Finanziamenti strategiciSul futuro della ricerca si gioca il futuro del paese

Il ministero ha lanciato una consultazione pubblica per indirizzare i programmi nei prossimi anni e nuovi fondi sono in arrivo, ma è necessario sostenere tutta l’università, rimettendo al centro dell’agenda di sviluppo un settore a lungo trascurato e però cruciale per affrontare le sfide che attendono l’Italia

Filippo MONTEFORTE / AFP

La pandemia continua a mietere vittime, la corsa al vaccino, unica soluzione per uscirne davvero, prosegue, e questi mesi proseguono nel mettere davanti agli occhi del paese l’importanza della ricerca scientifica, non soltanto in ambito medico.

Il sottofinanziamento cronico del sistema della sanità e dell’istruzione, lo si è toccato con mano, è parte del conto da pagare. L’Italia è tra i paesi in Europa che spendono meno per il sistema dell’università e della ricerca in rapporto al Pil (0,96% rispetto all’1,55% della media dei paesi Ocse). Se al momento lo sforzo del ministero è concentrato sulla partenza del nuovo anno accademico e l’incentivazione del diritto allo studio per contrastare la perdita di matricole, i fenomeni del precariato e la fuga dei cervelli verso gli atenei esteri rappresentano una parte consistente del problema – «formare uno studente costa 10mila euro all’anno», ricordava in proposito Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente della CRUI: perderne senza attrarne altri rischia di costituire un investimento a vuoto.

La partita si gioca anche sui settori strategici su cui investire, irrobustendo il potenziale e i risultati della ricerca italiana in quegli ambiti, ai fini tanto della competitività internazionale quanto della capacità di produrre contributi utili al mondo dell’industria, delle imprese e della società.

«Se vogliamo fare ricerca dobbiamo scegliere: è giusto che ci sia un sistema universitario nazionale e di protezione dei più deboli, ma dobbiamo fare un passo in più e capire quali sono le nostre priorità nel settore della ricerca. Questo è la politica che deve deciderlo, e poi bisogna fare un grosso investimento, che vuol dire istituire laboratori di ricerca nazionali, abbandonati da anni, e accompagnare la ricerca fino all’innovazione, fino a dei Trl (livelli di prontezza tecnologica, ndr) elevati, in modo che sia applicabile alla pubblica amministrazione, al pubblico, al privato, eccetera», diceva ancora Resta in occasione del Forum PA a luglio.

Attraverso i decreti economici per il contrasto della pandemia, in questi mesi il governo ha stanziato cifre sostanziali: 250 milioni di euro a partire dal 2021 per il Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica, più altri 300 milioni nel 2022, e 300 milioni nei prossimi due anni per il fondo per il finanziamento ordinario delle università. Per assumere nuovi ricercatori, si stanzieranno 200 milioni a partire dal 2021, più altri 50 milioni nello stesso anno per l’assunzione di ricercatori negli enti pubblici di ricerca. La previsione è che ai 1.607 ricercatori di cui è stata già prevista l’assunzione se ne aggiungeranno altri 3.333, per un totale di 4.940 ricercatori assunti al 1 gennaio 2021. Ulteriori fondi arriveranno poi con il Next Generation EU: la sfida adesso è discutere di quanti dei 209 miliardi andranno a finanziare il comparto universitario.

Nel frattempo, il ministero si sta portando avanti, e ha lanciato una consultazione pubblica sul programma nazionale per la ricerca 2021-2027. La consultazione, aperta fino all’11 settembre e accessibile tramite un questionario online, è aperta a tutte le tipologie di portatori di interessi, dagli enti di ricerca alle aziende, i sindacati e le associazioni, fino ai singoli cittadini. Si tratta di una novità rilevante, che per la prima volta porta l’università fuori dalla propria torre d’avorio per avvicinarla ai temi e le priorità del paese.

«Si tratta di una scelta fatta per due motivi: primo perché la ricerca è un’azione collettiva, ed è importante che ci sia il massimo della condivisione tra la comunità dei ricercatori ma anche tra gli stakeholder, coloro che si interfacciano con la ricerca, le imprese e le varie espressioni della società», spiega a Linkiesta il ministro Gaetano Manfredi. «L’altro aspetto è legato alla pandemia, che ha rappresentato un elemento di rottura rispetto agli schemi precedenti, per cui porta la necessità di ascoltare il contributi di tutti, per interpretare meglio un futuro per cui abbiamo delle idee, ma che è fatto di tante novità».

Per il ministro, i contesti dove la ricerca giocherà un ruolo fondamentale in futuro sono «la sicurezza non solo sanitaria, ma nell’ottica di instaurare una società più resiliente, capace di prevenire e risolvere eventi estremi come questa pandemia. Poi i temi del digitale e del suo impatto su tante funzioni e servizi all’interno della società – con il lockdown abbiamo visto quanto siano determinanti – e la transizione verde, per uno sviluppo che guardi maggiormente ad una visione circolare dell’economia. Complessivamente, l’esperienza della pandemia ha fatto capire come oggi sia necessaria una modernizzazione dell’organizzazione sociale e come la ricerca sia sempre più pervasiva rispetto alla qualità della vita. Questi sono punti assolutamente trasversali, che coinvolgono anche le scienze umane e sociali e il loro ruolo per un nuovo modello di sviluppo sociale», prosegue Manfredi.

