Qualcosa di nuovo sul coronavirusDice Fabio De Luigi che probabilmente impareremo a ridere anche del Covid

Per il comico romagnolo in questo periodo la realtà ha superato la finzione. Ma è proprio l’incertezza di un tempo in cui si è persa la bussola, al punto da tifare per uno scienziato o per l’altro come fosse una squadra di calcio, il cuore pulsante della commedia. Dalle mascherine sui gomiti all’unità nazionale durata due pomeriggi, l’ironia è l’ultima arma che resta

Fabio De Luigi
TIZIANA FABI / AFP

La prima preoccupazione che emerge parlando con Fabio De Luigi è che sia stato già detto tutto sul coronavirus, che non si possa più dire niente di diverso. Anche le possibilità di far ridere, è un refrain che va avanti da anni, sono sempre più ristrette, perché la realtà ci supera.

E, in effetti, davanti a qualcuno che ti dice che R=0,5 significa che per contagiarti devi incontrare due infetti cosa può aggiungere un comico? «Devi solo alzare le mani, la battuta è già lì, c’è già tutto». Gli domando se non trova che perfino la distanza tra un personaggio come l’ingegner Cane, nato come una parodia sarcastica, e la realtà non si stia sempre più assottigliando. L’ingegnere è passato da figura dell’assurdo a critica realistica in pochi anni.

L’altra preoccupazione che sembrerebbe poi opposta, ma in realtà non così tanto, è che tutto ciò che ci diciamo tra meno di tre settimane sarà stato completamente spazzato dagli eventi. Anche De Luigi come molti di noi ha trovato rifugio durante la quarantena nei film della commedia all’italiana ed è andato alla ricerca della cifra che rende quella descrizione degli italiani ancora così attuale. «Tra tre settimane non sapremo se avremo ancora le mascherine o le avremo gettate via del tutto. Le cose che diciamo, le precauzioni che prendiamo, tra tre settimane sembreranno tutte vecchissime. Capisco i problemi di chi sta pensando a come girare dei film adesso. Cosa fai? Metti le mascherine? Non le metti? Come immagini il futuro? Cosa faremo tra qualche mese? Dove e come ambienti una storia?».

E, di conseguenza, se saremo capaci di accettare la messa in scena di quanto abbiamo vissuto. Qualcuno si offenderà. Non si sente già nell’aria che molti si stanno preparando per offendersi? E per dividersi, anche. «Abbiamo una tale capacità di trasformare tutto in un derby calcistico che adesso ci dividiamo persino sui virologi. A seconda di quale virologo stai citando il tuo interlocutore ti inserisce in una categoria, vieni bollato come fascista o comunista solo dal nome del virologo che hai nominato».

Come va con la fase 2 o la fase 3, non so più bene neanche in che fase siamo…
Le fasi sono soggettive, ho capito questo. Ognuno si muove a seconda della sua sensibilità, e di quello che ha elaborato attraverso le ottomila e quattrocento fonti di informazioni alle quali attingiamo e che, alla fine, sono uguali a zero. È come andare in un ipermercato… a me si blocca la crescita quando entro in un ipermercato, non riesco a scegliere nulla perché ho troppe informazioni. Credo avvenga un po’ la stessa cosa col mondo dell’informazione con cui abbiamo a che fare, ognuno può attingere dove gli pare e poi costruirsi la sua realtà.

Anche perché sono molto contraddittorie…
È una realtà un po’ fai da te, soprattutto quella dei social e della rete, in cui puoi scegliere a chi credere e a chi non credere. Siamo come dei polli d’allevamento: i veri allevamenti intensivi sono i nostri. Ai polli si spegne la luce e loro credono che sia notte… noi ci costruiamo questa realtà fai da te come fossimo all’Ikea.

Durante i momenti più duri della pandemia, si diceva che sarebbe stata comunque un’occasione per ridiscutere il nostro modello di crescita o di sviluppo…
Si diceva, appunto, poi basta. È rimasto un po’ lì. Ma il sospetto che tutto sarebbe finito in vacca era già venuto a tutti. Siamo partiti alti, con i canti dai balconi, sembrava un gioco aperitivo del villaggio turistico, ma in verticale. Invece, alla fine, sono riemersi, come era ovvio immaginarsi, i difetti e i pregi di ognuno di noi.

Ho riguardato i tuoi vecchi tweet e ho visto che già il primo aprile scrivevi «mi sa che ne uscirò peggiore»…
È brutto autocitarsi, ma penso di aver scritto almeno tre o quattro anni fa: «Allora? Su cosa ci indigniamo oggi?» Avevo notato questa tendenza all’indignazione come sport quotidiano. Ogni giorno si va a cercare una questione su cui indignarsi e ci si scatena. Però questo ottiene l’effetto contrario, perché quando ci sarebbe qualcosa per cui val la pena indignarsi davvero allora invece la si tratta allo stesso modo di una frase estrapolata, mozza e neanche poi così tanto grave. E così accade proprio come con l’informazione: troppa indignazione uguale zero indignazione.

