Votare subitoPerché il partito di Erdogan non vuole aspettare le elezioni del 2023

Il presidente resta ancora il politico più popolare in Turchia, ma l’Akp perde pezzi ogni giorno. Per questo gli esponenti più importanti vogliono modificare i regolamenti elettorali per indebolire due nuove realtà politiche create dai fuoriusciti, tra cui l’ex premier Ahmet Davutoğlu

Afp

«Si andrà al voto nel 2023». È stato direttamente il presidente Recep Tayyip Erdoğan a mettere a tacere il variegato coro di voci che, da destra a sinistra dello spettro politico turco, negli ultimi mesi presentava l’ipotesi del voto anticipato come imminente, o quantomeno molto probabile.

Dopo sette appuntamenti elettorali – tra amministrative, parlamentari, presidenziali e un referendum – negli ultimi sei anni, il capo di stato turco ha assicurato il 9 giugno che le prossime elezioni si terranno, regolarmente, nel 2023. Una data pregna di simbolismo: se vincesse anche in questa occasione, Erdoğan sarebbe riconfermato presidente in occasione del centenario della fondazione della Repubblica di Turchia da parte di Mustafa Kemal Atatürk.

Una vasta parte della società turca già considera l’attuale presidente come l’antitesi del “padre” della patria che nel 1923 fondò, sulle ceneri dell’Impero Ottomano, una Repubblica orientata verso valori occidentali, dove la religione veniva sottomessa al potere dello stato. Sarebbe quindi curioso vedere un fervente rappresentante dell’Islam politico come Erdoğan trionfare nuovamente alle urne mentre in Turchia si celebra il centenario della fondazione di una Repubblica secolare.

Lasciando perdere le previsioni, è bene ricordare che il quindicennio di presidenza di Atatürk (1923-1938) è già stato superato da Erdoğan che, come primo ministro e poi come presidente della Repubblica, domina il vertice della politica turca da circa 17 anni. Al contrario degli anni ’20 e ’30 quando non erano permesse elezioni a livello nazionale e la Repubblica fu governata da un solo partito, l’attuale presidente turco ha vinto dal 2002 a oggi ben 11 elezioni – tra amministrative, nazionali e presidenziali – e due referendum in un contesto che, nonostante le critiche legittime e fondate, è almeno formalmente democratico.

Novità nello spettro politico turco
Le recenti ipotesi di elezioni anticipate si basano sull’intenzione, manifestata da politici dell’AKP o ad esso vicini ma anche da parte di membri del governo, di modificare la legge sui partiti e i regolamenti elettorali.

Secondo i critici, il motivo alla base di queste riforme sarebbe l’intenzione da parte del governo di penalizzare due nuovi partiti politici costituitisi negli ultimi 6 mesi: il Gelecek partisi, il “partito del Futuro” fondato a dicembre 2019 da Ahmet Davutoğlu, e il DEVA partisi, il “partito della Democrazia e del Progresso” – il cui acronimo significa “soluzione” – guidato da Ali Babacan e costituito a marzo poco prima che esplodesse la pandemia di COVID19.

La forza politica creata da Davutoğlu si inserisce direttamente nella tradizione dell’Islam politico mentre il partito di Babacan occupa l’area del centro destra liberale. Si tratta delle due scuole politiche che nel 2001 formavano la base del nascente partito della Giustizia e dello Sviluppo, ovvero l’AKP di Erdoğan che dal 2002 domina la scena politica in Turchia. Davutoğlu e Babacan non sono certo due sconosciuti, ma sono anzi stati tra le personalità più in vista del partito dell’attuale presidente turco.

Musulmano devoto e accademico di professione, Davutoğlu è lo stratega della politica estera turca degli ultimi 20 anni: prima da consulente e poi da ministro degli Esteri ha applicato alla realtà le sue teorie per cui la Turchia dovrebbe avere una politica estera proattiva soprattutto recuperando buone relazioni con i paesi dell’ex Impero Ottomano; la sua politica è stata infatti ribattezzata “nessun problema con i vicini” anche se non sempre si è rivelata una strategia di successo.

Ali Babacan è un rampollo della buona borghesia di Ankara, anch’egli musulmano ma più moderato di Davutoğlu, lontano dai “turchi bianchi” cresciuti con l’ossessione kemalista e il culto di Atatürk, ha sempre abbracciato valori più liberali sia dal punto di vista sociale che economico. Brillante studente in Turchia, come anche negli Stati Uniti, Babacan ha contribuito a fondare l’AKP ed è stato vice premier con delega alla finanza durante gli anni d’oro della crescita economica turca.

AKP, un partito snaturato
Ahmet Davutoğlu ha lasciato l’AKP nel 2019 in seguito ad anni di contrasti all’interno del partito e soprattutto dopo che nel 2016 Erdoğan l’aveva estromesso dalla carica di primo ministro, nonostante due vittorie elettorali a distanza di pochi mesi nel 2015. Ali Babacan ha mollato il partito nello stesso periodo, in polemica con le scelte economiche di Erdoğan e anche a causa di distanze riguardo alla regolare repressione del dissenso.

