MestieriTu sei bello, tu sei forte, tu sei marito della Ferragni, tu non sei cantautore

La diretta Instagram di Fedez che spiega con parole e musica il G8 di Genova è l’epitome di quell’altro campionato delle parole in cui giocavano i Dalla, i De Gregori e i Baglioni rispetto a molti artisti di oggi

macchina da scrivere
Photo by Laura Chouette on Unsplash

Abbiamo un problema con le parole. Sembra ieri che il problema era saperci troppo fare, si fosse politici o intrattenitori, il Pannella raccontato da De Gregori («con due pistole caricate a salve ed un canestro pieno di parole») o il Guccini raccontato da sé stesso («Parole, son parole, e quante mai ne ho adoperate e quante ancora lette e poi sentite, a raffica, trasmesse, a mano tesa, sussurrate, sputate, a tanti giri, riverite, adatte alla mattina, messe in abito da sera, all’osteria citabili, o a Cortina, e/o a Marghera»).

Oggi quella prima strofa di Guccini fa venire il mal di testa (per lo sforzo di starle dietro) non solo all’ascoltatore distratto di Spotify, ma anche all’italiano che di mestiere ci lavora, con le parole, e tuttavia ha su di esse il dominio del cuoco così dilettante da sbagliare l’uovo sodo.

Tempo fa un cantautore contemporaneo mi ha redarguita per aver chiesto conto a Paolo Conte della scarsezza dei parolieri contemporanei. Risposi che mi pareva un fatto: ad ascoltare i testi di Com’è profondo il mare (1977) o di La vita è adesso (1985), non sembra neanche che Dalla e Baglioni facessero lo stesso mestiere di questi di adesso; questi che, se ti metti ad ascoltarli volenterosa di non sembrare così decrepita da sospirare solo «ai miei tempi», trovi versi che sarebbero stati alla perfezione nelle poesie che in seconda media ti dedicava il biondino dell’ultimo banco.

Giovedì notte il marito della Ferragni ha fatto una diretta Instagram assieme alla moglie e a un giovanotto bolognese, Luis Sal, di quelli che, non sapendo dire che mestiere facciano, i giornali in genere presentano con «seguito su Instagram da tot persone» (nel caso di Luis Sal, un paio di milioni).

A un certo punto il marito della Ferragni si mette a parlare del G8 di Genova del 2001, quello all’altezza del quale egli aveva undici anni e mezzo. Naturalmente questa precisazione non serve a dire che non ne può parlare (con questo criterio, nessuno potrebbe parlare della seconda guerra mondiale), ma che, se ne parla, non lo fa col revisionismo autobiografico di quelli che erano lì venticinquenni e non gli sembra vero di potersi compiacere dell’essere stati rivoluzionari per un quarto d’ora prima di farsi assumere in banca. Se ne parla, è perché l’argomento gli interessa abbastanza da averlo studiato.

Siccome non importa quanto tu sia giovane, c’è sempre uno più giovane con cui fare il bullo, il signor Ferragni chiede a Luis Sal se sappia cosa sia la Diaz con la superiorità che un allora undicenne può avere verso un allora quattrenne. Quello risponde, col tono che abbiamo a Bologna quando qualcuno si dimentica del nostro perpetuo complesso di superiorità culturale, «Ho fatto l’artistico» (nesso non pervenuto, ma non cavilliamo).

All’inizio dell’esposizione da ripetente chiamato alla lavagna con cui il signor Ferragni, di professione paroliere, illustra la vicenda cui è così appassionato da averla studiata postuma, il signor Sal gli dice che deve spiegare cosa sia il G8. È un duetto che farebbe piangere qualunque ascoltatore dei parolieri del Novecento. «Il G8 è stato un incontro in cui si incontravano le grandi potenze mondiali», «È un incontro istituzionale dei più grandi rappresentanti dei paesi mondiali». (Essi riassumerebbero la mia reazione a questo scambio con «cringe», perché una costante della scarsa familiarità con la propria lingua è l’ostentazione d’una lingua straniera, con cui si ha parimenti scarsa familiarità).

Che nostalgia per quando i cantautori venivano presi per il culo perché pensavano troppo alle parole e non abbastanza alla musica, che nostalgia per quell’«amore vago, mi tocca coi miei due giri costanti fare il make-up a metonimie erranti» gucciniano, che compassione che ho per me e per lui. Ma torniamo a Genova 2001.

«Lo dico senza aver problemi di ripercussioni: è stato dimostrato empiricamente che in alcuni gruppi di contestazione c’erano infiltrazioni della Digos e della polizia»: chissà cosa pensa significhi, «empiricamente», il paroliere marito della Ferragni. Arrivato all’altezza di Placanica e Giuliani, tronca le proprie stesse considerazioni sull’impunità del carabiniere con la mirabile frase «non sono un giurista, quindi non mi prodigo» (chissà cosa pensa significhi, il paroliere, «prodigarsi»: forse lo scambia con «peritarsi»?).

Il marito della Ferragni nella diretta dice d’essersi messo a parlare di Genova così, non sa neanche lui perché. Giacché però è il tempo in cui le parole sono casuali ma le circostanze mai, egli ha una nuova canzone, intitolata Giuda, da promuovere, e – ohibò – a un certo punto, tra versi che non paiono avere gran attinenza l’uno con l’altro, ce ne sono un paio che fanno: «Maresciallo suvvia, quella roba non mia, permette la domanda è mai stato alla Diaz».

Dai crediti di Spotify, ci si son messi in quattro, ad attingere dai canestri di parole. E poi hanno fatto pure la diretta, perché l’ascoltatore medio di questo secolo, se sente “Diaz” e non capisce il riferimento, s’affatica. Ho spento subito e sono corsa nel 1993, a quel Guccini che «Amore fino, lo so che in questo modo cerco guai, ma non sopporto questi parolai, non dire più che ci son dentro anch’io».

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