Cambiamenti Il cibo non sarà mai più come prima?

L’antirazzismo, l’ecologismo, un rinnovato sentimento etico e lo spettro del coronavirus stanno trasformando radicalmente il modo in cui ne parliamo, che si tratti di show gastronomici in TV, di olio di palma, di supermercati, di diserbanti o di “master” sommelier

“Taste the Nation” and the Hollow Promise of “Breaking Bread” – Eater, 24 giugno

Sarà mai possibile comprendere la linea del colore e la frattura razziale negli Stati Uniti attraverso il cibo? O meglio, sarà mai possibile farlo attraverso un articolo che parla di un programma televisivo che a sua volta parla di cibo? La risposta non è scontata, ma è un grande e netto sì. Jenny G. Zhang qui scrive magistralmente di Taste the Nation, show televisivo in 10 puntate prodotto e condotto da Padma Lakshmi (uno dei volti noti di Top Chef) per Hulu. E lo fa in modo critico, cogliendo per un verso la forte discontinuità rappresentata dal fatto che uno show del genere, che parla di cibo attraverso gli occhi delle comunità di immigrati, sia appunto condotto da una figlia di immigrati indiani, oltretutto donna. Nonostante ciò, la rappresentazione degli Stati Uniti che Taste the Nation restituisce è fortemente problematica perché patinata, quasi edulcorata: rispecchia la visione liberal della nazione, coltivando una serie di miti che andrebbero piuttosto demoliti, da quello del sogno americano al cibo come ponte tra culture: «… il cibo, dalle sue origini al consumo, è irriducibilmente politico, inestricabile dalle questioni di razza, classe, genere, impero – tensioni che la chiamata allo “spezzare il pane” cerca di appiattire, neutralizzando le differenze ideologiche attraverso un pasto condiviso. È un linea illusoria ripetuta fino a diventare cliché. È un sogno in tinte pastello. Forse una fantasia». La realtà, come ha scritto anche Alicia Kennedy nella sua ultima newsletter, è molto diversa e fortemente conflittuale, e andrebbe raccontata nelle sue enormi e irrisolte contraddizioni.

The Problems With Palm Oil Don’t Start With My Recipes – Heated, 19 giugno

Yewande Komolafe, scrittrice, autrice di ricette e food-stylist di origini nigeriane riporta al centro del tavolo un tema che in Italia abbiamo trattato con superficialità, inseguendo allarmismi vari e assortiti e commentando le battaglie commerciali dei giganti dell’industria alimentare nostrana. Di cosa si tratta? Dell’olio di palma, ingrediente demonizzato, accusato pressoché di tutti i mali del mondo, diventato oggetto di campagne pubblicitarie e scomparso dall’oggi al domani da alcuni dei prodotti da scaffale più iconici, e qui visto in una luce diversa, che beneficia del momento storico attuale in cui il tema del razzismo e quello del multiculturalismo sono al centro della discussione pubblica globale. Ciò di cui non abbiamo praticamente mai dibattuto, e che Komolafe ci aiuta a fare egregiamente, è l’origine dell’olio di palma, e nello specifico il suo uso nelle cucine a noi lontane, quelle dei Paesi in cui viene tradizionalmente estratto e utilizzato nella sua forma non “raffinata”. La polemica mondiale che si è scatenata, e che ha inteso demonizzare l’olio di palma in quanto la sua coltivazione non è sostenibile e il suo consumo non particolarmente etico, è chiaramente tratteggiata su basi che non dobbiamo avere timore di definire colonialiste: come scrive l’autrice dell’articolo, «suggerire che la cucina dell’Africa occidentale debba riconsiderare l’uso di un ingrediente che le grandi corporation hanno iniziato a produrre e sfruttare, è come sostenere che un coltivatore di fonio in Senegal non dovrebbe irrigare i suoi campi perché altrove nel mondo l’acqua viene venduta in bottiglie di plastica». Le responsabilità rispetto alla questione dell’uso industriale dell’olio di palma sono globali, e riguardano tutti noi come consumatori. Questo non vuol dire che le culture gastronomiche che nulla hanno a che vedere con lo sfruttamento moderno di questo prodotto debbano essere messe sul banco degli imputati.

