Conte non fai rumoreCosì sarà un’estate senza musica, dicono «gli artisti che ci fanno tanto divertire»

Parlano alcuni rappresentanti de “La musica che gira”, il coordinamento del settore nato con l’emergenza Covid e che ora chiede di essere ascoltato. Zanobini, manager di Brunori Sas: «Le iniziative sostenute da contributi pubblici forse potranno farcela, ma per i privati ancora non lo sappiamo»

SILVIO AVILA / AFP

Anche per concerti, festival e spettacoli, sarà come per bar e ristoranti. Con le nuove regole dell’ultimo decreto sulla fase due, che dal 15 giugno prevede la riapertura di teatri e spazi per la musica con il limite massimo di 200 persone al chiuso e 1.000 all’aperto, c’è chi riprenderà a lavorare e chi no. Le spese per la ripartenza sono troppe e le previsioni di incasso troppo basse. Assomusica ha già comunicato che i grandi eventi live previsti per l’estate 2020, da Nick Cave a Ligabue, sono rinviati al 2021. «Alla maggior parte degli organizzatori probabilmente converrà stare fermi», conferma Matteo Zanobini, manager della etichetta Picicca Dischi, che ha all’attivo artisti come Brunori Sas, Dimartino, Maria Antonietta e Dente.

Zanobini è tra i primi sostenitori de “La Musica che gira”, il neonato coordinamento di operatori, produttori, artisti, promoter e uffici stampa musicali, che ora chiede al governo di essere ascoltato in vista di una «ripartenza sostenibile». Dopo i tour bloccati, le date saltate e il ritiro nelle dirette live, «gli artisti che ci fanno tanto divertire» – come li ha definiti il premier Conte in conferenza stampa – si sono messi insieme per unire tutte le figure della filiera musicale. Dai tecnici ai produttori.

Affiancati da esperti e giuslavoristi, hanno costituito una sorta di «task force permanente» per l’industria della musica. Con un documento programmatico che in pochi giorni ha raccolto oltre 4mila firme. E una serie di proposte concrete sintetizzate in quattro punti: tutele sociali per tutti gli operatori, maggiore supporto alle attività imprenditoriali della musica dal vivo, una riforma definitiva del settore per la ripartenza, sostegni agli investimenti green.

Con i posti a sedere preassegnati, la distanza di almeno un metro tra gli spettatori e tra gli artisti, la misurazione della febbre all’ingresso e il divieto della vendita di cibo e bevande previsti nel dpcm, la ripresa dei concerti estivi e il ritorno sui palchi si fa sempre più complicata. «Le iniziative sostenute da contributi pubblici forse potranno farcela, ma per i privati ancora non lo sappiamo», dice Zanobini. «Come sempre i costi sono sulle loro spalle. Sanificazioni, dispositivi di protezione, personale in più da assumere, costi per la messa in sicurezza fanno a pugni con le capienze ridotte o i divieti di somministrare cibo e bevande. Non c’è stato ancora il tempo per approfondire un decreto così fresco, ma la base del discorso è la stessa: il governo non può limitarsi a dire “aprite”, bisogna anche sostenere l’apertura».

In queste ore produttori e imprenditori stanno valutando se, con le regole in vigore, rimettere in piedi concerti e festival estivi sarà economicamente sostenibile. Da tenere in considerazione, c’è anche l’effetto paura, che probabilmente non spingerà subito folle di fan e appassionati a partecipare agli eventi live. «Ancora non sappiamo se la ripartenza sarà sostenibile per come è stata concepita nel dpcm. E se è sostenibile, per quanti lo è?», si chiedono Ilaria Boccardi e Stefania Giuffrè della società di management Taiga, che gestisce nomi come Mannarino, Levante ed Eugenio Finardi. «È fondamentale che il nostro settore sieda ai tavoli politici per avere un confronto basato sui numeri e sulle competenze».

Il divieto di assembramento e il distanziamento sociale, diventati nuovi dogmi con l’emergenza epidemiologica, hanno lasciato un panorama di macerie per un settore che viveva di grandi adunate e affollamenti. I lavoratori più colpiti sono i liberi professionisti che lavorano “dietro le quinte”, senza cassa integrazione e senza tutele. Ma anche musicisti, tecnici, manager, uffici stampa. Tutti gli autonomi legati al lavoro sui tour, stagionali e intermittenti, si sono trovati da un giorno all’altro senza lavoro. «Gli ammortizzatori non bastano assolutamente», spiega Zanobini. «E i famosi 600 euro per i lavoratori dello spettacolo hanno dei paletti di accesso che denotano una scarsa conoscenza del settore da parte del governo».

Senza dimenticare tutti i lavoratori in nero che caratterizzano il settore musicale. Uno studio di Fondazione Centro Studio Doc del 2019 sul sommerso nella musica in Italia, dimostra che solo in un evento su dieci nei locali e nelle feste popolari il musicista è pagato in modo regolare. «Si verifica purtroppo a volte perché un musicista emergente che suona in un locale per pochi euro deve comunque pagare tasse troppo alte (non ci sono scaglioni), e perché per gli organizzatori non ci sono vantaggi fiscali», dice Zanobini. «È vero che il nostro settore è complesso e poco conosciuto dai più ma valgono in fondo le stesse regole che andrebbero applicate per far emergere il lavoro nero in tutti gli altri settori», spiegano le due manager di Taiga.

Il dialogo de “La musica che gira” con la politica è già partito da settimane. La cosa più importante di tutte ora è essere ascoltati. «Non possiamo immaginare e accettare che si legiferi senza avere una piena e completa comprensione del nostro settore ed è questo il motivo per cui chiediamo a gran voce una commissione congiunta di Camera e Senato dedicata all’industria musicale e la convocazione da parte del ministero della Cultura di un tavolo tecnico specifico», dicono Brocardi e Giuffrè.

Ma secondo Zanobini, la prima cosa da fare per ripartire con microfoni e chitarre dopo lo shock della pandemia è «un taglio sulle tasse del 2020. Chi non ha incassato dovrà scegliere se pagare le spese per vivere o pagare le tasse». La «Netflix della Cultura», proposta dal ministro Franceschini, non convince. «Serve una riforma del settore musica. Basti pensare all’assurdità per cui nel 2020 in Italia la musica è divisa tra cultura, sostenuta dallo stato con il Fus, e non cultura, o meglio dire “divertimento”, che ha nessun sostegno. C’è qualcuno che sostiene che “Come è profondo il mare” di Dalla non è cultura? Occorre sfruttare questo periodo di break per fare ordine e poter ripartire al meglio quando si potrà. Noi siamo qua».

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