Modelli di businessVia Archimede, a Milano il ristorante arriva direttamente in casa

Non è delivery: il nuovo progetto di Luca Guelfi è un vero e proprio ristorante, senza sala. Un’idea innovativa che arriva direttamente da oltreoceano e che, grazie anche ai prezzi democratici, porta l’esperienza di un pranzo o di una cena speciali in casa dei Milanesi

Foto del ristorante

«Cosa potrà succedere ai ristoranti del mio gruppo? Come posso “tamponare” questa situazione?» Imprenditore della ristorazione milanese, con cinque ristoranti internazionali in città, Luca Guelfi un mese fa si è ritrovato a ragionare sulla situazione della gastronomia ai tempi del lockdown. E alle domande che si poneva ha trovato una risposta, che nei giorni scorsi ha preso vita con Via Archimede – Gastronomia di quartiere. «Mi è venuta in mente un’idea, parlando con colleghi che a New York hanno aperto dei ristoranti senza sala. Una soluzione perfetta per Milano in questo momento: non un delivery, ma un vero ristorante. Il cameriere risponde al telefono e prende l’ordinazione come al tavolo, proponendo il piatto del giorno, fornendo spiegazioni, parlando delle possibili variazioni».

A questo si aggiunge un menu tradizionale con tocchi gourmet, che vede focacce fatte in casa e primi, anch’essi fatti in casa, classici, come gli gnocchi al pomodoro fresco e basilico, le orecchiette con broccoli, olio all’acciuga e briciole di pane tostato, o le lasagne alla bolognese; e poi secondi milanesi, dalla cotoletta ai mondeghili, e specialità di pesce, per chiudere naturalmente con i dolci. «Un menu tutto fatto in casa, che risponde all’esigenza di mantenere i prezzi “democratici”, e che copre i gusti di tutti, adatto alle famiglie, sia nei sapori che nei prezzi, tali da consentire di poter ordinare anche un paio di volte a settimana. A conti fatti, si spende poco di più che non a comprare la materia prima al supermercato e a cucinare. Con il vantaggio che qui i piatti sono preparati da chef, quindi il risultato è sicuro e la fatica è zero».

L’inaugurazione venerdì 10 aprile, e il weekend i Pasqua ha già portato risultati e riscontri positivi: «abbiamo dovuto bloccare gli ordini – racconta Guelfi – e siamo davvero soddisfatti. Non ho ovviamente la certezza che questa possa essere un’alternativa alla ristorazione tradizionale, ma per ora i clienti sono contenti, e noi pure». Clienti che per ora sono rappresentati principalmente da ultracinquantenni: «persone che magari non sanno o non hanno voglia di usare una app. Che preferiscono fare due parole, anche a distanza, al momento dell’ordinazione. La telefonata per noi è davvero fondamentale: si crea un momento di contatto umano, una cosa di cui in tanti hanno voglia in questo momento. Ci confrontiamo, parliamo, risolviamo eventuali problemi di intolleranze e allergie. E poi il “tuo” cameriere ti consegna l’ordine a casa: un altro momento per parlare, ovviamente mantenendo tutti gli standard di sicurezza. Siamo sempre noi infatti a consegnare. E a tanti una chiacchiera in sicurezza fa piacere». Del resto anche la frenetica Milano sta cambiando: «la gente è più tollerante, più gentile. Speriamo che sia un qualcosa di buono che nasce da questa situazione e che potremo conservare per il futuro. Sarebbe bello che da questa quarantena venisse fuori qualcosa di buono».

Guarda al futuro, Luca Guelfi, dei Milanesi e non solo. Soprattutto guarda al futuro della ristorazione. «Credo che la fase due possa passare anche da soluzioni come quella offerta da Via Archimede. Penso che la gente anche quando sarà finito il periodo di isolamento avrà voglia di farsi portare il cibo a casa. E penso che il periodo di transizione sarà più complicato di quanto ci auguriamo. Non sono positivo sulla fase due. Ci vorrebbe un aiuto serio da parte dello Stato, che dovrebbe detassare il lavoro, assumendosi per un periodo determinato, 24 o 36 mesi, i costi legati ai dipendenti. Solo in questo modo un imprenditore potrebbe continuare ad avere il numero di dipendenti che aveva prima. E solo in questo modo si possono evitare i rischi legati alla disoccupazione».

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