Questi giorni sono stati un continuo di indignazioni…
Adesso devo stare molto attento a quello che dico altrimenti domani si indignano con me per quello che ho detto. A me interessa analizzare i fenomeni in maniera larga, non quello specifico di ieri… il problema vero è che con questa specie di moralismo 2.0 per cui tutti sono infallibili e tutti possono dire all’altro che ha sbagliato, si finisce che ci si auto-condiziona per evitare di finire sotto la lente di ingrandimento.

L’espressione si limita…
Se pensi che negli anni ottanta c’erano il Male, Frigidaire, Andrea Pazienza, Scozzari, c’era davvero una voglia di andare in controtendenza. Adesso questo è difficilissimo perché per ogni cosa stai offendendo qualcuno o qualche categoria e diventa veramente castrante.

Ci si censura nell’espressione personale, ma ancora di più nell’arte.
Adesso non voglio fare l’anziano, ma siamo passati dalla controcultura spinta che ti ho citato a un moralismo che, una volta, si sarebbe definito “borghese”. Un’involuzione.

Qualcuno potrebbe obiettarti che sei un maschio bianco e non puoi parlare di questo.
Poi c’è tutta questa linea di pensiero per cui se non sei coinvolto direttamente nella cosa di cui si parla allora non ne puoi parlare. Ma, a questo punto, nessuno dovrebbe più parlare di niente. E chissà che non sia pure una grande idea. Ma in realtà siamo sempre lì. Ci si esprime su tutto, si dicono un sacco di cose stupide, ma si viene giudicati da quelli che hanno i tuoi stessi strumenti. Solo che loro sentono di averne di più. È un marasma.

È tutto molto confuso e dove non c’è il caos allora c’è un complotto.
Mi piace molto questa cosa per cui c’è sempre dietro qualcuno o qualcosa. Mi pare che stia emergendo ancora di più in questi ultimi mesi. Perché la pandemia è la pistola fumante del complottista. È la prova provata del complotto, è quello che gli dà la conferma che aveva ragione lui. Se uno nasce complottista e ha la fortuna – tra due virgolette molto, molto grosse – di vivere una pandemia, beh, per lui è come se fosse Capodanno. Perché il complottista vive tutto con il suo ego ipertrofico e pensa che tutti stiano complottando, non solo contro il mondo, ma proprio contro di lui. La vive come se, al mattino, Bill Gates, Soros, Obama, le Ong e Burioni, tutti assieme si vedessero per parlare proprio di lui. Solo che lui lo sa, è più intelligente, e te lo dice.

È un argomento di conversazione…
Oltretutto ormai il Covid è diventato come parlare del tempo. Incontri qualcuno e invece di dirti «sa, domani piove», ti dice «e per domani? Del virus lei cosa dice?». Così hai sempre interlocutori che ti sorprendono con frasi tipo «vogliono farci stare a casa», come se ci fosse davvero qualcuno in una stanza buia con dei bottoni a decidere cosa dobbiamo fare. E se tu domandi «ma perché vogliono farci stare a casa?», ognuno può chiudere la frase come vuole. È come uno spazio bianco in cui va bene tutto: ti possono rispondere che è perché vogliono rovinare l’economia o favorire l’immigrazione, bloccare i cantieri, sbloccare i cantieri, renderci schiavi, sostituirci, va bene tutto.

A un certo punto, il segretario del Pd Nicola Zingaretti aveva detto che «le mascherine dovevano diventare la moda dell’estate». Al momento sembra che la moda sia la mascherina sul gomito e sullo specchietto retrovisore…
Bisogna saperla portare, come si dice spesso degli oggetti di moda, anche la mascherina bisogna saperla portare. E sdrammatizziamo, anche sdrammatizziamo si dice spesso nella moda: sdrammatizziamo con una scarpa… E qui è un po’ uguale, sdrammatizziamo con una mascherina addosso, ma non fino in fondo. Che poi, è anche vero, molto probabilmente, che all’aperto e con molto spazio a disposizione una mascherina è inutile. Ma anche questa è un’informazione che dobbiamo un po’ ricavarci: nessuno ce lo dice in maniera chiara. Ancora una volta ricaviamo una realtà che già ci appartiene. Che poi, credo, sia anche merito o colpa degli algoritmi, perché a furia di cercare un certo tipo di persone o un certo tipo di informazioni veniamo incasellati in una categoria. Alimenti le tue certezze e anche sulle mascherine trovi quello che vuoi.  Diventa automatico. Qualsiasi social ti suggerisce di seguire persone o giornali che corrispondono ai tuoi gusti. Ma la conseguenza è che così il pensiero e il dibattito si radicalizzano. Ed è poi la stessa ragione per cui non riesci più a parlare con nessuno, perché alla terza frase che dici sei già finito in una categoria, tu ai suoi occhi e lui ai tuoi.

