Il saggio di Jill LeporeBellezza e tragedia della grande epopea americana

Un estratto di “Queste verità” (Rizzoli), il nuovo libro della giornalista del New Yorker e formidabile divulgatrice dell’esperimento politico e sociale chiamato Stati Uniti

Il Partito repubblicano stava perdendo le donne molto velocemente.

Ma anche quello democratico a cui si unì Hillary Rodham nel 1972 stava subendo una trasformazione senza precedenti: stava intenzionalmente allontanando la sua storica base di elettori.

Fin dall’ascesa di William Jennings Bryan, nel 1896, il Partito democratico era stato il partito del lavoro.

Ma nei primi anni Settanta, mentre i repubblicani corteggiavano gli operai bianchi, soprattutto uomini che avevano perso il lavoro, il Partito democratico aveva iniziato ad abbandonare gli operai delle fabbriche in favore di una coalizione di donne, minoranze e dei cosiddetti «lavoratori della conoscenza», ovvero ingegneri, scienziati e analisti, «colletti bianchi» che lavoravano con i computer in aziende tecnologiche, università, agenzie di consulenza e banche.

Il Partito democratico decise di non essere più il partito dei lavoratori, ma di diventare il partito della conoscenza in modo definitivo.

I suoi leader, affascinati dall’ascesa dell’industria tecnologica, affidarono alle macchine il compito di realizzare il cambiamento demografico e politico.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con il declino della produzione industriale, i lavoratori della conoscenza erano diventati sempre più numerosi.

I progetti scientifici e tecnologi finanziati dal governo durante l’era della Guerra Fredda crearono un nuovo sviluppo civile: le aziende tecnologiche fiorirono nelle periferie di ricche città universitarie come Boston, New York, New Haven, Philadelphia, Atlanta, Chicago, Seattle, Los Angeles, Ann Arbor, Madison, Austin, Boulder, Chapel Hill e San Francisco.

Nonostante costituissero un gruppo ristretto, i liberali che vivevano in queste periferie e lavoravano nel settore della tecnologia esercitarono una forte influenza sul Partito democratico.

Appoggiarono – e finanziarono – le campagne di altri liberali, da quella George McGovern nel 1972, a quella di Michael Dukakis nel 1988, fino a quella di John Kerry nel 2004, tutte campagne che fallirono miseramente.

Il nuovo mondo dei democratici era tecnocratico, meritocratico e terapeutico. I democratici erano convinti che la tecnologia potesse risolvere i problemi politici, sociali ed economici, e credevano anche di dovere il loro successo al talento e alla determinazione, e che chi non otteneva risultati avesse meno talento e determinazione.

Tendevano a ignorare il fatto che le loro vite erano state plasmate dalle politiche del governo, come la ricerca finanziata con i fondi federali, o le leggi che avevano permesso la costruzione di scuole di alto livello nei ricchi quartieri residenziali a maggioranza bianca in cui vivevano.

E si opponevano anche ai programmi assistenzialisti del governo, non rendendosi conto che era stato proprio quel tipo di assistenza a creare le loro condizioni di vita e di lavoro.

Fedeli al concetto del successo individuale, consideravano i differenti vantaggi politici degli altri, soprattutto delle persone che avevano meno, come fallimenti di tipo personale e psicologico: il razzismo, per esempio, era per loro non un problema strutturale ma un pregiudizio figlio dell’ignoranza.

Alcuni atteggiamenti di questa classe politica erano legati al fascino che circondava i computer.

Le grandi macchine della Ibm erano sembrate, alla New Left, burocratiche e inumane. Gli studenti erano ingranaggi dell’università, le reclute erano ingranaggi dell’esercito.

Nel 1964, alcuni attivisti della Berkeley avevano manifestato con delle schede perforate al collo su cui era scritto: «Sono uno studente della University of California. Per favore non piegatemi, non infilzatemi e non mutilatemi».

L’uso personale dei computer emerse dalla controcultura della Bay Area, come una protesta contro gli elaboratori della Ibm. Il suo promotore più noto era Stewart Brand, che dopo essersi laureato a Stanford si era unito al movimento Merry Pranksters di Ken Kesey, e nel 1967 aveva creato il Whole Earth Catalog, per tutte quelle persone che decidevano di ritirarsi e di andare a vivere nelle comuni, e per quelli ancora più numerosi che sognavano di lasciare tutto.

Nel 1971, il Whole Earth Catalog vinse il National Book Award e vendette due milioni e mezzo di copie. Offriva di tutto, dalle copie di Capitalismo e libertà di Milton Friedman, a un dollaro e mezzo, a parti di vecchie Volkswagen fino alle istruzioni su «come costruire un computer digitale», per quattro dollari e quarantacinque.

