Costolette finitePoi arrivò il giorno in cui gli americani dovettero imparare a fare a meno della carne

Un altro inaspettato esito del virus è la chiusura di tanti centri di trasformazione della carne, che sta costando agli Stati Uniti una crisi del mercato mai vista prima. Con la prospettiva di un cambio epocale di nutrizione

Bistecche, costolette, hamburger, polpette, costate: l’amore degli americani nei confronti della carne è cosa ben nota, così come la loro innata predisposizione a fare scorte spesso esagerate di ciò che considerano un saldo pilastro della loro alimentazione. Quella della carne negli Stati Uniti è del resto una lobby che nulla ha da invidiare ad armi, sigarette o alcolici, e che – a causa del coronavirus – sta affrontando una crisi che i media statunitensi definiscono major, grave per l’appunto. Per una popolazione che è stata a lungo abituata a una serie di scelte alimentari inimmaginabili in gran parte del mondo, grazie a negozi con una capacità di stoccaggio media che va da 40mila a 50mila prodotti per location, trovare d’improvviso interi scaffali di carne bovina, suina e ovina tristemente vuoti ha generato reazioni per lo più di panico e shock. Una situazione paradossale se si pensa che le banche del cibo stanno affrontando una domanda senza precedenti e che quasi 40 milioni di americani soffrono la fame (la fame vera, non capricci dovuti alla mancanza delle costolette).

Il rapporto settimanale del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense ha d’altronde rilevato che dal 27 aprile la produzione di carne bovina è diminuita del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre la produzione di carne di maiale ha subito un calo pari al 15%. E se Sonny Perdue, segretario dell’agricoltura, ha affermato che gli Stati Uniti hanno «cibo in abbondanza per tutti i cittadini», vero è che da metà marzo negli impianti di lavorazione vengono macellati nettamente meno suini, una contrazione che s’assesta intorno a -50%. Il motivo è abbastanza intuibile: parecchie aziende di trasformazione della carne hanno sospeso le operazioni perché i lavoratori si sono dimostrati positivi al Covid-19. Morale, dato che la produzione negli stabilimenti di confezionamento s’è interrotta, i prezzi si sono alzati e la disponibilità di determinati articoli molto popolari – come carne macinata e petti di pollo – ha registrato un’importante flessione. Supermercati e negozi d’alimentari (come ShopRite; Kroger; Costco Wholesale; Abertsons Market; Market Basket) hanno iniziato a limitare gli acquisti per persona, dicendosi preparati a carenze intermittenti fino a fine maggio se non oltre, e hanno dovuto fronteggiare un’orda di consumatori abituati, restando a casa, ad acquistare più proteine del solito (il 41% su base annua per la settimana terminata lo scorso 25 aprile). Si parla di circa 20 importanti impianti di confezionamento di carne temporaneamente chiusi nel corso delle ultime settimane per via di focolai tra cui Tyson Food, uno dei maggiori produttori di carne degli Stati Uniti, che già il 26 aprile intimava «la filiera alimentare si sta interrompendo» in un annuncio a tutta pagina su diversi quotidiani nazionali. «Poiché gli agricoltori non sono in grado di vendere il loro bestiame ai trasformatori, milioni di animali – polli, maiali e bovini – verranno soppressi», ha concluso il Presidente del consiglio di amministrazione John Tyson.

Quello di Tyson Food è un caso emblematico: il 30 aprile sono state temporaneamente sospese le operazioni nell’impianto di lavorazione delle carni bovine fuori Sioux City, Iowa,

come conseguenza di oltre 900 lavoratori positivi al coronavirus. La struttura è uno dei più grossi stabilimenti del Paese, con circa 4.300 dipendenti, tradizionalmente mal pagati, mal protetti, costretti in condizioni lavorative affollate, spesso immigrati o appartenenti a minoranze etniche. Un’analisi in continuo aggiornamento del Midwest Center for Investigative Reporting ha rilevato che al 10 maggio negli Stati Uniti sono stati segnalati almeno 12.500 casi positivi al coronavirus legati a impianti di confezionamento carni in almeno 174 stabilimenti in 30 stati, e almeno 51 decessi in 27 stabilimenti in 18 stati.