La fuoriuscita di questi due pesi massimi, insieme anche all’allontanamento di un’altra stella del partito ovvero l’ex presidente della Repubblica Abdüllah Gül, fa ben capire come oggi nell’AKP resti ben poco della “democrazia conservatrice” – muhazafakar demokrasi, concetto teorizzato da Yalçın Akdoğan in una sorta di manifesto del partito del 2004 – che aveva reso l’AKP una novità vincente della scena politica turca.

Rimane poco anche dell’europeismo che l’AKP aveva ostentato nei primi anni della sua esperienza di governo. Pensando ai tanti insulti riservati da Erdoğan all’UE negli ultimi anni, tra i quali anche le accuse di “nazismo” e “fascismo” rivolte a Germania, Olanda e recentemente Grecia, sembra paradossale oggi riconoscere che l’AKP è stata, almeno a livello formale, la forza politica più “europeista” della storia repubblicana turca e l’unica in grado di ottenere per la Turchia la candidatura ufficiale per l’entrata nell’Unione Europea nel 2004, tappa fondamentale di un lungo processo di richieste di cooperazione da parte di Ankara verso la Comunità Economica Europea, iniziato già a partire dal 1959.

Di questo europeismo non resta oggi quasi traccia e i rapporti con l’Europa sono ridotti solo a livello economico o, come già detto, di aspra contestazione. Una situazione che dà forza alla teoria, da sempre sostenuta dalla parte kemalista della società turca, per cui l’AKP avrebbe utilizzato il processo di adesione all’UE soprattutto per scalfire il potere militare in Turchia e non per avvicinarsi realmente a Bruxelles che chiedeva un maggiore controllo sull’Esercito considerando la forza di questa istituzione troppo ingombrante per uno sviluppo “democratico”, soprattutto dopo quattro colpi di stato militari realizzati nel XX secolo.

L’antimilitarismo dell’AKP aveva convinto anche molti liberali di sinistra a sostenere in passato il partito di Erdoğan, molti di loro si trovano oggi in prigione a causa delle loro opinioni dissidenti, altri hanno fatto auto critica riconoscendo di essere stati “utili idioti” fondamentali alla scalata al potere del presidente turco.

Alleanza coi nazionalisti
Il partito di Erdoğan è oggi alleato con il MHP, forza nazionalista di destra che solo pochi anni fa, nel 2014, si era presentata contro di lui alle prime elezioni presidenziali dirette della storia turca repubblicana. Lo slogan “contro ogni nazionalismo etnico, locale e religioso”, motto che per anni ha posto il partito di Erdoğan su un altro piano rispetto all’area nazionalista, di destra o di sinistra, che occupa buona parte dell’elettorato e dei partiti turchi, e veniva ripetuto come un mantra dai vertici dell’AKP, è oggi una pagina strappata dalla sua storia.

L’appoggio del MHP all’AKP non è gratuito e ha cominciato a influenzare l’agenda di governo. Il partito nazionalista di destra si è per ora rivelato tanto fondamentale per sostenere il governo nei momenti di difficoltà quanto un peso che ha spinto parte dell’elettorato AKP ad allontanarsi dal partito.

Si spiega così il vertiginoso calo di consensi dell’AKP che dal 42,5% dei voti ottenuto alle politiche del 2018, proprio quando si candidò in alleanza con il MHP, può contare oggi su un sostegno pari al 30-33% dell’elettorato, secondo i sondaggi degli ultimi mesi  . Non cala invece la popolarità del presidente Erdoğan che si mantiene ancora sopra al 50%  . Il sostegno della maggior parte della popolazione al capo di Stato resiste quindi anche alle fuoriuscite di Babacan e Davutoğlu e a una situazione economica critica e instabile, ma ha contribuito a frantumare seriamente il partito.

Un partito che perde pezzi
La prima vittoria alle politiche del 2002 dell’AKP è stata una sorpresa per molti, forse per gli stessi politici di quella forza politica. L’unione dell’Islam politico con il centro destra liberale fu una novità giudicata interessante dalla maggioranza dell’elettorato, ma il successo di quei giorni fu spinto anche dalla circostanze di una terribile crisi economica culminata nel 2001 che produsse un incontrollabile malcontento sociale. L’emblema di quel periodo è l’immagine di un anonimo negoziante che diventò leggenda quando – esasperato dai debiti – scagliò il registratore di cassa contro il primo ministro Bülent Ecevit  mentre quest’ultimo usciva dal suo ufficio.

Oggi Erdoğan resta ancora il politico più popolare in Turchia, ma il suo partito perde pezzi di giorno in giorno, la situazione economica non è quella del 2001 ma sicuramente negli ultimi due anni è stata negativa come mai era successo durante il quasi ventennio al potere dell’AKP.

Nonostante le voci, le elezioni anticipate non sembrano essere all’orizzonte, ma i cambiamenti alla legge elettorale fondamentali saranno con tutta probabilità centrali per garantire al presidente turco la possibilità di vincere ancora e restare saldo al potere. Se la situazione economica dovesse ulteriormente peggiorare, potrebbero però non bastare.

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