«Si sta sviluppando una dimensione di potere più intimo e personale,» scrisse Brand «il potere dell’individuo di gestire la sua istruzione, di trovare la sua ispirazione, di modellare il suo ambiente e di condividere la sua avventura con chiunque lo desideri.»

Per Brand e per i nuovi sostenitori del comunalismo, ritirarsi significava connettersi. Mente e coscienza, sole e terra, monitor e tastiera. Nel 1967 un poeta di Haight-Ashbury scrisse una poesia che iniziava così: «Mi piace pensare / (prima è meglio è!) /a un prato cibernetico / dove mammiferi e computer / vivono insieme in armonia / programmandola reciprocamente / come acqua pulita / toccando il cielo pulito».

Ma questo gruppo di hippy aveva spesso una visione piuttosto tradizionale del ruolo della donna. Tra gli anni Sessanta e Settanta, in queste comunità dove la gente leggeva il Whole Earth Catalog di Brand, le donne cuocevano il pane, lavoravano a maglia, allattavano al seno e conservavano i semi.

Brand era interessato al concetto di una «terra unica», e immaginava che una rete globale di computer potesse unire le persone di tutto il mondo, in perfetta armonia. Ma questo richiedeva innanzitutto che ogni individuo possedesse un computer.

Nel 1968, Brand contribuì a realizzare il Mother of All Demos per una conferenza sull’industria informatica a San Francisco, con lo scopo di mostrare il funzionamento di un prototipo del personal computer, che Kesey poi definì: «Il nuovo must dopo gli acidi».

Nel 1972, Brand scrisse un articolo di informatica per «Rolling Stone»: «Che siano pronti o meno, i computer stanno arrivando alla gente».

Bill Gates e Paul Allen, che si erano conosciuti da ragazzi a Seattle, fondarono Microsoft nel 1975, adottando in seguito lo slogan: «Un personal computer su ogni scrivania».

A Cupertino, Steve Jobs e Stephen Wozniak fondarono la Apple Computer nel 1976 e lanciarono la Apple II l’anno seguente. Nel 1980, l’Ipo della Apple ruppe il record detenuto dalla Ford Motor Company fin dal 1956.

Negli anni Novanta, gli imprenditori della Silicon Valley avrebbero guidato un Partito democratico completamente ristrutturato.

A partire dal 1972, il Comitato nazionale democratico istituì delle quote per le sue delegazioni, composte da un numero specifico di donne, membri di varie minoranze e giovani, ma non venne stabilita alcuna quota per i membri della classe operaia.

Un cambiamento che fu influenzato anche dal testo dello stratega democratico Frederick Dutton, Changing Sources of Power («Cambiare le fonti del potere», 1971).

Dutton sosteneva che il futuro del partito era nei giovani professionisti, non nei membri anziani dei sindacati. Il senatore del Colorado Gary Hart, nel 1974, prese in giro i «democratici di Eleanor Roosevelt» per il fatto di essere antiquati e tradizionalisti, per nulla in linea con la giovane generazione dei computer. La stampa chiamò l’elettorato di Hart «Atari Democrats».

Gli entusiasti dei personal computer invocavano «il potere della gente», con cui però intendevano il potere dell’individuo, rafforzato dalla macchina. I repubblicani, il partito della grande imprenditoria, rimasero associati alla Ibm; i democratici, il partito della gente, si collegarono invece alla Apple, e allontanarono tutti coloro che non avevano interesse a possedere un computer.

Il partito cercò anche di spostarsi verso il centro, sotto gli auspici del Democratic Leadership Council («Comitato di direzione democratico»), fondato nel 1985 e a cui presero parte Bill Clinton e Al Gore.

Si definivano «nuovi democratici» e sostenevano che la sconfitta di Carter nel 1980 e quella di Mondale nel 1984 fossero dovute al fatto che entrambi erano rimasti legati ai sindacati e al vecchio liberalismo del New Deal.

«Grazie alle potenzialità quasi miracolose dell’elettronica, stiamo sconfiggendo la crisi», fu annunciato nel 1995 in un articolo del «New Democrat».

La vecchia «politica della carenza» stava morendo, e in quella nuova era del microchip, sarebbe sorta una «politica della pienezza», in cui le persone dimenticate – «i perdenti […] che non possono o non vogliono far parte dell’economia della conoscenza» – sarebbero stati come dei «contadini analfabeti nell’era del vapore».

Il partito barcollava come un ubriaco, preso dal delirio di un utopismo tecnologico.

da “Queste verità. Una storia degli Stati Uniti d’America”, di Jill Lepore, Rizzoli, 2020, 28 euro