«Ci stiamo lavorando»La grande ipocrisia di celebrare Black Lives Matter e di non abrogare i decreti sicurezza

Il sommovimento sociale nato per le proteste per la morte di George Floyd ha cambiato il dibattito politico americano, noi imbrattiamo le statue di Montanelli ma ci dimentichiamo dello Ius soli e di chi muore in mare

È difficile dire come finirà il gigantesco sommovimento sociale e culturale, prima che politico, nato dalle proteste per la morte di George Floyd. Con il passare dei giorni il movimento è cresciuto in estensione, potenza del messaggio e consapevolezza dei suoi mezzi.

Le violenze e i saccheggi della fase iniziale hanno ceduto il passo a manifestazioni sempre più larghe, più pacifiche e più politiche, cambiando radicalmente il segno e il tono dell’intero dibattito pubblico sul razzismo e sulla sicurezza.

Può darsi che ciò nonostante, alla lunga, Donald Trump riesca a trarre vantaggio dalle richieste e dagli slogan più estremi, come l’abolizione della polizia, ma siamo proprio sicuri che la ricaduta elettorale sia sempre l’aspetto decisivo di ogni e qualsiasi battaglia politica?

Non c’è bisogno di riscoprire il pensiero di Amadeo Bordiga per constatare che già oggi, indipendentemente dalle sue conseguenze ultime sulla contesa per la Casa Bianca, il movimento ha cambiato radicalmente i termini del discorso pubblico americano, ricalibrando in misura fino a ieri inimmaginabile, a favore dei progressisti, i confini del dicibile e dell’indicibile nel dibattito su razzismo, sicurezza, polizia e democrazia. Un cambiamento di cui chiunque vinca le elezioni non potrà non tenere conto.

C’è in tutto questo una lezione anche per l’Italia, e la lezione dice che l’egemonia del discorso populista, xenofobo e securitario può essere sconfitta, a condizione di combatterla. Cioè esattamente il contrario di quello che è stato fatto finora dal Partito democratico, e non solo, a dire la verità. Perché è una larga parte della classe dirigente italiana ad avere scelto, da anni, la linea dell’appeasement con il populismo.

Nel nostro paese i parlamentari del Partito democratico hanno discusso dell’opportunità o meno di imbrattare la statua di Indro Montanelli a Milano, ma si sono dimenticati dello Ius soli. Si sono inginocchiati in Parlamento per George Floyd, ma si sono dimenticati di cancellare quei decreti sicurezza che impongono multe da centinaia di migliaia di euro a chi salva vite in mare. Persino il timidissimo proposito di recepire almeno i rilievi del Quirinale è riemerso dall’oblio solo pochi giorni fa, quando i ministri del Partito democratico si sono ricordati di chiederne conto al presidente del Consiglio, il quale peraltro ha risposto loro con il più classico dei vi-faremo-sapere.

Ma la dichiarazione più bella in merito è quella che Giuseppe Conte ha pronunciato mercoledì in un’intervista a Fanpage: «Ci stiamo già lavorando». Proprio così. Anzi, testualmente: «Ci stiamo già lavorando, non credo ce la faremo perché siamo molto impegnati, come vede, su vari fronti, però stiamo lavorando e la ministra Lamorgese ha avuto l’incarico di mettere a punto la versione finale delle modifiche al decreto sicurezza, che peraltro sono modifiche inserite già nel nostro programma, con cui siamo nati come governo e abbiamo chiesto la fiducia».

Ricapitolando: il nuovo governo è in carica dal 5 settembre 2019, sono passati nove mesi, il tempo necessario a dare alla luce un bambino, i decreti sicurezza sono sempre lì intonsi, e Conte dice: «Già». Perché, avevate fretta? (Da segnalare, come forma di mobbing nei confronti degli alleati, il disinvolto riferimento al fatto che tali modifiche sarebbero nei patti sin dalla nascita del governo).

In attesa che il capo del governo e la ministra dell’Interno riprendano in mano questo interminabile lavoro, che evidentemente da nove mesi toglie loro anche il tempo di respirare, forse sarebbe il caso che i parlamentari del Partito democratico si alzassero in piedi. Sono stati in ginocchio abbastanza.

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