Mentre in molti ambiti la vita sembra ripresa simile a prima, per assurdo proprio il campionato, la cui ripresa era stata criticata da molti, con gli stadi e gli spalti vuoti, riesce a ricordarci di continuo che è appena successo qualcosa di enorme.
È un promemoria molto forte. Ci ricorda che qualcosa è successo e anche che, però, non ne siamo ancora usciti. Ma anche lì siamo riusciti a ricreare questa atmosfera da derby calcistico che ci avvolge, dalla politica a qualunque cosa, e per cui ci si schiera subito. Il momento di unità nazionale è durato due pomeriggi, al terzo c’era già quello che voleva cantare una strofa un po’ diversa… e poi, pian piano, s’è allargato a qualunque cosa. L’altro giorno parlavo con un signore umbro che mi diceva «qui da noi zero casi. Perché lo sa?! Da noi non ci son più i comunisti». E cosa gli vuoi dire… Io sono rimasto così… spariti i comunisti, sparito il Covid. E viceversa, eh. Perché poi dall’altra parte è uguale. Pensiero critico in giro ne vedo poco. Si segue molto l’onda delle proprie convinzioni. Ma guizzi ne vedo sempre meno.

Però dopo il 3 a 3 dell’Inter hai scritto «vi denuncio»… sai bene che ormai c’è sempre qualcuno che prende sul serio queste cose.
Qualcuno, infatti, ha titolato «De Luigi inviperito». La cosa che mi preoccupa più di tutte è la scarsa capacità di capire l’ironia. Saranno le faccette, sarà colpa degli emoticon, non lo so. Io, poi, non li metto un po’ perché non mi viene, un po’ per snobismo. Ma per me le faccette significano già «sto scherzando» e «sto scherzando» è un’espressione che odio. Se scrivo «vi denuncio» su Twitter penso sia chiaro l’intento sarcastico o ironico, invece qualcuno pensa proprio che io voglia intentare una class action contro l’Inter.

Durante la pandemia, ho rivisto molti dei tuoi film. Si è parlato molto di quel genere di film che gli americani chiamano comfort movies…
Questo mi dispiace. Già c’era la pandemia. Anche i miei film… Sono stati come il lievito di birra… Ti ricordi che all’inizio citavamo tutti Manzoni? Per farci belli, di sicuro. E citavamo Manzoni perché faceva fico, “la peste del Manzoni” faceva bella figura a cena, rispecchiava  come volevamo apparire. Ma dovevamo citare Sordi. Il medico della mutua innanzitutto…

Le stanze lussuose della sanità privata di cui ha parlato Gallera…
Sì, ma tutto Sordi, come modo di essere. Sarà che in queste settimane, a cento anni dalla nascita, ho rivisto la sua filmografia. Ma se si cita Manzoni dicendo che siamo rimasti invariati, forse siamo rimasti più invariati rispetto a Sordi…

Dei personaggi di Sordi non si lamentavano così tanto…
Perché non c’erano i social.

Tu sei uno degli eredi, pochi, della commedia all’italiana. Ci sono già alcuni progetti di film legati al Covid, ma, in attesa di vederli, sembrano più orientati verso l’aspetto drammatico. La commedia all’italiana, invece, tratta il drammatico con toni comici… ti aspetti accadrà?
La commedia, lo diceva Monicelli, ma non solo Monicelli, è guardare un evento tragico da un altro punto di vista. Ma soprattutto è una delle poche armi che abbiamo di fronte a qualcosa di cui non riusciamo a spiegare la ragione e a cui non sappiamo dare un confine. Il Covid ci ha spiazzato anche dal punto di vista temporale oltre che delle abitudini. Quando finirà? Cosa faremo? Cosa sarà dopo? Questa incertezza per noi che siamo cresciuti nella certezza di essere quasi imbattibili e immortali ci ha destabilizzati. L’unica difesa che si può avere di fronte alle grandi incertezze è riderne. Lo si è fatto con le guerre e con tutti gli eventi catastrofici, è nella natura delle persone.

I cinema, invece, sono ancora quasi tutti chiusi. È strano che in decine di ambienti le cose siano riprese identiche ed è come se pochi altri rispettassero le regole per tutti…
Adesso so che dovrei dirti che non è giusto che tutto sia ripreso, mentre il cinema… perché sarebbe nel mio interesse. Invece capisco che tornare a vedere la famiglia che nel fine settimana va al gran completo al cinema col bambino che ha i pop-corn in mano e ti tossisce addosso sarà un processo lungo. Mi auguro accadrà presto. Ma è difficile.

Tu vivi in Romagna, un posto che per molti evoca immediatamente l’estate. Cosa ti aspetti accadrà?
Per noi è una delle fonti di guadagno principali. Ma anche qui, nessuno lo sa. Vedo che, poco alla volta, adesso gli alberghi stanno riaprendo. E quindi credo che almeno a luglio e agosto il turismo funzionerà. Più avanti non so. Spero che non torni la quarantena, anche se io vivevo in quarantena da prima della quarantena. Penso di essere uno di quelli che si è trovato meglio al mondo. Sono in quarantena di carattere.

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