Critica radicaleLasciate morire i ristoranti, scrive il New Yorker

L’industria della ristorazione di fronte alle sue contraddizioni, tra entusiasmo e paure per la riapertura, alle prese con troppa plastica e qualche remora. Sfogliamo insieme gli articoli comparsi negli ultimi giorni sulla stampa internazionale

The Case for Letting the Restaurant Industry Die – The New Yorker, 22 maggio

Tunde Wey è un cuoco, scrittore e artista di origini nigeriane che, dopo anni trascorsi negli Stati Uniti come undocumented ha ottenuto la sua Green Card l’anno scorso. Ma soprattutto è un attivista-performer che organizza iniziative di stampo gastronomico a sostegno, perlopiù, delle comunità nere degli Stati Uniti. Nel tempo ha ottenuto una certa notorietà, grazie a progetti come Saartj, in cui il prezzo del cibo venduto è determinato dalle differenze etniche (sei bianco? ti costerà tre volte tanto), e i guadagni vengono redistribuiti alle comunità svantaggiate, in questo caso quelle di colore. Un articolo sulla sua figura e il suo lavoro è in lizza per i James Beard Awards, e Tunde Wey stesso sta lavorando a un libro. Qui Helen Rosner lo intervista restituendone un ritratto dettagliato. E lo fa a partire dalle considerazioni sul momento attuale, che Wey stesso ha snocciolato attraverso un video e (soprattutto) una newsletter, in cui provocatoriamente sosteneva che se l’industria del cibo deve morire allora lasciamola morire (Let It Die!). Di provocazione si tratta, come si capisce dalle sue parole, ma dentro c’è anche una critica politica radicale a un sistema, quello gastronomico, che attraverso le sue ramificazioni perpetua razzismo, sessismo e sfruttamento del lavoro in modo spesso a-critico. Quindi lasciamo da parte le iniezioni di liquidità per aiutare i proprietari dei ristoranti, dice Wey: lottiamo per uno stato sociale ampio e diritti universali, a partire dal riconoscimento delle disuguaglianze che ci circondano. Così facendo, non avremo più bisogno di politiche settoriali che spesso escludono proprio i soggetti più deboli, che nel caso statunitense sono le migliaia di lavoratori della ristorazione licenziati in tronco con lo scoppio della pandemia.

Who Are We Reopening For? – Eater, 26 maggio

A lungo abbiamo riflettuto sulla ristorazione, sull’impatto che le chiusure hanno avuto e avranno sui locali che amiamo, sui cuochi che adoriamo, sui luoghi di cui non potevamo fare a meno. Perlopiù lo abbiamo fatto pensando che l’unico modo per salvare la vita di queste insegne fosse aiutare economicamente i proprietari e spingere affinché potessero riaprire (in condizioni di sicurezza, certo). Un ragionamento che non fa una grinza, per intenderci. Ma come dimostra questo articolo di Jaya Saxena, che riguarda gli Stati Uniti e quindi deve fare i conti con una situazione ancora drammatica, complicata da scelte politico-economico-sanitarie differenti da Stato a Stato, raramente ci stiamo chiedendo cosa pensano della spinta alla riapertura i lavoratori del settore e i clienti. Se in Italia in questa fase si è diffusa la percezione di una certa sicurezza, con la curva pandemica in flessione da un po’ di tempo, non si può dire lo stesso per gli Stati Uniti. Ma al di là di questa fondamentale differenza, rimane innegabile il fatto che riaprire i ristoranti può voler dire esporre molte persone a dei rischi. E si tratta di rischi che non è detto che i dipendenti e i frequentatori dei locali siano così contenti di dover correre.

Bar in Fase 2: quanti rifiuti produce la nuova normalità – Dissapore, 23 maggio

I primi tempi pandemici erano tutto un raccontarci di come ne saremmo usciti migliori, di come avremmo finalmente capito che eravamo arrivati sull’orlo del precipizio e quindi di come avremo rivoluzionato il nostro mondo morente. Ci sentivamo ottimisti, di quell’ottimismo consolatorio che si può ritrovare nel bel mezzo di tutte le grandi crisi, anche là dove meno te lo aspetti: ci avete mai fatto caso che anche alcune pagine di “Se questo è un uomo” di Primo Levi ne hanno un bel po’? Poi siamo passati dalle parole ai fatti, e abbiamo prima iniziato ad agognare il ritorno alla normalità (tradotto: a fare esattamente ciò che facevamo prima), e poi ad adattarci al nuovo mondo che si apriva là fuori. In tutto questo ci sarebbe un bel discorso da fare sulla plastica monouso, e l’articolo di Marco Pistagnesi fa al caso nostro. Non tanto perché si abbia voglia di dargli al barista o al ristoratore che usa montagne di plastica per i suoi delivery o take-away, quanto perché se uscirne migliori vuol dire usare montagne di plastica c’è (di nuovo) qualcosa che non funziona, e dobbiamo sederci a parlarne.

Leggi anche:

Natural Lambrusco Is Just the Beginning – Punch, 26 maggio

Un articolo di Zachary Sussman che (giustamente) celebra il grande ritorno in auge dei Lambrusco realizzati con il cosiddetto Metodo Ancestrale, vale a dire con una rifermentazione in bottiglia senza sboccatura.

From fruit-at-the-bottom to keto: How yogurt in America reflects its food trends – Vox, 27 maggio

Passato, presente e futuro del mondo dello yogurt, visto attraverso le lenti del supermercato e dei consumatori americani. Ne avevamo parlato anche noi, qui.

How the Black Death Gave Rise to British Pub Culture – Gastro Obscura, 22 maggio

La storia (articolata, ricca e sorprendente) di come le epidemie di peste del Trecento hanno dato vita ai pub britannici. Casomai ci venisse in mente di considerare la presente pandemia come un’opportunità per il futuro.

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