Prima la scuolaPerché insegnanti, genitori e studenti sono scesi in piazza contro il piano di Azzolina

La bozza di linee guida diffusa dal ministero ha indicazioni generiche, non operative e tardive. Senza il sostegno dello Stato il peso rischia di gravare eccessivamente sugli istituti. Il deputato Alessandro Fusacchia: «Servono più soldi, tutto il governo deve dare segnali chiari»

scuola proteste
ANDREAS SOLARO / AFP

Ora o mai più. La bozza del documento per la ripartenza della scuola è arrivata dal ministero dell’Istruzione, e con essa le proteste. Ieri in 60 città del Paese genitori, docenti, presidi e studenti, guidati dal comitato “Priorità alla scuola” sono scesi in piazza per protestare contro la ministra Lucia Azzolina: «Non è così che si ritorna in classe».

«La priorità è la stessa per tutti: riaprire le scuole a settembre in presenza, in sicurezza e in continuità. Si devono investire risorse straordinarie per poter riaprire a settembre. Questo significa più insegnanti, più personale Ata (il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr), e più spazi», ha detto Costanza Margiotta, portavoce del comitato, che ha portato in piazza altre 48 organizzazioni del mondo della scuola e dei sindacati. «Ci hanno detto che ancora siamo in tempo, ma non è vero: siamo fuori tempo massimo. È dal 18 aprile che diciamo ad Azzolina che i tempi erano stretti».

Il documento in questione, inviato dal ministero dell’Istruzione prima ai sindacati e poi all’ufficio di gabinetto del ministero per gli Affari regionali e alla segreteria della Conferenza unificata di Regioni, Province e Comuni, prevede una frequenza scolastica su turni differenziati e un’organizzazione delle classi in più gruppi di studio, diversi anche per età.

Si andrà a scuola al sabato e si farà didattica a distanza alle superiori, lì dove «le opportunità tecnologiche, l’età e le competenze degli studenti lo consentono». Gli enti locali saranno responsabili delle ristrutturazioni degli istituti e, insieme alle realtà del terzo settore e altri attori del territorio, dovranno mettere a disposizione nuovi spazi e figure per attività «integrative o alternative alla didattica», dallo sport alla musica.

Ma in molti non ci stanno. «Se quanto delineato dal ministero porterà a una scuola classista, dove aumenteranno le diseguaglianze e dove andranno avanti solo i figli di chi potrà permettersi insegnanti privati a casa per le lezioni di recupero, noi combatteremo ancora di più», dice Margiotta. Sono scontenti i docenti (nel documento non si parla di nuove assunzioni), i dirigenti scolastici – «Il Piano scuola non contiene indicazioni operative né definisce livelli minimi di servizio ma si limita ad elencare le possibilità offerte dalla legge sull’autonomia, senza assegnare ulteriori risorse e senza attribuire ai dirigenti la dovuta libertà gestionale», dicono dall’Associazione nazionale presidi (Anp), e anche le famiglie, che prevedono che la riapertura, sulla base di queste condizioni, sarà un disastro.

«Le linee guida hanno un problema di fondo, quello delle risorse. Questo provvedimento da solo rischia di smarrire la consapevolezza che servono interventi pluriennali», commenta Anna Maria Santoro, responsabile dipartimento contrattazione nazionale Flc Cgil. «Se la ministra non mette a disposizione delle risorse per acquisire maggiori spazi, più insegnanti e collaboratori scolastici, non si andrà lontano».

La critica principale è che, a fronte di alcuni aspetti positivi, come «l’impegno di formare il personale sulla didattica digitale e sui temi della sicurezza», le linee guida sostanzialmente «scarichino sull’autonomia scolastica incombenze che le istituzioni scolastiche e gli enti locali da soli non possono sostenere», dice la sindacalista. La Flc Cgil ha perciò chiesto, in occasione dell’incontro di due giorni fa con la ministra, di rivedere il piano in profondità, e di impegnarsi per investimenti di gran lunga più consistenti.

Paolino Marotta, presidente dell’Andis, l’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici, però, mette in guardia: trattandosi di un documento indirizzato ai gabinetti per gli affari regionali e locali, non bisogna allarmarsi e saltare a conclusioni affrettate. «È stata data una lettura frettolosa sull’autonomia scolastica ed è stato fatto un errore nel lancio dell’iniziativa, ma io vedo positivamente la chiamata in causa degli enti locali, perché sono quelli che sul territorio possono aderire al patto di comunità. È giusto avvicinare enti e famiglie all’istruzione: diversamente, le scuole non ce la fanno».

Per il dirigente, semmai, i punti deboli del testo sono la mancanza di riferimento agli organici – «ma su questo il ministero deve trattare con il Governo per ottenere più risorse», dice Marotta – e il fatto che «su tutto questo si sarebbe dovuto cominciare a lavorare almeno un mese fa». Il dirigente ha dunque preso parte alle manifestazioni: «Più soldi, più edilizia e più docenti sono questioni serie, ormai si è capito che la scuola è il vero problema nazionale».

Anche per Alessandro Fusacchia, deputato del gruppo misto e membro della commissione parlamentare sull’Istruzione, quello della Azzolina è solo «un documento operativo, la cui impostazione è corretta e condivisibile». L’autonomia scolastica, spiega il deputato, è un atto dovuto in un paese dove le scuole non sono tutte uguali, hanno risorse e bisogni diversi. Ma questo non si deve tradurre in un abbandono, altrimenti «se non ci sono gli strumenti, l’autonomia diventa un “auguri, organizzatevi”».

Insomma, quello della Azzolina deve essere solo il primo di una serie di interventi. «Bisogna capire come dare sostanza all’autonomia scolastica. Se l’intenzione è di dare flessibilità, bisognerà eventualmente mettere in campo delle deroghe», dice Fusacchia. Servono poi «soldi per investire sull’organico, sui presidi e i collaboratori scolastici che ci mancano; e occorre che il ministero assista gli istituti, altrimenti una scuola che era in difficoltà prima lo sarà ancora di più a settembre».

L’elefante nella stanza del Piano scuola, però, è la questione pedagogica, non organizzativa, che nel piano non viene nemmeno toccata. «Tutti sono stati a casa per mesi, impegnati in una didattica a distanza a macchia di leopardo. Se non ci occupiamo di colmare questo debito formativo, a settembre esploderà il mercato delle ripetizioni. E ancora una volta, le famiglie che potranno permettersele saranno a posto, mentre tutti gli altri resteranno indietro», dice Fusacchia.

L’intervento di Azzolina è un passo piccolo e tardivo rispetto alle necessità di un settore dimenticato troppo a lungo. Per il deputato, servono segnali tangibili delle intenzioni del governo di rimettere la scuola al centro. «Bisogna stabilire che il 20 settembre non si vada a votare nelle scuole: non è possibile aprirle per poi richiuderle subito dopo. Poi bisogna dare test sierologici gratuiti per tutti gli insegnanti, sarebbe anche un segnale di rassicurazione. Infine le risorse: per costruire una scuola diversa ne servono di significative».

Insieme ad altri 20 parlamentari, Fusacchia ha depositato una risoluzione in commissione per chiedere che le scuole riaprano per tutti (non solo per chi deve recuperare grosse carenze) il primo settembre, e proposto che il 20% dei fondi europei in arrivo siano spesi su scuola e infanzia. «Qui però si tratta di cose che non dipendono solo dalla ministra Azzolina. Tutto il governo dovrebbe dare un segnale forte e chiaro», dice il deputato.

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