in un articolo sul Partito democratico, EB spiega che «il riferimento naturale dell’immaginario democratico è il vecchio Come eravamo, con le due star anche ideologiche Barbra Streisand e Robert Redford. E che chiunque può fare una buona figura democratica citando La vita è bella o Train de vie e anche Schindler’s List, oppure, per i cinefili, i film più visionari e amati di Kubrick e Ridley Scott. Ma qualsiasi sondaggio serio mostrerebbe che il film democratico di culto, per le donne del futuro Pd, è da sempre Pretty Woman, cioè “voglio la favola” e Richard Gere per marito», il corrispondente dalla buvette si stravolge: passino i parallelismi con Mariolino Corso, fin lì ci arriviamo, ma chi è ‘sto marziano che conosce i film romantici. 

(Certo, direte voi, magari era così allora, quando c’erano solo i grandi giornali e gli anziani editorialisti, ma nei dieci anni dalla morte di Berselli è cambiato il mondo e ora c’è un pieno di trentenni smaniosi che non vedono l’ora di citarti serie televisive inglese o monologhisti statunitensi anche se devono parlare d’uno scandalo in un consiglio comunale in Molise, su. Certo, è vero. C’è un pieno d’aspiranti editorialisti che hanno la battuta pronta sul gender, sul maschio bianco, e su altri problemi all’ordine del giorno della cultura popolare di paesi dei quali leggono sull’internet, ma nel frattempo non hanno mai visto Don Matteo e non sanno chi fosse Walter Chiari: molti puritani, pochissime mondine). 

La terza è che Berselli era di Modena ma era inglese. Non so se ci avesse mai pensato, magari no, ma sarebbe stato perfetto sui quotidiani di quel paese in cui i più bravi li mettono a guardare gli sceneggiati televisivi, o a provare la ceretta all’inguine benché uomini (sto parlando di AA Gill e di Christopher Hitchens, che in comune con Berselli, oltre alla curiosità intellettuale, hanno l’essere morti prematuramente, perché evidentemente essere uno che sa scrivere di tutto ti brucia l’aspettativa di vita). 

In Inghilterra quelli bravi recensiscono ristoranti; in Italia, i direttori di quotidiani sono abbastanza disinteressati alle papille gustative da pranzare al Bolognese: forse è tutto lì. EB era un alieno in Italia, dove i più promettenti li mandi a seguire un segretario di partito, mica i festival di canzonette; era un alieno che, scrivendo della giuria di qualità di Sanremo, come sempre fatta da gente che di tutto sa tranne che di musica, buttava lì che «esattamente come in politica, si sostiene vivamente che il programma è essenziale ma poi nessuno lo legge, e nessuno legge la partitura»: un giornalista musicale non l’avrebbe fatto mai, impegnato come sarebbe stato a citare la casa discografica del tal cantante dimodoché l’ufficio stampa gli inviasse la maglietta autografata; e un giornalista politico non si sarebbe messo a scriver di canzonette, considerate un’occupazione da massaie. 

Il grande editorialista con ambizioni serie, da noi, è uno che si compiace quando l’idraulico in visita indica le librerie e chiede «ma li ha letti tutti?»; è uno che si picca di fare citazioni colte, di far vedere che ha fatto il liceo, di far dire al lettore medio «guarda quante cose sa». Per citare un Berselli del 2005: «Com’è noto, soltanto la gente che non sa stare al mondo cita Walter Benjamin e l’angelo della storia che guarda all’indietro un mondo di rovine». 

Ah, e poi ci sarebbe quella cosa dell’essere sempiterni, scritti ieri anzi domani, attuali. Quella cosa che ci piace talmente dire di quelli bravi – come ci vedeva lungo, se lo rileggi oggi sembra scritto un quarto d’ora fa – che è diventata un cliché. Ma i cliché sono tali perché sono veri, e quindi ha ragione Ilvo Diamanti, che l’altro giorno ha scritto su Repubblica «Non c’è bisogno di chiedersi cosa scriverebbe Eddy, oggi. L’ha già scritto». 

Basta aprire, a ricordi del Sanremo 2020 non ancora completamente annebbiati, un Berselli del 2007: «Anche se tutti sanno che l’unico modo per rivitalizzare Sanremo sarebbe fare cantare tutte le canzoni a Fiorello: perché per la politica non funzionerà, ma per la musica la soluzione è sempre l’uomo della provvidenza, altro che alternanza, altro che concorrenza, altro che liberalizzazioni»; o, a proposta di tassa straordinaria sui ricchi da ottantamila euro ancora fresca, scorrerne uno del 2005: «Mai saputo, però, che fine fanno gli evasori totali. Verranno trucidati da un sacerdote fiscale in un tempio inca, offrendo la loro vita in sacrificio alla terribile dea Iva? Oppure no, perché se uno evade totalmente e radicalmente, senza lasciare nessuna traccia, non si può risalire neanche “presuntivamente”, come dicono i sacri testi delle imposte, all’entità del suo reddito o dei suoi profitti, e quindi verrà perdonato con uno scappellotto complice dell’ufficio apposito?

Il problema, com’è noto, riguarda le persone praticamente oneste. I tartassati veri. Quelli che, gravati dall’aliquota massima, non sanno resistere alla proposta di un pagamento in nero da parte dell’idraulico. Quelli che tengono tutte le ricevute e rispettano tutti i commi, pagano tutti gli anticipi e sono in regola anche con i posticipi, ma quando l’elettricista o il carrozzaio gli strizzano l’occhio suggerendo un dribbling d’imposta, con il pagamento scontato brevi manu in contanti, senza assegni, senza prove, tutti maledetti e subito, loro barcollano, deglutiscono a fatica, gli viene l’occhio lustro perché si sa che è l’occasione che fa l’uomo evasore, e avvertono il sottile languore del peccato». 

Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io ammetto che Berselli non ce lo meritavamo, e se avessi una qualche spiritualità ipotizzerei, non meritandoci evidentemente neanche Gill o Hitchens, l’esistenza d’un dio crudele che ci faccia brevemente assaggiare chi ci potrebbe essere sui giornali e poi, come con certi bocconi imperdonabilmente piccoli dei menu degustazione, ci privi di quel sapore  molto prima che ne fossimo sazi, lasciandoci all’ordinaria commestibilità. 

Nell’inedito iniziale di Cabaret, l’uomo che non era fatto per i giornali italiani scrive: «So tuttavia che il minimo errore mi angustia. Una volta, su La Stampa, ho scritto “les italiennes” anziché “les italiens” e sono stato male per una settimana. Al Messaggero ho definito Cesare Previti ministro degli interni, anziché della difesa, e per fortuna me l’hanno corretto in redazione: nondimeno mi sono vergognato come un ladro». 

Duecento e spicci pagine più avanti, nella stessa raccolta, scrive di come la Ferrari faccia parte del mito italiano. Lo scrive in inglese, con quell’affettazione arbasiniana che si concedeva ogni tanto. Sarebbe «Italian myth». Né Repubblica, che pubblicò l’articolo nel 2009, né Mondadori, che lo ripubblica nel 2020, hanno corretto quel «mith» che gli era scappato. Io, quando me ne sono accorta, sono stata di malumore per una settimana.

 

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