Da Rousseau con amoreLa grillinizzazione dei dem apre nuove praterie politiche, per gli altri

Mentre nel Pd prende corpo la polemica per un accordone mai deciso da nessuna parte, sembra innescarsi una nuova dinamica nell'area riformista, con un plateale scambio di amorosi sensi fra Matteo Renzi e Carlo Calenda. Forse potrebbe partire davvero un percorso per la formazione di una lista centrista che comprenda Italia Viva, Azione e +Europa

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Altro che il solito Ferragosto politico sonnacchioso, qui sta partendo un doppio movimento: l’accordone M5S-Pd e il conseguente riavvicinamento fra Matteo Renzi e Carlo Calenda. Potremmo essere dinanzi a un chiarimento del panorama politico e diamo così “Ideologico” nell’area di governo (senza escludere, appunto, qualche ripercussione su un Giuseppe Conte tagliato fuori da questi giochi). L’accordone Pd-M5s, che nella testa dei maggiorenti è solo un accordo di potere e nulla in termini politico-programmatici, segna un passo avanti con la votazione su Rousseau che sdogana la possibilità per i grillini di fare alleanze locali con i partiti tradizionali. Nulla di particolarmente geniale, visto che la linea precedente – nessun accordo – ha fatalmente portato il Movimento al disastro in ogni elezione comunale o regionale. La scelta è frutto della disperazione, discende dalla constatazione di essere diventati via via meno rilevanti: cos’è oggi il M5S? Finito in un limbo senza aria, meglio uscire all’aperto, sul ballatoio della politica politicante. Fare accordi, compromessi, spartizioni. Addio, vaffa.

La novità dunque c’è. Ma potrebbe essere la svolta anche per un Pd anch’esso da tempo fermo sulle gambe per riaprire un nuovo spazio di manovra, seppure tutto politicista, grazie a un alleato organico e mansueto, e scurdammoce ‘o passato: via le querele, tanto per cominciare, il “partito di Bibbiano” è un ricordo, amnistia per Di Maio, Di Battista e Grillo. L’accordone riapre qualche speranza nelle Marche e in Puglia (dove però la situazione è un po’ più complicata dall’ingombrante, per i grillini, figura di Michele Emiliano), in sostanza in quelle due regioni entrambe definite “l’Ohio” delle imminenti Regionali.

Nulla cambia infatti per la Liguria, unico posto dove l’intesa si era già fatta (e data per perdente), e per Veneto, Toscana, Campania. Ma i frutti più succosi si potrebbero vedere l’anno prossimo. A Roma, a Torino, a Milano. Quegli appuntamenti potrebbero segnare una stabilizzazione del quadro politico anche a livello nazionale, dove in realtà l’AS (Alleanza strategica, copyright Dario Franceschini) è sempre in forse per un piccolo dettaglio: i contenuti. Dal Mes alla sicurezza, dal reddito di cittadinanza alle infrastrutture non si può dire infatti che i due alleati marcino fianco a fianco ma spesso uno contro l’altro. Meglio puntare sul territorio, dunque.

Ma prendiamo Roma: in barba all’accordone la Raggi, anticipando tutti, ha messo in crisi l’idea di una competizione soft al primo turno: i dem romani la detestano, Nicola Zingaretti lo sa ed è tornato a bocciarla per fugare ogni sospetto di accordi sottobanco, in pista ci sarà un dem magari non di peso, poi chi va al ballottaggio avrà i voti dell’alleato. Una desistenza al rallentatore. Ma su Roma, nel Pd, c’era anche chi ragionava a un “patto nel patto”, con un’implicazione molto importante per il governo Conte.

L’idea era questa: nelle prossime settimane Zingaretti sarebbe entrato nell’esecutivo – si era parlato del Viminale ma la destinazione sarebbe stata un’altra, non esclusa quella della semplice vicepresidenza – “liberando” così la Regione Lazio per la quale si andrebbe a votare l’anno prossimo nello stesso giorno delle elezioni per il comune di Roma. L’idea targata Pd-M5S prevedeva la Regione (dive vincere è un po’ più facile) a un grillino – probabilmente Roberta Lombardi, nel Lazio la più filo-PD – e Roma a un dem gradito ai Cinquestelle. Anche qui la mossa della Raggi ha complicato le cose: come fa il Pd a promettere la Regione Lazio ai grillini con Virginia in pista a Roma? Misteri del Nazareno.

Mentre nel Pd prende corpo la polemica per un accordone mai deciso da nessuna parte (Giorgio Gori lo denuncia pubblicamente, altri dietro richiesta di anonimato), sembra innescarsi una nuova dinamica nell’area riformista, con un plateale scambio di amorosi sensi fra Matteo Renzi e Carlo Calenda che dinanzi alla mossa di Zingaretti e Di Maio si sono finalmente riparlati. Di certo Renzi da parte sua sta inviando segnali non esattamente compatibili con l’accordone Pd-M5s: Italia viva ha candidato per le suppletive senatoriali della Sardegna nord l’avvocato Marras contro il candidato Pd-M5s Lorenzo Corda; e ha criticato la scelta dei due partiti di ritirare tutte le querele presentata dal Pd contro i big pentastellati.

L’ex presidente del Consiglio non ostacola l’accordone ma non è affare che lo riguardi, se non per il fatto che esso può consolidare una maggioranza che il leader di Italia viva, almeno per ora, non vuole mettere in difficoltà. Ma a giudicare dai commenti stra-negativi di Scalfarotto e di Giachetti si capisce che la prospettiva di Renzi è opposta a quella dell’abbraccio di un euforico Zingaretti con un disperato Di Maio: è quella della costruzione di un polo riformista a cui obiettivamente la grillizzazione del Pd offre spazi politici al momento imprevedibili. Ancora presto per tirare le somme ma se partisse davvero un percorso per la formazione di una lista centrista e riformista (Iv, Azione, +Europa) forse anche la questione della legge elettorale proporzionale potrebbe tornare in campo, visto che lo sbarramento non spaventerebbe più. E il quadro politico si rimetterebbe in movimento.

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