Proposte, non comiziCome dare seguito alle parole di Mario Draghi sul futuro dei giovani

Serve una decontribuzione totale per 3 anni per le nuove assunzioni degli under 30, bisogna introdurre forme di apprendistato con uno stipendio fisso decente e non tassato, terminare subito il blocco dei licenziamenti e incentivare la formazione del personale delle aziende sotto i 35 anni. Non bisogna più perdere tempo

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L’intervento di Mario Draghi al meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini è stato come uno squarcio di luce nel buio della politica italiana. Lucido e straordinariamente abile nella comunicazione come sempre, l’ex presidente della Banca centrale europea non ha esplicitamente preso posizione ma tra le righe ha reso evidente la modestia del nostro esecutivo che si occupa dei 600 euro di 3 o 5 pezzenti in Parlamento, delle discoteche, dei banchi a rotelle che non arriveranno mai e non vede dietro l’angolo il dramma dei nostri giovani.

Il Covid ha portato 300 miliardi di debiti che come evidenziato dai calcoli (forse un po’ troppo ottimistici) dell’osservatorio Conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, ovvero il maggiore debito tra la fine del 2021 e la fine del 2019 ante Covid. Questi debiti dovranno essere ripagati dai giovani e sono in larga parte frutto di sussidi e non di investimenti per il futuro, come ha rimarcato Draghi. Molto debito cattivo e poco debito buono. Ma tant’è, ormai il danno fatto dalle elezioni del 2018 sull’onda dell’antipolitica cavalcata dal Movimento 5 Stelle, ha fatto il suo corso e indietro non si può tornare.

Ma peggio dei debiti e delle tasse future che serviranno a ripagarli, il più grande danno fatto ai giovani è la mancanza di prospettiva di istruzione, crescita professionale e lavoro. Ciò che il Covid non potrà mai restituire è il tempo, che non è disponibile per nessuno di noi, e che è limitato biologicamente.

Questo governo sempre alla ricerca di consenso di breve periodo basato sul supporto delle categorie più numerose (pensionati, assistiti e garantiti) e insensibile per ideologia all’etica del lavoro e dell’impresa non ha fatto assolutamente nulla nel profluvio delle spese per cercare di offrire un lavoro ai giovani.

I nostri ragazzi che non sono andati a scuola per 6 mesi, la più lunga interruzione scolastica in tutto il mondo, non recupereranno mai questo tempo. Ogni anno entrano nel mondo del lavoro 600mila nuovi giovani e tra il 2020 e 2021 la probabilità di trovare un lavoro per questi ragazzi sarà prossima allo zero.

Faranno una fatica immensa a trovare un lavoro, perché tra divieto di licenziamento, decreto dignità (la dignità del reddito di cittadinanza, ma non quella del lavoro.), bonus monopattino, bonus casalinghe, Alitalia e varie altre idee geniali, nessuno si è preoccupato di pensare a cosa fare per cercare di far sì che le imprese assumessero qualche under 30.

Senza lavoro i giovani non imparano, non assimilano competenze professionali per loro importantissime, non entrano nella mentalità del mondo del lavoro con scadenze, impegni, errori ed esperienze relative.

E il lavoro lo offrono le imprese private perché lo stato a parte alcune assunzioni nella scuola (ci sarebbe da aprire un lungo capitolo su come verranno fatte) non ha alcuna nemmeno remota possibilità di offrire lavoro ai giovani in dimensione rilevante.

Questa semplice ma elementare considerazione cozza con le convinzioni ideologiche di questo esecutivo. Le imprese non sono viste come la soluzione pressoché unica al dramma del lavoro dei giovani, ma come un nemico nei convegni, un pungolo sgradevole nella comunicazione, una occasione per limitare o contrastare il potere pressoché assoluto del governo nella gestione della pandemia.

Cosa si dovrebbe invece fare per i nostri giovani? Di seguito alcune idee certo migliorabili, ma uno spunto di riflessione.

1. Decontribuzione totale per 3 anni per le nuove assunzioni sotto i 30 anni. Non solo al sud ma anche al nord e senza alcuna eccezione. Ogni giovane assunto è un investimento di formazione sul lavoro. Da incentivare in ogni modo possibile

2. Temine immediato al blocco dei licenziamenti. Bloccare i licenziamenti è una mazzata devastante sulla testa dei giovani, perché si ferma in modo totale il processo di rinnovamento delle imprese (inutile dire “tutto sarà diverso” ma poi non prenderne atto..). Semmai garantire a chi perde il posto di lavoro sostegno al reddito e formazione.

