Estremi viciniUn linguaggio che non riconosce discriminazioni salverà i rapporti intergenerazionali

Uno studio Censis registra un nuovo tipo di rancore sociale tra giovani e over 65. Per questo c‘è bisogno di una lingua che ci permetta di trarre forza dalle relazioni con gli altri e supporti l‘abolizione delle disparità

Secondo i risultati dell‘Osservatorio Censis-Tendercapital sulla “silver economy” dal titolo “La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19”, tra gli effetti più eclatanti che la pandemia ci ha lasciato, si registra anche quello di aver creato una faglia intergenerazionale che contribuisce a generare un nuovo tipo di rancore sociale.

La ricerca evidenzia infatti che se da un lato vi sono gli over 65, oramai mediamente sempre più in buona salute, economicamente solidi, con vite appaganti e un‘utilità sociale riconosciuta, dall‘altro, invece vi sono i giovani che covano un forte malcontento alimentato da un desiderio nuovo di rivalsa generazionale nell‘accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legato a una visione delle persone longeve come individui privilegiati e forti dissipatori delle risorse pubbliche.

Tant‘è che 5 giovani su 10 ritengono che in situazioni di emergenza si debbano penalizzare gli anziani nell‘accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche. Più nel dettaglio, il 49,3% dei Millennial (il 39,2% nel totale della popolazione) ritiene che nelle emergenze sia giusto curare prima i giovani rispetto agli anziani; inoltre il 35% dei giovani (il 26,9% nel totale della popolazione) è convinto che la spesa pubblica per gli anziani, dalle pensioni alla salute, sia troppa e che ciò arrechi danno ai giovani.

Ma è solo una questione economica? Certo, è vero che le conseguenze economiche della pandemia hanno avuto un impatto minore sugli anziani rispetto che sui giovani. Durante il lockdown, per esempio, i primi hanno continuato a percepire gli stessi redditi per il 90,7% contro il 44,5% dei millennial e il 45% degli adulti.

Ma allo stato attuale delle cose, possiamo permetterci veramente di fermarci a una lettura superficiale dei dati? «Il rapporto mette in luce un quadro che i media hanno già evidenziato, ovvero quello di un antagonismo tra generazioni – dice il Presidente della Commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai –  Si tratta, tuttavia, di una narrativa che si presta ad alimentare una competizione tra giovani e anziani. Non è altro che un neo-rancore indotto dal racconto falsato e da una gestione sbagliata della crisi, un conflitto da esecrare poiché i problemi della società vanno affrontati in modo organico».

Concordo pienamente sull‘esigenza di individuare e praticare una narrativa nuova e innovativa. Le parole hanno il potere di distruggere e di creare, per dirla attingendo dalla saggezza di Buddha, e purtroppo da lungo tempo, non solo dall‘inizio della pandemia, il linguaggio, che è l‘atto politico per definizione, ha assunto sempre più le sembianze di uno sterile campo di battaglia sul quale vengono sacrificati gli interessi di intere generazioni in nome di inutili, in quanto superati dall‘urgenza dei tempi, e inadeguati stereotipi. È stato scelto infatti, ricorderete, un linguaggio guerresco per parlare delle misure sanitarie, così come si continua erratamente a definire distanza sociale quella che invece è pura distanza fisica.

Sono convinto, per esempio, che se imparassimo a usare una lingua comune che non riconosca la discriminazione di alcun genere, supporteremmo l‘abolizione pratica delle disparità. Dobbiamo aspirare a una lingua che ci permetta e ci supporti, ogni giorno, a essere meno soli, a dare e trarre forza dalle relazioni con gli altri. Una lingua che ci aiuti a diffondere gratitudine.

Tanto più che, come nel caso specifico, una narrativa della contrapposizione e dell‘odio non solo contribuisce a disgregare la coesione sociale e a indurre sempre più verso un individualismo spinto, ma è anche dannosa e controproducente in quanto, come emerge dallo stesso rapporto, le persone longeve sono il motore della vita collettiva che ancora oggi, nella fase post-Covid-19, guardano al futuro proprio e della propria famiglia con minore pessimismo e più fiducia rispetto agli altri più giovani (i Millennial che si dicono ottimisti, per esempio, rappresentano solo il 10,4%, contro il 32,8% degli anziani).

Analogamente, la componente silver della popolazione è anche la più ottimista sulla ripresa dell‘Italia e questo atteggiamento potrebbe essere una delle chiavi di volta per uscire dalla crisi economica e sociale che ne è scaturita, grazie all‘elevata capacità di spesa, alla predisposizione a integrare il welfare familiare in funzione sussidiaria, laddove lo Stato e i servizi non arrivano o non sono sufficienti.

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