Film capitaliDio esiste e vive a Bruxelles, la città europea del cinema surreale

Guida alle migliori pellicole ambientate nella metropoli belga. Quando appare sul grande schermo, ogni cosa è possibile. Da Romeo e Giulietta nel Molenbeek al mercato di Place du Jeu de Balle flea in Tin Tin, fino al colorato pride immortalato nella Vita di Adele

Ogni sabato, Linkiesta Europea vi porta alla scoperta dei migliori film ambientati nelle capitali d’Europa.

Nessuna guida turistica segnala i lupi mannari tra le attrazioni di Bruxelles. Eppure ci sono, e hanno ottima compagnia. Passeggiando per il centro può capitare di imbattersi in qualche giraffa. Trovarle è facile: attraversano le strisce. O almeno questo racconta il cinema ambientato nella capitale belga. Perché quando Bruxelles appare sul grande schermo, ogni cosa è possibile.

Dei lupi mannari del thriller “Among the Shadows” (2019) avremmo fatto anche a meno. Ma di “Dio esiste e vive a Bruxelles” (2015) no.  Nel film di Jaco Van Dormael si racconta che Dio creò Bruxelles perché «si annoiava a morte». Qui mise i primi animali (le galline nei cinema, le giraffe per strada) e poi gli esseri umani. Ironico che Dio controlli tutto questo da uno stanzino pieno di schedari.

A Bruxelles la burocrazia è un fatto divino. A raccontare è Ea, la figlia di Dio in cerca di sei nuovi apostoli. Personaggi fuori dagli schemi, profeti di un mondo che ha Bruxelles come paradiso. Una commedia coi tratti della fiaba, perfetta per attraversare Bruxelles con sguardo surreale. Quello che il cinema belga (e non solo) sembra riservare alla propria capitale. 

“Dio esiste e vive a Bruxelles” racconta una città piovosa. Nei suoi primi minuti sulla terra Ea osserva all’orizzonte l’unica fonte di luce notturna: un inceneritore. «È bello» – sostiene – «dovrebbero farne di più». Poi però la città cambia. Il film si apre ai colori del parco Bois de la Cambre. Qui il secondo dei nuovi apostoli decide di cambiare vita. Lui, l’uomo medio dalle medie ambizioni, abbandona tutto e scopre un altro mondo.

Troviamo una Bruxelles diversa, vivace. Come quella che ospita “Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno” (2011). Il film di Steven Spielberg ha infatti inizio dal Place du Jeu de Balle flea, tra i più grandi mercati d’Europa. Spielberg lo esplora restando all’altezza di Milou, fidato cane del reporter Tintin. Mostra l’erba crescere tra i ciottoli su cui arte e oggetti antichi si contendono l’attenzione dei turisti. Qui Tintin trova il veliero di legno che dà inizio all’avventura.

Bruxelles è dove Tintin vive, nonostante Hergé, creatore del personaggio, non la citi mai. La città è però protagonista nelle avventure del reporter, anche quando sembra lontana. Nella storica serie animata sono molte le strade riconoscibili. Nel doppio episodio “lo scettro di Ottokar” si può rivedere il Palazzo Reale di Bruxelles nell’abitazione del sovrano della lontana Syldavia. È come se Tintin non abbandonasse mai la città. Anche nella versione di Spielberg, più costosa, più ambiziosa, “più-più”, si raggiunge il Marocco per poi tornare indietro.

Il cinema centripeto ospitato a Bruxelles è romantico nello sguardo di Spielberg, ma tragico in quello di Adil El Arbi e Bilall Fallah. Nel loro “Black Brussels” (2015) Romeo e Giulietta abbandonano Verona e arrivano in Belgio. Qui giovani criminali dominano una Bruxelles dai tratti americani, un Bronx europeo situato nel quartiere di Molenbek. Mavela e Marwan appartengono a gang rivali, ma si innamorano e sognano di fuggire. Un amore impossibile destinato a fermarsi alla stazione Bruxelles-Midi.

Siamo di nuovo nella città piovosa e cinica del Dio di Bruxelles. Il film della coppia di registi marocchini-belgi restituisce una realtà cosmopolita e disincantata. Dove la varietà linguistica che spacca il Belgio si complica ulteriormente. La madre di Mavela, immigrata congolese di seconda generazione, è medico, ma non conosce l’olandese. Mavela potrebbe studiare, la vita di strada è però un tunnel senza fine. «La pelle nera è la nostra laurea» urla.

Le difficoltà dell’integrazione a Bruxelles, capitale d’Europa. Luogo delle più partecipate manifestazioni europee a sostegno del movimento “Black Lives Matter”. A quella stazione fatale per la giovane coppia qualcuno sogna però di arrivarci. O almeno così crede il protagonista dell’irriverente “La vita sessuale dei belgi” (1994). Jan arriva in città dopo un’infanzia provinciale. “Un vento caldo proveniente dalle Baleari” gli scotta la pelle.

La Bruxelles di fine anni ’60 vive in locali colmi di artistoidi e sogni infranti. Lui milita nel movimento di avanguardia rivoluzionario. Ogni tanto prova a scrivere, oppure si fa leggere Marx dalla bella (e sempre nuda) Ester. Bruxelles è libertà, di costumi e pensiero. La città stessa sembra possedere facoltà magiche. Jan sente “il vento della Scandinavia” e si sdraia a terra. Perché niente è più “ideale per pensare”.

Una libertà che parla della città e di chi la abita. Meno austera del racconto giornalistico, più viva dell’immaginario americano. Perché Bruxelles è per Hollywood il cuore freddo d’Europa. Grigia, geometrica, è la città delle istituzioni. Così per il cinema d’azione o per qualche spy movie. Ma non per Tim Burton, che da Bruxelles trasse l’immaginario per il suo “Miss Peregrine” (2016). 

Bruxelles si adatta, cambia forma. Uggiosa, solare, eccezionale in un film che molti associano a Parigi: “La vita di Adele”. Perché l’indimenticabile scena del pride è stata girata proprio a Bruxelles. Era il 2013 e il Pride Month (da poco iniziato) non subiva le restrizioni da Covid-19. Bruxelles brillava tra colori e bandiere. Una città inaspettata, opposta alla “tale schifezza” che in “Dio esiste e vive a Bruxelles” viene canzonata. Raccontata senza limiti dal cinema, che la popola di Lupi Mannari, Giraffe e tragedie shakespeariane. 

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