L’esperimento che può rendere più giusti i prezzi al supermercato – Internazionale, 22 giugno

Da tempo Stefano Liberti si occupa di filiere alimentari, con una spiccata attenzione verso la parte più stretta dell’imbuto, quella della GDO. Questa volta lo fa con un argomento specifico che almeno parzialmente esula dal tono di denuncia che pervade le inchieste sulle storture del sistema, perlopiù frutto dello strapotere delle grandi catene. In questo articolo si parla infatti di un’iniziativa nata dal basso in Francia, che permette di portare sugli scaffali di quegli stessi supermercati la cosiddetta “marca del consumatore”: «l’idea è semplice e innovativa al tempo stesso: attraverso un questionario online, le persone indicano le modalità di produzione preferite per un determinato prodotto. Sono loro a stringere un patto con i produttori, a cui chiedono una certa qualità in cambio di un prezzo stabilito e bloccato per tre anni che li remunera il giusto, come indica in modo evidente la stessa confezione». L’ideatore, Nicolas Chabanne, ora sta vedendo la sua “creatura” diffondersi a macchia d’olio in Spagna, nel Regno Unito, in Belgio, in Grecia, in Germania e fuori dall’Europa, negli Stati Uniti e in Marocco. Ora anche in Italia, dove a partire dalle prossime settimane nei punti vendita Carrefour sarà possibile trovare “la pasta del consumatore”, e dopo ancora una serie di altri prodotti di base tra cui latte, uova e passata di pomodoro. Il duplice pregio di tale iniziativa? Da un lato si responsabilizza ulteriormente il consumatore, dall’altro si dà giusta remunerazione ai gradini più bassi della filiera, agricoltori e allevatori in primis.

Roundup Maker to Pay $10 Billion to Settle Cancer Suits – The New York Times, 24 giugno

Quello dell’uso di prodotti chimici in agricoltura è un tema che viene spesso affrontato nelle discussioni gastronomiche, motivo per cui vale la pena leggere questo articolo di Patricia Cohen, l’ennesimo capitolo della querelle sulla potenziale azione cancerogena del Roundup, il diserbante della Monsanto (oggi il marchio è stato acquistato e assorbito dalla tedesca Bayer) su cui ci si scanna un po’ ovunque nel mondo. Parliamo di un prodotto su cui a oggi non vi sono inequivocabili certezze scientifiche, con ricerche che ne segnalano l’innocuità, e altre che puntano il dito su una possibile e spesso grave nocività. La notizia riportata dall’articolo non chiarisce una volta per tutte la questione al centro della diatriba, che comunque andrebbe vista sotto una luce più articolata, quella cioè del sistema agroindustriale fatto di sementi geneticamente modificate e brevettate, di coltivazioni intensive e agrochimica, e che qui non è il caso di discutere visto che richiederebbe una trattazione troppo estesa: racconta piuttosto di come la Bayer abbia accantonato più di 10 miliardi di dollari per patteggiare e risarcire i querelanti nelle migliaia di cause intentate contro il Roundup proprio in relazione all’accusa di essere un prodotto cancerogeno. Attenzione: cancerogeno per chi lo sparge e vive nei campi così trattati, non per chi ingerisce alimenti che potrebbero contenerne minimi e innocui residui.

Court of Master Sommeliers, facing racism charges, to eliminate ‘master’ address – San Francisco Chronicle, 22 giugno

Ad alcuni potrà sembrare una decisione stupida, figlia di un momento storico incendiario e di un’indignazione collettiva che a volte se la prende con bersagli non così centrati, ma ad approfondirla si potrebbe scoprire che invece ha un fondamento molto preciso: la Court of Master Sommelier statunitense ha infatti scelto di eliminare dai propri “rituali” l’imposizione di usare la formula “Master + cognome della persona” per rivolgersi agli esaminatori dell’associazione. Sotto ci sono un po’ di storie di discriminazione malgestite, e il risuonare di una parola che in un Paese afflitto dalla lunga onda dello schiavismo fa ancora molto male alla popolazione nera. L’articolo di Esther Mobley è ricco di testimonianze e chiarisce per bene tutti i contorni della questione.

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