Lì dove è necessario puntare su ricerche strategiche (dall’intelligenza artificiale alla biomedicina), al tempo stesso occorre che il sistema della ricerca sia finanziato a dovere in ogni sua declinazione. Ad oggi, infatti, forti disparità si rintracciano fra i più alti livelli di studio a seconda delle discipline. Secondo l’ultimo rapporto sul profilo e la condizione occupazionale dei dottori di ricerca di Almalaurea, per esempio, nonostante chi ha preso un dottorato registri performance occupazionali e stipendi molto più alti di chi ha concluso gli studi di master, queste percentuali variano notevolmente fra chi ha acquisito un titolo nei settori di ingegneria, scienze di base o scienze della vita, e tra coloro che invece hanno concluso un percorso in scienze economiche, giuridiche e sociali o scienze umane: quasi dieci punti separano i primi e i secondi, in termini di tasso di occupazione. Così come più svantaggiati sono i dottori delle discipline non Stem in termini di tempi di inserimento nel mondo del lavoro (anche accademico) e di stipendio.

Questione di spendibilità del titolo, certo, ma non solo. Guardando agli altri paesi, l’attrattività dell’estero è di gran lunga superiore a quella italiana: secondo Almalaurea, la retribuzione mensile netta dei dottori in Italia è in media di 1.605 euro, mentre all’estero tocca i 2.375 euro al mese, con picchi anche di 2.600 euro per i dottori in ingegneria. E sebbene all’estero sia per ora presente soltanto il 13,5% dei ricercatori italiani, ben il 72,7% di loro ritiene che ci siano maggiori opportunità lavorative fuori dall’Italia.

Sono tendenze che derivano da un quadro sfavorevole: secondo l’ultimo rapporto dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, se tra il 2010 e il 2016 la percentuale dei posti di dottorato finanziati è aumentata, passando dal 61,5% all’82,2%, in termini assoluti il numero dei posti di dottorato attivati nello stesso periodo è sceso da 12.093 a 9.279. Considerando come per molti dottorandi la presenza di una borsa sia di importanza cruciale (l’88,9% di loro ha svolto il dottorato grazie a questo finanziamento), la mancanza di fondi rischia di ripercuotersi ulteriormente sulle prospettive future.

La scarsa attrattività dell’università italiana si riflette anche sul sistema delle docenze: secondo l’Anvur, dal 2008 in poi il numero dei docenti universitari ha registrato un calo ininterrotto, non sopperito da nuove assunzioni («il reclutamento è stato in media pari a un terzo del flusso in uscita, dovuto essenzialmente ai pensionamenti», scrive l’Anvur), fino a raggiungere il 14,9% in meno nel 2017. Risultato: il numero di studenti per docente è fra i più alti dell’area Ocse. «Per favorire ulteriori aumenti delle immatricolazioni, va innanzitutto rafforzato il corpo docente», specifica l’Anvur: una questione che in ambito di pandemia pesa ancora di più sulla ripartenza.

Non bisognerebbe infine dimenticare un forte squilibrio di genere: se le donne all’università rappresentano una maggioranza a tutti i livelli, studenti, laureati e dottori di ricerca, e sono in crescita anche fra i docenti, «la componente maschile resta considerevolmente superiore a quella femminile tra i docenti di tutte le fasce e soprattutto in quelle apicali», ricorda l’Anvur.

Secondo quanto riporta Almalaurea, nonostante le donne che conseguono il dottorato abbiano avuto performance migliori nel percorso formativo precedente (ha ottenuto 110 e lode il 71,5% delle donne rispetto al 64,4% degli uomini), d’altra parte gli uomini ottengono più contratti a tempo indeterminato (29,1% contro 25,1%) più assegni di ricerca (28,7% contro 25,4%) e soprattutto stipendi più sostanziosi: a un anno dalla conclusione del dottorato, la retribuzione dei primi è del 12% più alta rispetto alle seconde in tutte le discipline, specialmente tra i dottori in ingegneria (17,3%).

Molti sono i problemi che l’università ha ereditato da anni di sottofinanziamenti, questioni che impattano direttamente le possibilità di sviluppo del mondo produttivo e la competitività dell’Italia nel mondo, ma anche evidenziano ancora una volta quanto le fasce più giovani siano state lasciate indietro, a partire dal mondo dell’istruzione e dell’università.

«La pandemia ha fotografato i ritardi del paese. Sulla scuola negli ultimi anni non ci sono stati gli investimenti necessari, e oggi lo stiamo pagando. Penso al patrimonio edilizio scolastico troppo vecchio, uno dei grandi problemi per cui tutti i cittadini pagano un prezzo molto alto. Mi auguro che la pandemia sia una grande lezione, e che partendo dalla scuola e dall’università ci sia un investimento serio nella formazione dei giovani. Oggi la vera sfida del futuro è il capitale umano», dice Manfredi.

Sull’impegno del governo in questo senso, però, il ministro non ha dubbi: «l’investimento sull’università lo dimostra, c’è un’attenzione diversa verso i giovani e la loro formazione. Nel piano per la ripartenza ci sarà uno spazio importante per questi temi, anche questo sarà un segnale dell’impegno politico del governo. Per me questa è una grande responsabilità da quando ho assunto l’incarico di ministro e un tema strategico non solo per l’università, ma per il futuro del paese. In gioco ci sono i grandi temi dell’equità: dobbiamo considerare che abbiamo avuto una società troppo diseguale finora e uno sviluppo che è avvenuto solamente per alcuni pezzi della società, mentre abbiamo necessità che avvenga in maniera uniforme».

Le nuove generazioni, di ricercatori e non solo, rappresentano un tassello fondamentale in questo processo e vanno coinvolti direttamente. Perché non attraverso gli Stati generali dei giovani, per capire come investire le risorse del Next Generation EU? Il ministro è concorde: «Potrebbe essere un’ottima idea, è un percorso che dobbiamo fare tutti insieme, ma soprattutto per loro».

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