Cabaret ItaliaIl ritorno di Grillo pone un problema: è possibile prendere sul serio un comico?

Lo scontro con Dibba e Casaleggio sul futuro del Movimento, le idee di politica industriale, l’influenza sul governo. Non c’è nulla di più deprimente di un dibattito politico appeso all’analisi filologica di un giullare

«Buona idea». Con queste parole il presidente del Consiglio ha commentato due giorni fa la proposta di un comico, Beppe Grillo, che sul suo blog aveva invitato lo Stato ad aumentare la sua quota in Tim al 25 per cento, utilizzando Cassa depositi e prestiti (in seguito alle parole del premier, informa la Reuters, le azioni Tim «hanno esteso il rialzo al 2 per cento»).

«Alla fine, confido nell’autorevolezza, intuito e volontà unitaria di Grillo», ha detto la settimana scorsa al Fatto quotidiano Goffredo Bettini, autorevole esponente del Partito democratico e tra i principali teorici dell’alleanza giallorossa, a proposito dei rischi che lo scontro interno al Movimento cinque stelle provochi una crisi di governo.

«Casaleggio contro Grillo», titolavano ieri tutti i giornali, commentando l’intervista a Fanpage di Davide Casaleggio, favorevole alla consultazione degli iscritti chiesta da Alessandro Di Battista e brutalmente stoppata dal comico due settimane fa.

Salto ulteriori inutili premesse e vado al punto: è possibile prendere sul serio tutto questo? È davvero ragionevole, o anche solo praticamente fattibile, esaminare seriamente il dibattito interno a un partito, a una maggioranza di governo, a un paese, che ruoti attorno alle battute di un comico, alle sue occasionali trovate pseudo-scientifiche e alle sue immaginifiche intemperanze?

Quando ha detto che voleva divorare i giornalisti per poi vomitarli, che segnale avrà voluto dare? E quando a dicembre si è presentato con la mascherina dicendo che si proteggeva dai nostri virus, sapeva già qualcosa, era stato informato dall’ambasciatore cinese? E quando ha detto che dobbiamo «ripensare il pensiero»? E quando è intervenuto a un’iniziativa dei Cinquestelle mascherato da Joker e ha detto di essere il caos? Come bisogna interpretarlo, che impatto avrà sugli equilibri nella maggioranza e nel partito: appoggio esterno, fiducia critica, congresso subito o elezioni anticipate?

Non c’è davvero nulla di più deprimente di un dibattito politico appeso all’analisi filologica delle battute di un comico, di questa continua esegesi del non-sense, di questa morbosa anamnesi dell’assurdo. Un esercizio intellettualmente e moralmente sfibrante, che ha contribuito potentemente a farci smarrire del tutto il confine tra il serio e il faceto, la tragedia e la farsa, la politica e il cabaret.

Davvero qualcuno ritiene possibile discutere in questo modo di politica industriale o di riforme istituzionali? A partire dalle affermazioni di un signore che si dichiara «figlio del caos»? Magari perché pensiamo di essere più furbi di lui, e di poter essere noi a decidere quando parla sul serio e quando è solo uno scherzo. E quando Giuseppe Conte spiega attraverso quale dura selezione è giunto infine alla decisione di assumere Rocco Casalino come suo portavoce che cos’è: una dichiarazione seria o una battuta (e, nel caso, di chi? Di Conte o di Casalino?).

Conosco l’obiezione: qual è l’alternativa? Preferisci forse Matteo Salvini? Certo che no. Ma proprio per questo mi sentirei maggiormente rassicurato, come elettore, se la strategia dei suoi avversari non consistesse nel confidare nell’«autorevolezza» e nella «volontà unitaria» di un comico, che nei libri di storia sarà ricordato come l’inventore del Vaffa Day.

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