La settimana scorsa il Presidente Trump ha emesso un ordine esecutivo, invocando i poteri di guerra del Defense Production Act, che ha dato al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti una maggiore discrezione sulla chiusura degli impianti di macellazione e confezionamento delle carni: l’ordine li ha dichiarati «infrastrutture di importanza critica» e ha affermato che l’amministrazione ne «garantirà il continuo funzionamento», proteggendoli così dalle pressioni statali e locali a chiudere a causa dei focolai di Covid-19. Esperti e giuristi, tuttavia, ritengono improbabile che l’ordine possa frenare il declino, in quanto non obbliga i produttori di carne a rimanere attivi e non offre ai datori di lavoro l’immunità da eventuali azioni legali.

Le sfortune, insomma, non arrivano mai da sole: nella stagione perfetta per il caro, vecchio barbecue all’aperto – delizia finora senza croce di qualsiasi americano che si rispetti –, negozi e supermercati s’aspettano di ricevere meno offerta, a fronte di una domanda (e di una propensione all’acquisto) di gran lunga più elevata rispetto ai restanti periodi dell’anno. I tagli lavorati, come la bistecca di manzo di prima scelta o la lonza di maiale disossata, saranno meno disponibili perché richiedono più lavoro manuale in un momento in cui i fornitori stanno cercando di accelerare il processo di confezionamento; i polli interi, invece, potrebbero essere di più facile reperimento.

Prevedere livelli di approvvigionamento di carne oltre il prossimo mese sarà difficile, ha dichiarato Roger White, Vice-Presidente Senior presso l’Associated Food Stores, un’associazione di oltre 400 rivenditori indipendenti, al Wall Street Journal: la carne continuerà a essere sugli scaffali, con una scelta di tagli però decisamente inferiore. Lato retail, il beef carcass value (il valore del bovino macellato, fonte di hamburger e bistecche) il 5 maggio è schizzato a 422,57 dollari, con un incremento del 63% nelle ultime settimane. I prezzi all’ingrosso delle carni macinate sono aumentati di circa il 40% dalla fine di aprile, e i ricercatori della banca cooperativa agricola CoBank s’aspettano che entro luglio saranno del 20% superiori a quelli dell’anno scorso. Ciò a fronte, va ricordato, di un’economia messa in ginocchio: in sei settimane, e cioè da metà marzo, negli Stati Uniti i senza lavoro sono volati a 30 milioni, crescendo al ritmo di 10 milioni ogni quindici giorni e con un tasso di disoccupazione pari al 16,1% ad aprile, il massimo dal 1948.

Se proprio ci volessimo sforzare di cercare un risvolto positivo, a partire da qualche giorno la catena di supermercati Kroger ha iniziato a vendere i prodotti di finta-carne a base vegetale di Impossible Foods in 1.700 punti vendita. Un portavoce dell’azienda ha affermato che la partnership è stata organizzata prima della pandemia, e che il cibo a base vegetale è tra le categorie in più rapida ascesa. Il rivale Beyond Meat sta incominciando a distribuire i suoi hamburger a base di proteine del pisello in più catene, inclusi magazzini all’ingrosso come Wal-Mart, Sam’s Club e BJ’s Wholesale Club. Entrambe le aziende prevedono l’applicazione di sconti, nonché la vendita di confezioni sfuse per essere più competitivi in termini di costi con la carne macinata e catturare così nuovi clienti.

Considerando che l’agricoltura consuma più acqua dolce di qualsiasi altra attività umana, che quasi un terzo di quell’acqua è dedicato all’allevamento del bestiame, che un terzo delle terre coltivabili del mondo è utilizzato per coltivare mangimi per il bestiame e che quest’ultimo è responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas serra, la crisi della filiera della carne potrebbe pure non rivelarsi una punizione divina. Anzi, per gli americani potrebbe essere l’occasione per ridurre il proprio consumo e sperimentare sostituti migliori da un punto di vista ambientale e più economici: non è detto in fondo che tutto il male debba venire per forza per nuocere.