Non solo scienziatiLa soluzione al coronavirus è anche nelle nostre mani

Da questa emergenza sanitaria si esce solo insieme. Dove e in che contesto possiamo dare il nostro contributo? Ognuno di noi può farlo nella propria sfera di influenza

Carlo Hermann / AFP

Come credo stia accadendo un po’ a tutti in questo tempo sospeso e contemporaneamente concitato, anche io condivido e rilancio news e contenuti vari, nelle varie chat che ho attive. In una di queste, nello specifico quella che raccoglie i compagni d’armi e di pensiero di Be Your Essene (BYE), la start up innovativa a vocazione sociale che abbiamo da diverso tempo fondato, si è scatenato un dibattito molto interessante e acuto su due fronti particolari: coloro che condividono in toto l’approccio dell’editoriale di Pierluigi Battista del 3 aprile su Corriere.it e coloro invece che sposano la linea di un recente articolo di Ángel Luis Lara pubblicato sul quotidiano online spagnolo El Diario.

Il primo, intitolato «Che errore dire: è colpa nostra» risponde a quella certa «mistica dozzinale secondo la quale il virus ci castigherebbe per presunti crimini sociali e culturali» che effettivamente ha preso a circolare sin dalle prime battute di questa epidemia globale, dicendo che no, «non è colpa nostra, non dobbiamo scontare nessun peccato».

E che se dobbiamo confidare in qualcosa che ci possa far superare questo momento critico è nella sapienza razionale, nella scienza e nella competenza di quella moltitudine di sanitari, ricercatori, biologi e scienziati che si stanno adoperando per trovare la cura e la protezione vaccinale.

In effetti difficile dargli torto, anche io ritengo che la risposta alla pandemia è nella competenza e non nella superstizione, e dico di più, non solo nella competenza dei virologi, occorrono anche la competenza dei politici e quella della società civile.

Però non possiamo dire senza tema di smentita di essere senza colpa. Ritenerci innocenti equivale a una scrollata di spalle che allontana realmente da noi non solo la colpa, il che non sarebbe un gran danno adesso che il danno è fatto, ma anche l’assunzione di responsabilità per il futuro. Un po’ come succedeva con la pratica dell’acquisto delle indulgenze: purgavano dai peccati commessi a suon di soldoni e legittimavano a perseverare negli stessi comportamenti lassisti, tanto quella penitenza non costava fatica alcuna.

Perché ritengo non essere vero che siamo senza colpa?

«Il pericolo principale è pensare al Coronavirus come un fenomeno isolato, senza storia, senza contesto sociale, economico o culturale» scrive sul Diario Ángel Luis Lara nel suo articolo intitolato «Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema».

Pensare al Coronavirus come a un fenomeno isolato ci allontana dall’opportunità di far portare il conto al sistema che l’ha generato. Poiché secondo i molti e comprovati studi citati nell’articolo, l’incremento degli incidenti con virus avvenuti nel nostro secolo, così come l’aumento delle loro pericolosità, sono direttamente legati alle strategie delle corporazioni agricole e dell’allevamento, che sono responsabili della produzione industriale intensiva di proteine animali.

Queste corporazioni, chiosa, «sono così preoccupate per il loro profitto da assumere come un rischio proficuo la creazione e propagazione di nuovi virus, esternalizzando così i costi epidemiologici delle loro operazioni agli animali, alle persone, agli ecosistemi locali, ai governi e, proprio come mostra la pandemia attuale, allo stesso sistema economico mondiale».

Ecco perché ritengo che la soluzione non ce la daranno solo gli scienziati in ambito sanitario, la soluzione dobbiamo cercarla tutti insieme perché la responsabilità di quello che accade nel mondo è anche nelle nostre mani, allora dove e in che contesto possiamo dare il nostro contributo? La premessa è che ognuno di noi può farlo nella propria sfera di influenza, come abbiamo ripetuto più volte.

Poi c’è chi preferisce impegnarsi nel settore non-profit, chi negli enti locali, chi in politica, chi in ambito culturale. Ma forse gli attori più efficaci sono oggi le aziende. La dimensione individuale è frammentaria, mentre lo Stato, il depositario dell’etica pubblica per tutto il Novecento, ha apparati e rituali farraginosi e intempestivi.

Non si può negare che il capitalismo sregolato abbia contribuito negli ultimi anni a fare dell’essere umano non più un fine ultimo, ma solo un mezzo. Le aziende del nostro presente però possono ribaltare questa tendenza: cogliendo l’importanza del loro compito storico, sono in grado di agire nella società civile come un modello di cambiamento virtuoso, diffondendo con il loro operato una nuova etica laica. Pratiche e idee che promuovono quello che possiamo definire come uno sviluppo degli esseri umani e dell’Insieme di cui tutti fanno parte, e che saranno premiate dalla gratitudine.

Le imprese, piccole o grandi che siano, Spa, Srl o semplici partite Iva, sono i luoghi di aggregazione, condivisione, orientamento e educazione più frequentati. E le aziende più lungimiranti si stanno già impegnando a fondare un nuovo approccio “coopetitivo” al business, in cui il giusto mix tra competizione e cooperazione dovrebbe generare un vantaggio per i singoli ma anche per l’insieme. La concorrenza di mercato deve diventare sinonimo di crescita dell’Insieme costituito da tutta la società, all’insegna del valore della gratitudine, che dopotutto è il fondamento stesso della Pace. 

Gli imprenditori e i manager più accorti hanno capito che ridefinire i modelli di business per volgerli alla creazione di valore da ri-condividere, e non più solo di profitti da accumulare, aumenta nel medio-lungo periodo anche i profitti stessi. Profitti, che una volta rimessi in circolo, genereranno altro benessere per l’insieme.

Con una affermazione sintetica ed efficace, Lara dice: «il problema non è il capitalismo in sé, ma il capitalismo in me». Dunque, cosa ci trattiene dal capire che il momento per una nuova concezione del capitalismo è ora? Non domani. Ora!

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