Nel nome della madrePiccoli passi avanti per le donne in Botswana e Afghanistan

Per la prima volta nel Paese africano, le sposate potranno ottenere terreni secondo la legislazione fondiaria vigente. Intanto il governo afghano, dopo anni di battaglie, ha autorizzato la stampa del nome materno sui documenti di identità dei figli

(Photo by Handout / Ufficio Stampa del presidente dell'Afghanistan / Afp)

Parità, accesso all’istruzione, possibilità di possedere beni, equilibrio casa lavoro, nomi sui documenti, indipendenza economica e psicologica. Queste e molte altre variabili possono influire sulla qualità della vita delle donne nel mondo. La politica e i governi dei singoli paesi impattano sulla condizione femminile e la piccola scelta di un governo può influenzare il modo in cui le donne vivono il quotidiano.

Ci sono due notizie uscite questo mese e riguardano cambiamenti legislativi avvenuti in due paesi molto distanti tra loro.

La prima notizia viene dal Botswana: per la prima volta, in questo Paese, le donne sposate potranno richiedere terre secondo la legislazione fondiaria del Botswana (Botswana Land Policy). Le persone che fanno domanda vanno in una lista d’attesa per i lotti liberi, non assegnati. La legge, risalente al 2015, impediva alle mogli di vedersi concesse terre se i loro mariti avevano già allocazione propria. I terreni (tribal land o state land) erano dati solo alle vedove o alle mogli di uomini che ancora non ne disponevano. I problemi si verificavano spesso in seguito a un divorzio o alla morte del marito.

Prima di questo cambiamento nella legge vigente, le donne venivano rimosse dalla lista d’attesa se risultavano sposate con un uomo che aveva già un’assegnazione.

«Mi sono impegnato a garantire che la politica sulla terra venga modificata in modo da dare alle donne sposate il diritto di richiedere la terra anche quando ai loro mariti sono già stati assegnati appezzamenti», ha twittato giovedì scorso il presidente del Botswana Mokgweetsi Masisi.

«Questo emendamento consentirà alle donne di essere indipendenti nei matrimoni e di avere anche il diritto alla terra come qualsiasi altra persona», ha scritto. Modificare la politica fondiaria in Botswana per dare un taglio alla discriminazione nei confronti delle donne sposate era una delle promesse della campagna elettorale di Masisi durante le elezioni dell’ottobre 2019.

Il presidente del Botswana ha twittato la legge modificata: «Ogni Motswana potrà beneficiare dell’assegnazione di un appezzamento residenziale in un’area di sua scelta all’interno del paese».

Ha aggiunto anche che incoraggia autorità locali e territoriali, oltre a organizzazioni non governative a intensificare l’educazione di donne e orfani sui loro diritti e offrire un supporto legale per permettere loro di rivendicare con successo il loro legittimo diritto alla terra. Speriamo cambi davvero qualcosa, perché i tempi di attesa sono comunque molto lunghi.

L’altra notizia riguarda l’Afghanistan: finalmente, dopo una battaglia durata anni, il governo afghano ha autorizzato la stampa del nome delle madri sui documenti di identità dei figli. Il nome proprio è la cosa che ci caratterizza come esseri umani e costruisce di fatto la nostra identità come individui, ma in Afghanistan il nome di una donna non compare sull’invito al suo matrimonio e nemmeno sulla sua tomba. I documenti di identità afgani riportano solo il nome del padre o del marito. Il movimento attivista #WhereIsMyName, fondato da Laleh Osmany, spinge da tempo affinché le donne afghane vengano nominate sui documenti ufficiali, compresi i certificati di nascita, per riconoscere quello che è un diritto fondamentale e inalienabile.

Tre settimane fa, il comitato per gli affari legali del gabinetto, guidato dal vicepresidente Mohammad Sarwar Danish, ha accettato la proposta per cambiare la legge e consentire che sui documenti di identità apparissero i nomi di entrambi i genitori. Una rara vittoria, piccola ma immensa. Ed è il frutto della lotta di alcune donne coraggiose in un paese profondamente conservatore, donne che hanno combattuto e che combattono ancora contro un ambiente patriarcale dove viene ritenuto offensivo persino usare in pubblico il nome di una donna. C’è molta, moltissima strada ancora da fare, ma nessuna attivista si fermerà.

Intanto, la nuova norma è definitiva, l’ha firmata il Presidente Ashraf Ghani: «l’inclusione dei nomi della madre sulla carta d’identità nazionale è stata firmata dal presidente dell’Afghanistan», ha scritto qualche giorno fa Tahmina Arian, attivista per i diritti delle donne in Afghanistan e una delle co-fondatrici coraggiose di #whereismyname.

«In Afghanistan c’è una tradizione che proibisce di chiamare in pubblico le donne con il loro nome, è considerato peccato. Le donne sono chiamate figlia di, moglie, madre di un certo uomo. La loro identità dipende in relazione a un uomo», spiega Tahmina. «Il nome delle donne afghane non compare nemmeno nei loro documenti, nel certificato di nascita, nelle prescrizioni del medico, negli inviti di matrimonio, nei certificati di nascita dei bambini o anche nel certificato di morte e nella pietra del cimitero. Inoltre, nelle carte d’identità nazionali afghane compaiono solo i nomi dei padri e dei nonni. D’ora in poi, i nomi delle madri verranno stampati accanto al nome dei padri».

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