3. Incentivazione alla formazione del personale delle aziende sotto i 35 anni. Alcuni spunti semplici come corsi di inglese per chi non lo parla, corsi Excel o in generale di utilizzo strumenti informatici, corsi di formazione specifica per settore (es cuochi, ricevimento e professioni turismo). Si potrebbe offrire un generoso contributo alla formazione, lasciando libere le aziende nella scelta del tipo di formazione ed evitando l’ennesimo carrozzone statale con lacci e lacciuoli per indicare formatori amici o vincoli alla scelta.

4. Introduzione di forme di apprendistato a stipendio fisso (1000 o 1200 euro al mese non tassati) di durata 12 mesi. Non sarà un lavoro fisso, ma è un’opportunità di avvicinare offerta e domanda lavoro. Magari dopo 12 mesi solo una parte di questi diventeranno posti di lavoro, ma l’impatto formativo è elevatissimo.

Poi bisogna avviare un percorso di riforma della scuola i cui effetti saranno evidenti solo tra 5-10 anni ma se non si parte, non si arriva.

Le mie idee sul tema sono le seguenti:

– aumento degli stipendi degli insegnanti legato ai risultati.

– introduzione immediata di premi di risultato legato a test invalsi per istituto e se possibile per docente. Classificazione di scuole e università per risultati formativi, come già in atto nei paesi anglosassoni.

– creazione di borse di studio per studenti provenienti da famiglie con reddito inferiore a 35 mila euro sulla base dei risultati scolastici. Dare 3000 euro di premio a uno studente meritevole che viene da una famiglia a reddito basso introduce un elemento anche piccolo ma significativo di equità e forse aumenta anche di poco ma con forte valore simbolico la velocità dell’ascensore sociale, oltre a segnalare ai ragazzi che l’impegno e i risultati contano. Non reddito di cittadinanza ma reddito da impegno, ed è molto diverso anche se parecchi dei nostri attuali governanti non l’avrebbero preso, purtroppo.

– pubblicazione dei risultati dei test invalsi per istituto, città, regione.

– acquisto immediato di supporti informatici (Pc, iPad, software moderno) invece dei banchi a rotelle (a proposito di innovazione e formazione). Confrontiamo la dotazione informatica di una nostra scuola con l’equivalente negli Stati Uniti e facciamoci qualche domanda.

– revisione del curriculum della nostra scuola secondaria con percorsi formativi legati a professioni tecniche. Incentivi alle aziende per collegarsi alle scuole secondarie.

– introduzione esplicita nel curriculum scolastico di competenze informatiche a partire dalla scuola elementare. Servono docenti esperti in materia. Assumiamo questi e non l’ennesima infornata di aventi causa senza alcuna competenza informatica e digitale.

– rafforzare lo studio dell’inglese nel curriculum della scuola media e superiore. L’inglese è la lingua franca globale e lo sarà sempre di più. È inutile non riconoscerlo e continuare a trattare il francese o altre lingue come se avessero la stessa importanza. Non è così nei fatti. Prendiamone atto.

Mi rendo perfettamente conto che simili proposte verrebbero avversate alla morte dal sindacato che de facto controlla la scuola in Italia da 40 anni, difendendo scelte corporative di una sparuta minoranza di persone. E penso che sia venuto il tempo di scegliere tra i nostri giovani e gli iscritti alla Cgil scuola. Senza se e senza ma. Non c’è più compromesso possibile dopo che per decenni le scelte sono state avversate per difendere presunti diritti di personale non qualificato ma fortemente sindacalizzato.

Le risorse per spendere in questo modo ci sono e non sono nemmeno troppo elevate. Se invece di spendere davvero per i giovani, continueremo a gravarli di debiti che dovranno rimborsare perché sono pochi rispetto agli anziani che votano o non hanno alcun peso nel sindacato, smettiamo di fare proclami vuoti e dichiariamo chiaramente che non ci interessa come e quando potremo tornare a crescere, affrontando poi democraticamente il giudizio di chi vota.

Penso che i nostri anziani sarebbero disposti a tutto pur di dare un futuro ai loro nipoti, soprattutto se spiegassimo loro chiaramente che in fondo i giovani sono pochi e votano in pochi. I contributi di Draghi, Ichino, Bentivogli sono evidenti, basta leggerli. Bisogna passare dai vuoti proclami a reti unificate alle azioni concrete.

L’autunno sta arrivando, e dopo l’autunno verrà il duro inverno. E se non ricominceremo a crescere, a dare lavoro ai giovani, ad aumentare la produttività del lavoro, il nostro inverno sarà ancora più duro. Siamo ancora in estate, ma il tempo è l’unica variabile che non possiamo controllare. Ora o mai più.

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